- 27/07/2026
- Redazione
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Il rapporto ONU SOFI 2026 registra un calo della fame mondiale per il terzo anno consecutivo, ma avverte: conflitti, crisi climatiche e costo del cibo sano minacciano gli obiettivi del 2030
La fame nel mondo diminuisce, ma il traguardo della sicurezza alimentare globale resta ancora lontano. È questo il messaggio centrale del nuovo Rapporto sullo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel Mondo 2026 (SOFI 2026), pubblicato dalle cinque principali agenzie delle Nazioni Unite impegnate nella lotta alla fame e alla malnutrizione.
Il documento fotografa un miglioramento importante: nel 2025 la quota della popolazione mondiale che ha sofferto la fame è scesa al 7,8%, rispetto all’8,1% del 2024 e all’8,6% del 2022. In termini assoluti significa che circa 645 milioni di persone hanno vissuto una condizione di denutrizione, quasi 14 milioni in meno rispetto all’anno precedente e 43 milioni in meno rispetto al 2022.
Un segnale incoraggiante, secondo l’ONU, perché dimostra che invertire la tendenza è possibile. Ma il rapporto avverte anche che i progressi restano fragili, diseguali e ancora troppo lenti rispetto all’obiettivo internazionale di eliminare la fame entro il 2030.
Il mondo migliora, ma l’Africa resta il continente più colpito dalla fame
Dietro il dato globale positivo si nasconde una realtà profondamente diversa da regione a regione. Alcune aree del pianeta hanno registrato miglioramenti costanti, soprattutto Asia, America Latina e Caraibi. Al contrario, l’Africa continua a essere il principale epicentro della crisi alimentare.
Nel continente africano vivono oggi circa 309 milioni di persone che soffrono la fame, un numero superiore a quello dell’Asia, dove le persone denutrite sono circa 292 milioni.
La percentuale della popolazione africana colpita dalla fame è leggermente diminuita, passando dal 20,3% del 2024 al 20% del 2025, ma l’aumento della popolazione rende più difficile trasformare questo miglioramento in una vera inversione di rotta.
Il rapporto sottolinea come la fame non sia soltanto una questione di disponibilità di cibo, ma anche di accesso economico, stabilità politica e capacità dei sistemi agricoli di resistere alle crisi.
Oltre due miliardi di persone vivono ancora una condizione di insicurezza alimentare
La fotografia dell’ONU diventa ancora più complessa se si considera il fenomeno dell’insicurezza alimentare, cioè la difficoltà ad avere regolarmente accesso a quantità sufficienti di alimenti sicuri e nutrienti.
Nel 2025 circa 2,1 miliardi di persone, pari al 25,8% della popolazione mondiale, hanno affrontato una situazione di insicurezza alimentare moderata o grave. Il dato è in miglioramento rispetto al 2024 e agli anni della pandemia, ma resta ancora superiore ai livelli precedenti al Covid.
Le differenze tra continenti rimangono profonde. In Africa oltre la metà della popolazione, il 56,6%, ha vissuto una condizione di insicurezza alimentare, mentre la quota scende al 20,3% in Asia, al 22,9% in America Latina e Caraibi e all’8,7% in Nord America ed Europa.
Il rapporto evidenzia inoltre che le difficoltà alimentari continuano a colpire soprattutto le comunità rurali e le donne, anche se il divario di genere si è leggermente ridotto nell’ultimo anno.
Guerre, clima e inflazione: la strada verso il 2030 resta piena di ostacoli
Le Nazioni Unite guardano con preoccupazione ai prossimi anni. Le nuove proiezioni contenute nel rapporto tengono conto dell’impatto delle crisi geopolitiche e, in particolare, delle conseguenze del conflitto in Medio Oriente sui prezzi dell’energia, dei fertilizzanti e degli alimenti.
Secondo lo scenario aggiornato, nel 2030 potrebbero ancora esserci tra 510 e 520 milioni di persone che soffriranno la fame, contro una previsione precedente di circa 503 milioni.
A pesare sul futuro sono anche altri fattori di rischio: eventi climatici estremi, crisi economiche, riduzione degli aiuti internazionali e maggiore instabilità dei sistemi alimentari.
Il rapporto ricorda che fenomeni meteorologici come quelli legati a El Niño potrebbero aggravare ulteriormente una situazione già fragile.
Malnutrizione infantile e salute: progressi troppo lenti per gli obiettivi globali
La riduzione della fame non coincide automaticamente con un miglioramento della qualità dell’alimentazione. Il rapporto SOFI 2026 evidenzia infatti che molti indicatori nutrizionali continuano a migliorare troppo lentamente.
Nel mondo circa 150 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono ancora di ritardo della crescita, mentre soltanto il 30,8% dei bambini tra i 6 e i 23 mesi segue una dieta con una varietà minima adeguata.
Anche l’anemia tra le donne tra i 15 e i 49 anni rappresenta un problema crescente, mentre l’obesità adulta continua ad aumentare. La quota di adulti obesi è passata dal 12,1% del 2012 al 16,2% del 2024, allontanando l’obiettivo internazionale di fermarne la crescita.
Il rapporto evidenzia quindi una doppia emergenza: in alcune aree del mondo milioni di persone non riescono ancora ad avere abbastanza cibo, mentre in altre cresce il consumo di alimenti poco salutari.
Il prezzo del cibo sano aumenta: quasi 2,7 miliardi di persone non possono permetterselo
La dieta equilibrata resta fuori dalla portata di una persona su tre
Uno dei capitoli più rilevanti del rapporto SOFI 2026 riguarda il costo dell’alimentazione sana.
Secondo la FAO e l’OMS, una dieta sana deve essere adeguata dal punto di vista energetico, equilibrata, varia e capace di garantire il necessario apporto di nutrienti. Ma per milioni di famiglie nel mondo questo rappresenta ancora un obiettivo difficile da raggiungere.
Nel 2025 il costo medio globale minimo di una dieta sana è salito a 4,28 dollari al giorno a parità di potere d’acquisto, rispetto ai 3,44 dollari del 2021 e ai 2,94 dollari del 2017.
Parallelamente il numero delle persone che non possono permettersi un’alimentazione equilibrata è diminuito, passando dai 2,97 miliardi del 2021 ai 2,69 miliardi del 2025.
