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PFAS sotto osservazione in Italia: ENEA e Ministero dell’Ambiente firmano un accordo da 2,5 milioni di euro per monitorare le sostanze chimiche nelle acque reflue, sviluppare tecnologie di bonifica e valutare i rischi per salute e ambiente

L’Italia accelera la lotta contro i PFAS, le sostanze chimiche conosciute come “forever chemicals” per la loro straordinaria capacità di resistere alla degradazione nell’ambiente.

ENEA e Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) hanno siglato un accordo di collaborazione da 2,5 milioni di euro destinato al monitoraggio, alla ricerca e allo sviluppo di tecnologie innovative per contrastare la contaminazione nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio programma nazionale di monitoraggio ambientale che coinvolge anche ISPRA, Istituto Superiore di Sanità e Consiglio Nazionale delle Ricerche, con l’obiettivo di costruire una mappa completa della diffusione dei PFAS nelle diverse matrici ambientali italiane.

Cosa prevede il progetto: analisi, bonifica e valutazione dei rischi

Le attività affidate a ENEA saranno coordinate dal Dipartimento Sostenibilità attraverso tre linee operative che puntano a comprendere meglio la diffusione di queste sostanze e a sviluppare strumenti efficaci per eliminarle.

Mappatura della contaminazione e analisi delle tecnologie esistenti

La prima fase del progetto riguarderà l’analisi della presenza dei PFAS nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione, distinguendo le diverse classi di molecole e valutandone la distribuzione geografica sia in Italia che nel resto d’Europa.

Parallelamente sarà realizzata una ricognizione delle tecnologie oggi disponibili per la loro rimozione, valutandone l’efficacia sulle diverse tipologie di PFAS. Tra i processi che saranno approfonditi figura anche l’incenerimento, una delle soluzioni più discusse per la gestione dei materiali contaminati.

Nuove tecnologie biologiche per eliminare i PFAS

Il secondo filone di ricerca punta invece allo sviluppo di sistemi innovativi di biorisanamento.

L’obiettivo è individuare comunità di microrganismi capaci di degradare o ridurre la presenza dei PFAS nelle acque reflue. Dopo una prima fase dedicata al monitoraggio e alla selezione dei consorzi microbici più promettenti, le tecnologie verranno testate direttamente su campioni provenienti da impianti di depurazione reali.

Si tratta di una delle sfide più complesse nel settore ambientale, poiché la struttura chimica dei PFAS li rende particolarmente resistenti ai normali processi di trattamento.

Gli effetti sulla salute e sull’ambiente

La terza linea di attività sarà dedicata alla valutazione degli effetti tossicologici di queste sostanze sugli ecosistemi e sulle persone.

Particolare attenzione sarà rivolta al riutilizzo delle acque reflue in agricoltura. I ricercatori analizzeranno infatti il rischio che i PFAS possano entrare nella catena alimentare attraverso colture irrigate con acqua contaminata, arrivando successivamente sulle tavole dei consumatori.

Secondo gli esperti, comprendere il livello di esposizione indiretta rappresenta uno degli aspetti fondamentali per definire future strategie di prevenzione e gestione del rischio.

Cosa sono i PFAS e perché preoccupano sempre di più

I PFAS costituiscono una vasta famiglia di sostanze chimiche sintetiche utilizzate da decenni in numerosi processi industriali e prodotti di uso quotidiano.

Si trovano, ad esempio, nelle pentole antiaderenti, negli imballaggi alimentari, nei tessuti impermeabili, nelle schiume antincendio e in molti materiali progettati per resistere all’acqua, ai grassi e alle alte temperature.

Proprio queste caratteristiche ne hanno favorito la diffusione globale, ma rappresentano anche il principale problema ambientale. Il legame tra carbonio e fluoro che caratterizza i PFAS è infatti uno dei più stabili in chimica e rende queste sostanze estremamente difficili da degradare.

Per questo vengono definite “sostanze eterne”: una volta disperse nell’ambiente possono permanere per anni o addirittura decenni, accumulandosi in acque, suoli, sedimenti e organismi viventi.

Le aree più colpite in Italia

In Italia i casi più noti di contaminazione da PFAS sono stati registrati nelle regioni caratterizzate da una forte presenza industriale.

Veneto, Lombardia e Piemonte risultano tra le aree maggiormente interessate dal fenomeno, anche se gli esperti sottolineano che la presenza di queste sostanze rappresenta una criticità diffusa a livello nazionale.

La crescente attenzione istituzionale nasce proprio dalla necessità di comprendere l’entità reale della contaminazione e di individuare soluzioni efficaci per limitarne la diffusione.

Dal 2026 scattano i controlli obbligatori in tutta Europa

L’urgenza del problema è confermata anche dalle nuove disposizioni europee.

Dal 2026 tutti gli Stati membri dell’Unione Europea saranno obbligati a monitorare in modo armonizzato la presenza dei PFAS nell’acqua potabile, in conformità ai nuovi limiti introdotti dalla normativa comunitaria.

L’accordo tra ENEA e Ministero dell’Ambiente rappresenta quindi un passo strategico per preparare il sistema italiano ai nuovi standard europei e per rafforzare la tutela della salute pubblica e delle risorse idriche.

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