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Il Position Paper del Laboratorio REF Ricerche mette in luce il paradosso italiano: nel bacino del Po esistono strumenti avanzati per monitorare la siccità, ma manca ancora una regola automatica e vincolante per decidere come distribuire l’acqua quando la risorsa scarseggia

La domanda decisiva, quando arriva la siccità, non è più soltanto quanta acqua abbiamo a disposizione. È soprattutto un’altra: chi può continuare a utilizzarla e chi, invece, deve ridurre i propri prelievi?

È quanto emerge dal Position Paper del Laboratorio REF Ricerche dedicato alla governance e alla gestione dell’acqua nel bacino del Po, che analizza i limiti dell’attuale sistema italiano di fronte alla crescente frequenza delle crisi idriche.

Il quadro che emerge è quello di un paradosso: l’Italia dispone oggi di strumenti di monitoraggio e previsione della siccità sempre più sofisticati, ma quando la risorsa diventa realmente scarsa continua a fare affidamento soprattutto su meccanismi emergenziali, decisioni discrezionali e raccomandazioni non vincolanti.

Nel bacino del Po il problema appare particolarmente evidente. L’Autorità di bacino distrettuale, l’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici, i bollettini, le dashboard e gli indicatori standardizzati consentono di conoscere con crescente precisione la situazione idrologica.

Quello che manca, secondo l’analisi contenuta nel Position Paper, è però un passaggio decisivo: un regime allocativo cogente capace di trasformare automaticamente i livelli di severità della siccità in regole vincolanti per la distribuzione dell’acqua.

In altre parole, sappiamo sempre meglio quanto è grave la crisi, ma non abbiamo ancora una procedura altrettanto automatica per stabilire chi deve ridurre i propri consumi, di quanto e con quali eventuali compensazioni.

Il Po, dove l’acqua tiene insieme agricoltura, industria ed energia

Il fiume Po non è soltanto un corso d’acqua. È l’infrastruttura naturale attorno alla quale ruota una parte decisiva dell’economia italiana.

Nel suo bacino convivono agricoltura intensiva, grandi distretti industriali, produzione idroelettrica, consumi civili, ecosistemi fluviali e il delicato equilibrio del Delta.

È proprio per questa concentrazione di interessi che, secondo il Position Paper del Laboratorio REF Ricerche, la siccità deve essere considerata anche una crisi distributiva.

Quando la portata diminuisce, infatti, non basta misurare la quantità d’acqua disponibile. Bisogna stabilire quali utilizzi proteggere, quali ridurre, in quale misura e soprattutto chi debba sopportare il costo delle restrizioni.

Dei circa 20,5 miliardi di metri cubi d’acqua prelevati ogni anno nel bacino del Po, circa 16,5 miliardi sono destinati all’agricoltura. La storica disponibilità della risorsa ha favorito lo sviluppo di un’economia ad alta intensità idrica, ma proprio questa caratteristica rende oggi il sistema più vulnerabile alle fasi di magra.

La fragilità del bacino, dunque, non dipende soltanto dalla quantità assoluta d’acqua disponibile. Dipende anche dalla rigidità della domanda e dalla concorrenza tra usi differenti.

Il sistema di monitoraggio esiste. Manca una regola automatica

Uno dei punti centrali del Position Paper è proprio questo divario tra capacità conoscitiva e capacità decisionale.

Il bacino del Po dispone di una struttura di monitoraggio articolata. L’Autorità di bacino distrettuale e l’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici possono elaborare scenari previsionali, misurare la severità della crisi e coordinare il flusso di informazioni tra i diversi soggetti istituzionali.

Ma la dichiarazione di un determinato livello di severità non equivale automaticamente a un obbligo di riduzione dei prelievi.

Le raccomandazioni possono indicare una percentuale di taglio, ma la loro applicazione resta in larga misura affidata alla collaborazione dei diversi territori e degli utenti.

È questo, secondo REF Ricerche, il punto sul quale intervenire: affiancare all’attuale modello basato sulla concertazione regole definite ex ante, capaci di entrare in funzione preventivamente e con intensità proporzionata alla gravità della situazione.

Dalla siccità del 2022 alla nuova emergenza del 2026

Le crisi degli ultimi anni mostrano concretamente il problema. Durante la siccità del 2022, l’Osservatorio del Po raccomandò una riduzione dei prelievi del 20 per cento, accompagnata dall’aumento dei rilasci dai laghi alpini. Le Regioni adottarono ordinanze per contenere alcuni consumi e dichiararono l’emergenza a livello regionale.

Non venne però introdotto un sistema automatico di tagli vincolanti alle utenze agricole.

Per arrivare a misure coercitive fu necessario il coinvolgimento del Governo centrale, con la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale per cinque Regioni del Nord, la nomina dei Presidenti regionali a Commissari e lo stanziamento di risorse per gli interventi urgenti.

La risposta del sistema è stata successivamente rafforzata dal decreto siccità del 2023, che ha istituzionalizzato la Cabina di regia, il Commissario straordinario e il nuovo assetto degli Osservatori distrettuali.

Ma, come evidenzia il Position Paper, non si è ancora affermata una vera regola preventiva di ripartizione della risorsa.