Ma anche in questo caso le differenze regionali sono enormi. In Africa il 66,6% della popolazione non aveva risorse sufficienti per acquistare una dieta sana, una percentuale molto più alta rispetto ad Asia e America Latina.
Perché mangiare sano costa ancora troppo
Il rapporto individua nelle filiere agroalimentari uno dei principali fattori che incidono sul prezzo finale del cibo.
Trasporto, trasformazione, distribuzione e commercio rappresentano una parte significativa del costo pagato dai consumatori. Secondo le Nazioni Unite, migliorare l’efficienza di questi passaggi è fondamentale per rendere più accessibili soprattutto gli alimenti freschi e nutrienti.
Per questo servono investimenti in infrastrutture agricole, ricerca, sistemi di irrigazione, catene del freddo e politiche capaci di sostenere produzioni più resilienti e sostenibili.
Ridurre il prezzo del cibo sano, secondo il rapporto, non significa soltanto abbassare i costi, ma trasformare profondamente il modo in cui il cibo viene prodotto, distribuito e consumato.
I leader delle agenzie ONU: “Serve accelerare, il cibo sano non può essere un lusso”
FAO: “I progressi sono possibili, ma dobbiamo fare di più”
Il direttore generale della FAO, QU Dongyu, sottolinea che il rapporto dimostra come la lotta alla fame possa produrre risultati concreti, ma richieda un impegno maggiore.
“Porre fine alla fame e rendere accessibili le diete sane richiede impegno politico, investimenti costanti e politiche abilitanti”, afferma, ricordando come pandemia, guerre e crisi climatiche abbiano mostrato la necessità di rafforzare ulteriormente i sistemi agroalimentari mondiali.
Secondo QU Dongyu, le crisi recenti hanno evidenziato sia la capacità di resistenza dei sistemi alimentari sia la necessità di proteggerne le fasce più vulnerabili: agricoltori, famiglie e consumatori.
IFAD: “Servono filiere resilienti per rendere il cibo sano accessibile”
Per il presidente dell’IFAD Alvaro Lario, il problema centrale resta quello dell’accessibilità economica.
“Il costo di una dieta sana continua ad aumentare e quasi 2,7 miliardi di persone potrebbero ancora non essere in grado di permettersela”, osserva.
La soluzione, secondo Lario, passa dalla costruzione di catene del valore più solide e resilienti, capaci di collegare produzione agricola, mercati locali e consumatori.
“Dobbiamo trasformare le evidenze del rapporto SOFI in investimenti”, aggiunge, puntando sulla collaborazione internazionale per rafforzare economie rurali e sistemi alimentari.
UNICEF: “Ogni bambino deve poter crescere con un’alimentazione adeguata”
La direttrice esecutiva dell’UNICEF Catherine Russell richiama l’attenzione soprattutto sui più piccoli.
“Ogni bambino merita la possibilità di crescere e sviluppare appieno il proprio potenziale, e questo inizia con l’accesso a cibo nutriente e a prezzi accessibili”, afferma.
Secondo Russell, il rapporto mostra che gli attuali sistemi alimentari stanno ancora lasciando indietro milioni di bambini e famiglie.
Per questo, sottolinea, alimentazione, salute, istruzione e protezione sociale devono essere affrontate insieme per difendere le fasce più vulnerabili dagli shock globali.
WFP: “Dietro ogni numero c’è una famiglia in difficoltà”
Anche il Programma alimentare mondiale richiama l’attenzione sulla dimensione umana della crisi.
Il direttore esecutivo ad interim Carl Skau ricorda che dietro ogni statistica ci sono persone reali costrette a fare i conti con il prezzo del cibo.
“Conflitti e shock climatici spingono sempre più famiglie oltre le loro possibilità”, spiega, sottolineando la necessità di investimenti continui per costruire sistemi alimentari capaci di resistere alle crisi.
OMS: “Una dieta sana deve essere alla portata di tutti”
Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus accoglie positivamente il calo della fame, ma avverte che la situazione nutrizionale globale resta critica.
“Un’alimentazione sana rimane ancora inaccessibile a una persona su tre nel mondo”, dichiara.
Secondo il numero uno dell’OMS, la risposta passa da politiche concrete: promozione dell’allattamento al seno, migliore informazione nutrizionale, tutela dei bambini dal marketing dannoso e interventi contro il consumo eccessivo di prodotti poco salutari.
“Un’alimentazione sana non è un lusso, ma il fondamento della salute e deve essere alla portata di tutti”, conclude.
La sfida finale: trasformare i progressi contro la fame in un cambiamento duraturo
Il rapporto SOFI 2026 consegna quindi un messaggio ambivalente: il mondo può ridurre la fame, ma non può permettersi di rallentare.
I numeri mostrano un miglioramento reale, ma anche una fragilità ancora evidente. Guerre, cambiamenti climatici, aumento dei costi e disuguaglianze economiche continuano a mettere sotto pressione milioni di persone.
La sfida dei prossimi anni sarà trasformare il calo della fame in una tendenza stabile, facendo sì che una dieta sana non sia un privilegio per pochi, ma un diritto accessibile a tutti.
























































































































































































































































































































































































































