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I dazi USA costano oltre 1 miliardo all’agroalimentare italiano. Export agroalimentare in calo: prima frenata dopo mesi di crescita

L’agroalimentare italiano torna nel mirino della guerra commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti. Dopo anni di crescita costante, il mese di giugno ha registrato il primo calo dell’export verso il mercato statunitense: -2,9% in valore, secondo i dati Istat analizzati da Coldiretti.

Un’inversione di tendenza significativa che coincide con l’entrata in vigore dei dazi aggiuntivi del 10%, ora portati al 15%, su alcuni dei prodotti simbolo del Made in Italy alimentare.

Colpiti i pilastri dell’export agroalimentare

Secondo un’analisi del Centro Studi Divulga, le tariffe minacciano di costare oltre 1 miliardo di euro all’intera filiera agroalimentare nazionale, con vino, olio extravergine, pasta e suini tra i comparti più penalizzati.

Il vino italiano, che da solo vale circa 2 miliardi sul mercato USA, subirà un impatto diretto stimato in oltre 290 milioni di euro. Segue l’olio extravergine di oliva, con una stangata da più di 140 milioni, e la pasta di semola, che potrebbe perdere circa 74 milioni. Relativamente stabili invece i formaggi, già soggetti a dazi tra il 10% e il 15%.

“È inaccettabile che l’agricoltura sia sempre il settore sacrificato”, denunciano Coldiretti e Filiera Italia in una nota congiunta, sottolineando come la nuova intesa UE-USA, formalizzata a fine luglio in Scozia, rappresenti “uno squilibrio evidente a favore degli Stati Uniti”.

Gli Stati Uniti: mercato strategico, ma ora incerto

Gli USA rappresentano il principale mercato extra-UE per l’agroalimentare italiano, con un valore complessivo di quasi 8 miliardi di euro nel 2024. Ma la nuova ondata di dazi ha frenato una crescita che, nei primi mesi del 2025, sembrava inarrestabile: +11% nel primo trimestre, ridottosi a +1,3% in aprile e +0,4% in maggio, fino al segno negativo di giugno.

A pesare è anche l’incertezza politica e commerciale. Le imprese italiane lamentano incertezza sulle mosse della Casa Bianca, che ha scelto una linea dura con l’Europa sul fronte agroalimentare, nonostante le aperture sul comparto automobilistico.

Confagricoltura: “Compromesso utile, ma servono correttivi”

Più moderato ma comunque critico l’intervento del presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, che riconosce il valore dell’accordo UE-USA come “passo avanti per la stabilità commerciale”, ma avverte: “Il vino e il Pecorino Romano restano fortemente penalizzati. Il primo vale un quarto dell’export italiano verso gli Stati Uniti, il secondo oltre 170 milioni di euro. È necessario che tornino a beneficiare del dazio zero”.

Giansanti sottolinea anche l’urgenza di affrontare la questione delle barriere non tariffarie, come gli standard tecnici e qualitativi, che gli Stati Uniti considerano strumenti di protezionismo europeo.

“Non possiamo accettare l’importazione di prodotti che non rispettano le nostre regole. Se il compromesso raggiunto offre maggiore stabilità, rischia però di diventare un freno competitivo per alcune delle nostre eccellenze”.

Coldiretti: “Commissione UE troppo debole”

Nel mirino delle associazioni agricole c’è anche l’atteggiamento “remissivo” della Commissione europea. Coldiretti accusa Bruxelles di non aver difeso adeguatamente le eccellenze italiane, a partire dal vino, e di aver accettato un compromesso che favorisce solo alcuni settori a scapito di altri strategici per l’Italia.

Non meno dura la posizione su un altro fronte delicato: l’eventuale ingresso sul mercato europeo di prodotti alimentari USA non conformi agli standard comunitari. “Serve chiarezza – affermano Coldiretti e Filiera Italia – e non possiamo accettare di aprire alle importazioni da Paesi che non rispettano le nostre regole sulla sicurezza alimentare”.

Leggi anche: Dazi USA: rischio per l’agroalimentare italiano

Un equilibrio ancora lontano

L’accordo transatlantico sembra offrire una tregua parziale, ma lascia sul campo ferite aperte per l’agroalimentare italiano. Mentre il settore chiede sostegni urgenti e una strategia più incisiva nei negoziati europei, resta alta la preoccupazione per una guerra commerciale che potrebbe ridefinire, a svantaggio del Made in Italy, gli equilibri dei mercati globali.

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