La dinamica è tornata a manifestarsi anche nel 2026, con nuove dichiarazioni di emergenza regionale e la richiesta ai Consorzi di bonifica di predisporre piani di gestione della siccità.

Anche gli interventi preventivi hanno assunto un ruolo maggiore. Nel bacino del Po, l’Autorità di bacino ha portato a +1,40 metri sullo zero idrometrico di Sesto Calende il livello massimo estivo di regolazione, aumentando preventivamente la capacità di invaso a beneficio degli usi a valle.

Sono misure importanti, ma non rispondono completamente alla domanda centrale: come distribuire la risorsa quando l’acqua non basta per tutti?

La proposta: passare dalla gestione dell’emergenza alla pianificazione

È qui che si concentra la proposta di policy contenuta nel Position Paper del Laboratorio REF Ricerche.

Se la scarsità idrica diventa strutturale, non è più sufficiente intervenire caso per caso. Occorre stabilire prima della crisi quali siano le regole di riparto.

L’analisi mette a confronto tre possibili modelli: un sistema orientato all’ottimo di bacino, nel quale l’intero distretto viene considerato come un unico problema allocativo; un modello basato su tetti preventivi per le Regioni; e l’attuale sistema italiano, fondato soprattutto sul monitoraggio e sugli interventi ex post.

Secondo questa impostazione, i tre modelli non devono necessariamente essere considerati alternativi. L’attuale sistema può essere sufficiente per crisi episodiche, mentre siccità più frequenti richiedono un progressivo spostamento verso regole di allocazione ex ante.

Non basta tagliare tutti nella stessa misura

Una riduzione lineare dei prelievi può sembrare la soluzione più equa, ma non necessariamente lo è.

Un taglio identico per tutti non tiene conto della diversa produttività dell’acqua e può penalizzare chi ha già investito nell’efficienza.

Un sistema più evoluto dovrebbe quindi prevedere quote dinamiche, aggiornate sulla base delle condizioni idrologiche, e meccanismi che consentano, quando possibile, di trasferire temporaneamente la risorsa verso gli usi nei quali produce il maggiore valore.

La questione riguarda anche le acque sotterranee. Se vengono imposti limiti soltanto ai prelievi dai corsi d’acqua, il rischio è che la pressione si sposti sulle falde, aumentando il loro sfruttamento proprio durante le fasi più critiche.

La gestione della scarsità dovrebbe quindi considerare congiuntamente acque superficiali e sotterranee.

Concessioni, catasto e prezzi: gli strumenti per rendere la riforma possibile

Per trasformare una regola ex ante in uno strumento realmente operativo, servono dati e strumenti di controllo.

Il Position Paper propone, tra le altre cose, di superare progressivamente le concessioni espresse soltanto in volumi assoluti, collegando invece il prelievo effettivamente esigibile alla quantità di risorsa disponibile.

Una concessione continuerebbe a rappresentare il limite massimo autorizzato, ma non costituirebbe una garanzia di erogazione del volume concesso anche durante una fase di forte scarsità.

Serve inoltre un catasto unico e interoperabile dei prelievi, capace di collegare ogni concessione al punto di prelievo, alla destinazione d’uso, ai dati di consumo e alla classe di priorità.

Anche i canoni possono diventare uno strumento di gestione. L’introduzione di una componente variabile legata alla severità della siccità consentirebbe di riflettere maggiormente il costo-opportunità dell’acqua nei periodi di scarsità e di incentivare comportamenti più efficienti.

La regola da costruire: cinque passaggi

L’approccio proposto può essere tradotto in una procedura relativamente semplice:

  1. garantire gli usi essenziali, a partire dal consumo umano e dalla tutela ecologica;
  2. proteggere l’agricoltura prioritaria, dando attenzione al primo raccolto e alle colture di maggiore valore o rilevanza sociale;
  3. destinare la risorsa residua agli altri utilizzi sulla base del beneficio marginale;
  4. applicare riduzioni progressive in funzione della severità della crisi;
  5. attivare meccanismi di compensazione per i territori e gli utenti che sopportano i sacrifici maggiori.

L’obiettivo non è eliminare la flessibilità delle decisioni locali, ma stabilire in anticipo le regole del gioco.

La sfida del cambiamento climatico: governare la scarsità prima dell’emergenza

Il punto centrale che emerge dal Position Paper del Laboratorio REF Ricerche è quindi una trasformazione della governance dell’acqua.

L’Italia ha sviluppato una buona capacità di osservare, misurare e prevedere la siccità. Il passo successivo consiste nel trasformare queste informazioni in decisioni allocative automatiche, preventive e proporzionate alla gravità della crisi.

Il modello auspicato è una governance distrettuale a due livelli: regole ex ante per stabilire priorità, vincoli e riduzioni minime; flessibilità ex post per adattare l’applicazione alle specificità dei territori.

Perché se la siccità smette di essere un’eccezione e diventa una condizione ricorrente, continuare a gestirla soltanto attraverso l’emergenza rischia di non essere più sufficiente.

La questione, in fondo, non è soltanto quanta acqua riusciremo ad avere. È stabilire, prima che arrivi la crisi, come decidere a chi destinarla quando non ce ne sarà abbastanza per tutti.

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