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Nel 2024 il mondo ha emesso 53,2 Gt di CO₂ equivalente, il livello più alto mai registrato, ma l’Unione Europea guida la riduzione delle emissioni tra le grandi economie, dimostrando che il disaccoppiamento tra crescita economica e inquinamento è possibile

Le emissioni globali di gas serra hanno raggiunto un nuovo picco nel 2024, con 53,2 gigatonnellate (Gt) di CO₂ equivalente rilasciate nell’atmosfera dalle attività umane. Si tratta di un aumento dell’1,3% rispetto all’anno precedente, pari a circa 665 milioni di tonnellate – più o meno quanto ha emesso la Germania in tutto il 2024.

È quanto emerge dai nuovi dati pubblicati dal Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione Europea attraverso il database EDGAR, in collaborazione con l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA).

Ma in mezzo a un quadro globale preoccupante, l’Unione Europea si distingue come leader nella riduzione delle emissioni. Secondo il rapporto, l’UE ha registrato un calo dell’1,8% delle emissioni (circa 60 Mt CO₂eq) rispetto al 2023, proseguendo la sua traiettoria discendente iniziata negli anni ’90.

Crescita economica sì, ma meno inquinante

Nonostante l’aumento assoluto delle emissioni globali, una tendenza incoraggiante emerge: tutte le principali economie del pianeta hanno ridotto l’intensità emissiva per unità di PIL. In parole semplici, si produce di più inquinando meno.

L’UE è l’esempio più virtuoso di questo processo di disaccoppiamento. Dal 1990 a oggi, ha ridotto drasticamente le sue emissioni mentre il PIL (a parità di potere d’acquisto) ha continuato a crescere. Un trend che non si limita all’Europa: anche Stati Uniti, Russia e Giappone hanno raggiunto un disaccoppiamento assoluto, registrando livelli di PIL PPA più elevati ma con emissioni inferiori rispetto ai primi anni ’90.

Cina e India, al contrario, hanno visto aumentare le loro emissioni in linea con la forte crescita economica, sebbene a un ritmo più lento rispetto all’espansione del PIL. Un chiaro segnale che il mondo si sta muovendo – seppur a velocità diverse – verso un’economia più efficiente e meno dipendente dai combustibili fossili.

I grandi inquinatori: chi inquina di più

Nel 2024, otto economie – Cina, Stati Uniti, India, UE, Russia, Indonesia, Brasile e Giappone – sono responsabili del 66,2% delle emissioni globali. Tuttavia, solo l’Unione Europea e il Giappone hanno registrato un calo annuale (rispettivamente -1,8% e -2,8%).

Tra gli aumenti più significativi si segnalano: India: +3,9% (+164,8 Mt CO₂eq); Indonesia: +5% (l’incremento relativo più alto); Russia: +2,4%; Cina: +0,8%; USA: +0,4% e Brasile: +0,2%.

In totale, questi otto Paesi rappresentano oltre la metà della popolazione mondiale, il 68% del PIL globale e circa due terzi del consumo di energia fossile.

Emissioni per settore: l’energia resta il tallone d’Achille

Il settore energetico continua a essere il principale responsabile dell’aumento delle emissioni globali. Nel 2024 ha registrato un incremento di 235 Mt CO₂eq (+1,5%), trainato soprattutto da un maggior consumo di combustibili fossili (+1,6%).

Altri settori – come industria, edilizia, trasporti, agricoltura e gestione dei rifiuti – hanno mantenuto livelli stabili o leggermente crescenti, indicando che la transizione verde resta ancora incompleta.

Foreste e suoli: un fragile equilibrio

Il rapporto dedica un ampio approfondimento al settore LULUCF (uso del suolo, cambiamenti di uso del suolo e silvicoltura). Nel 2024, questo settore ha assorbito circa 1,3 Gt di CO₂eq, ma gli incendi boschivi – soprattutto in Canada, Brasile e Bolivia – hanno trasformato il comparto in un’emissione netta di 0,9 Gt.

Le foreste gestite hanno rimosso ben 5,5 Gt di CO₂ (quasi il 14% delle emissioni totali), ma la deforestazione ha contribuito con 3,7 Gt di CO₂, il 9,3% del totale globale. Un fragile equilibrio che rischia di inclinarsi sempre più verso l’emissione, se non si agisce con urgenza.

L’UE punta al -90% entro il 2040

La leadership climatica dell’Unione Europea è sostenuta da obiettivi ambiziosi. Il Green Deal Europeo e la Legge sul Clima fissano la neutralità climatica entro il 2050 e un taglio delle emissioni del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Nel luglio 2025, la Commissione ha aggiunto un nuovo traguardo: la riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040. Un obiettivo che sarà accompagnato da nuovi strumenti legislativi e una maggiore flessibilità per i Paesi membri nel percorso verso la decarbonizzazione.

Un patrimonio di dati per affrontare il futuro

Il rapporto EDGAR non è solo un’analisi tecnica: rappresenta uno strumento fondamentale per politici, scienziati e cittadini. Le sue serie temporali – che coprono tutti i Paesi dal 1970 al 2024 – permettono di valutare l’efficacia delle politiche ambientali, confrontare le performance tra nazioni e pianificare interventi più mirati.

Gestiti dal JRC della Commissione Europea, i dati EDGAR sono integrati regolarmente nei negoziati internazionali sul clima, tra cui il Rapporto sul Divario delle Emissioni dell’UNEP e i vertici della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC.

Leggi anche: Unione europea: crescono le emissioni di gas serra legate all’economia

L’azione è possibile, ma serve accelerare

I dati parlano chiaro: il mondo continua a inquinare troppo. Ma esistono esempi concreti che dimostrano che un’economia prospera può andare di pari passo con la riduzione delle emissioni. L’Unione Europea lo sta già facendo, così come altri attori chiave.

La sfida ora è globale. Raggiungere la neutralità climatica richiederà non solo politiche ambiziose, ma anche cooperazione internazionale, innovazione tecnologica e, soprattutto, una volontà politica condivisa. I prossimi anni saranno decisivi.

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