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L’Italia affronta una crisi idrica senza precedenti: alluvioni sempre più frequenti, siccità prolungate e risorse d’acqua in diminuzione

Troppa acqua o troppo poca. È questa la contraddizione che descrive sempre meglio la condizione dell’Italia di fronte alla crisi climatica. Da una parte alluvioni, bombe d’acqua e precipitazioni sempre più intense. Dall’altra siccità prolungate, riserve idriche in diminuzione e territori costretti a fare i conti con razionamenti e carenze d’acqua. Due fenomeni apparentemente opposti che hanno però la stessa origine: il riscaldamento globale.

A fotografare questa situazione è il rapporto “Troppa o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia”, presentato da Italy for Climate durante la Venice Climate Week 2026

Lo studio mette in evidenza come la risorsa idrica sia oggi una delle più esposte agli effetti del cambiamento climatico e come il nostro Paese stia vivendo una trasformazione sempre più evidente del proprio equilibrio idrogeologico.

L’Italia si riscalda più velocemente della media globale

Negli ultimi cinquant’anni la temperatura media italiana è aumentata di circa due gradi centigradi, una crescita superiore alla media mondiale. Questo aumento modifica profondamente il ciclo dell’acqua. Temperature più elevate significano maggiore evaporazione e quindi una riduzione delle risorse disponibili nei periodi più caldi. Allo stesso tempo un’atmosfera più calda trattiene una quantità crescente di umidità, che viene poi rilasciata sotto forma di precipitazioni intense e concentrate in brevi periodi di tempo.

Il risultato è un’alternanza sempre più frequente tra lunghi periodi di siccità e fenomeni meteorologici estremi. Durante l’estate, soprattutto nelle regioni meridionali, la mancanza di pioggia e le alte temperature mettono sotto pressione le risorse idriche. Nei mesi autunnali e invernali, invece, sono soprattutto le regioni del Nord a subire gli effetti di piogge torrenziali e alluvioni.

Mediterraneo sempre più caldo, Venezia osservata speciale

Anche il Mediterraneo sta cambiando rapidamente. I mari hanno assorbito circa il 90% del calore in eccesso generato dalle emissioni di gas serra e il bacino mediterraneo è tra le aree che si stanno riscaldando più velocemente. Nel 2023 la temperatura media superficiale del Mediterraneo ha superato per la prima volta i 20 gradi, una soglia simbolica che testimonia un cambiamento ormai strutturale.

Le conseguenze sono già visibili. La biodiversità marina è sotto pressione e lungo le coste italiane si sta diffondendo sempre più rapidamente Amphistegina lobifera, una specie aliena invasiva che fino a pochi anni fa era praticamente assente dai nostri mari. Ma è soprattutto Venezia a rappresentare uno dei simboli più evidenti di questa trasformazione. Il livello del mare nella città lagunare è già aumentato di oltre quaranta centimetri rispetto alla fine dell’Ottocento e nel solo 2024 sono stati registrati più di duecento episodi di alta marea, il valore più elevato mai osservato.

Eventi estremi quasi triplicati in sei anni

Se il mare sale, sulla terraferma il rischio maggiore arriva dagli eventi estremi. Negli ultimi sei anni il numero di grandinate e precipitazioni intense registrate in Italia è quasi triplicato. Nel 2025 sono stati censiti 1.670 episodi contro i 660 registrati nel 2019.

La concentrazione più elevata si trova nel Nord Italia, con Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna che da sole raccolgono circa il 60% degli eventi estremi osservati negli ultimi anni.

Il conto della crisi climatica: 145 miliardi di euro di danni

Le conseguenze economiche sono enormi. Tra il 1980 e il 2024 i danni provocati da eventi climatici estremi hanno raggiunto i 145 miliardi di euro. Una cifra che colloca l’Italia al secondo posto in Europa dopo la Germania e che evidenzia una crescita sempre più rapida dei costi legati alla crisi climatica.

A rendere ancora più delicata la situazione contribuisce la fragilità del territorio. Oggi quasi tre milioni di famiglie vivono in aree considerate a rischio alluvione, insieme a un patrimonio composto da oltre un milione e mezzo di edifici, centinaia di migliaia di attività economiche e decine di migliaia di beni culturali.

Cementificazione e consumo di suolo aggravano il rischio alluvioni

La crescita degli eventi estremi non è dovuta soltanto al cambiamento climatico. A pesare è anche la continua impermeabilizzazione del territorio. Nel 2024 sono stati cementificati quasi ottomila ettari di suolo, con un aumento vicino al 70% rispetto al 2016.

Più cemento significa meno capacità del terreno di assorbire l’acqua piovana e maggiore vulnerabilità di città e aree produttive alle esondazioni.

Italia in stress idrico: sempre meno acqua disponibile

Ma se in alcuni momenti l’acqua è troppa, in altri diventa sempre più scarsa. L’Italia è infatti tra i Paesi europei maggiormente esposti allo stress idrico. Attualmente il nostro Paese utilizza circa il 27% delle proprie risorse idriche disponibili, superando la soglia di allerta fissata dall’Unione Europea al 20%.

La disponibilità d’acqua è diminuita del 20% nell’ultimo secolo e, se rapportata alla popolazione, risulta pari a circa la metà della media europea.

Neve e ghiacciai in ritirata: il caso della Marmolada

Il segnale più evidente arriva dalle montagne. Le precipitazioni nevose si sono dimezzate rispetto agli anni Cinquanta e la superficie dei ghiacciai italiani si è ridotta di oltre il 30%.

La Marmolada, il più grande ghiacciaio delle Dolomiti, ha perso circa l’80% del proprio volume nell’ultimo secolo e, secondo le stime degli esperti, potrebbe scomparire entro il 2050.

Record di consumi: l’Italia è prima in Europa per prelievi d’acqua

Paradossalmente, mentre l’acqua disponibile diminuisce, l’Italia continua a essere il Paese europeo che ne preleva di più. Nel 2023 sono stati utilizzati circa 36 miliardi di metri cubi d’acqua, più di quanto abbiano fatto Spagna, Francia e Germania.

Agricoltura, consumi civili e industria continuano a esercitare una forte pressione sulle risorse idriche nazionali, in un contesto che diventa ogni anno più fragile.

Le perdite della rete idrica restano una delle emergenze nazionali

A pesare è soprattutto l’inefficienza delle infrastrutture. Oggi il 42% dell’acqua immessa nelle reti idriche viene disperso prima di arrivare a destinazione. Una quota che continua a crescere e che rende ancora più urgente il rinnovo degli acquedotti.

La sfida del futuro: adattarsi a un’Italia più calda e più fragile

Secondo gli esperti, la risposta non può limitarsi alla gestione delle emergenze. Servono investimenti strutturali, una maggiore efficienza nell’uso dell’acqua, il riutilizzo delle acque depurate, la raccolta delle acque piovane e un deciso stop al consumo di suolo.

La fotografia che emerge dal rapporto è quella di un Paese che sta già vivendo gli effetti del cambiamento climatico. Un’Italia in cui la crisi dell’acqua non rappresenta più uno scenario futuro, ma una realtà quotidiana che si manifesta attraverso due facce della stessa emergenza: alluvioni sempre più devastanti e siccità sempre più lunghe.

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