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Uno studio dimostra che le città possono ridurre fino al 60% il consumo di acqua dolce grazie a sistemi circolari, senza aumentare i costi

La scarsità d’acqua non è più un’emergenza lontana, ma una realtà che riguarda già oggi una parte consistente dell’Europa. Circa il 40% della popolazione dell’Unione vive infatti in aree soggette a stress idrico, una condizione che nelle città si fa ancora più critica per via della densità abitativa e dei consumi elevati.

In questo scenario, la gestione tradizionale delle risorse idriche mostra tutti i suoi limiti. Il modello più diffuso è ancora quello “lineare”: l’acqua viene prelevata da fiumi o falde, distribuita agli utenti, depurata e poi restituita all’ambiente. Un sistema che, di fatto, disperde una risorsa sempre più preziosa.

Eppure, secondo il nuovo studio “La scienza per la politica ambientale”: Servizio di allerta notizie della DG Ambiente della Commissione europea, a cura dell’Unità di comunicazione scientifica dell’Università del West of England, Bristol, un’alternativa esiste ed è già tecnicamente praticabile: passare a un modello circolare, in cui l’acqua viene riutilizzata più volte all’interno del sistema urbano.

Meno sprechi, più riuso: come funziona il sistema circolare

Per capire quanto questo cambiamento possa incidere davvero, i ricercatori hanno costruito un modello basato su una città tipo di un Paese ad alto reddito. Il punto di partenza è un sistema realistico: consumi domestici intorno ai 200 litri al giorno per persona, una domanda significativa da parte di attività economiche e, soprattutto, perdite di rete molto elevate, pari anche al 30%.

Su questa base, sono state simulate diverse strategie di miglioramento, dall’efficienza delle infrastrutture alla riduzione dei consumi, fino all’introduzione del riutilizzo delle acque reflue trattate.

Il risultato più interessante è che il cambiamento non richiede una singola soluzione, ma una combinazione di interventi coordinati.

Tre leve decisive per cambiare il sistema

La prima riguarda la rete: ridurre le perdite dal 30% al 10% significa recuperare una quota enorme di acqua che oggi si disperde prima ancora di arrivare agli utenti.

La seconda è legata ai comportamenti. Attraverso politiche di sensibilizzazione e tecnologie più efficienti, il consumo domestico può scendere sensibilmente, fino a circa 130 litri al giorno per persona.

Ma è la terza leva a fare davvero la differenza: il riutilizzo delle acque reflue trattate. Reintrodurre nel sistema fino al 60% dell’acqua depurata consente di trasformare il ciclo da aperto a chiuso, trattenendo la risorsa all’interno della città invece di disperderla.

Combinando queste tre misure, lo studio stima una riduzione dei prelievi di acqua dolce fino al 60%. Un risultato significativo, reso ancora più interessante dal fatto che i costi complessivi del sistema risulterebbero inferiori rispetto allo scenario attuale, nonostante gli investimenti iniziali.

Il nodo della desalinizzazione

Nel modello è stata presa in considerazione anche la desalinizzazione, una tecnologia che permette di trasformare l’acqua marina in acqua potabile. Integrata nel sistema, potrebbe portare a un’ulteriore riduzione dei prelievi, fino al 74%.

Tuttavia, i benefici si accompagnano a criticità non trascurabili: alti consumi energetici, emissioni e la produzione di salamoia potenzialmente dannosa per gli ecosistemi marini. Per questo motivo, i ricercatori suggeriscono che si tratti di una soluzione da valutare caso per caso, più che di una risposta universale.

Una trasformazione che riguarda anche i cittadini

Se dal punto di vista tecnico il passaggio a sistemi circolari appare sempre più concreto, resta aperta la questione sociale ed economica. Gli interventi sulle infrastrutture e l’ammodernamento delle reti comportano costi che, in parte, potrebbero ricadere su famiglie e imprese.

Inoltre, la riduzione dei consumi richiede un cambiamento culturale, che non può prescindere da campagne di informazione e coinvolgimento dei cittadini. Anche in un sistema più efficiente, infatti, l’acqua resterà una risorsa da usare con attenzione.

Il futuro dell’acqua è già tracciato

Il dato più rilevante che emerge dallo studio è forse proprio questo: la soluzione alla crisi idrica urbana non passa solo dal risparmio, ma da un ripensamento complessivo del sistema.

Ridurre gli sprechi è fondamentale, ma non sufficiente. È il riutilizzo a rappresentare il vero salto di qualità, perché consente di sganciare almeno in parte le città dalla dipendenza continua da nuove risorse naturali.

In un contesto segnato dai cambiamenti climatici e da una domanda crescente, l’acqua non può più essere considerata un bene “usa e getta”. Le città che sapranno chiudere il ciclo saranno anche quelle più resilienti.

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