- 26/09/2026
- Redazione
- 0
Microinquinanti nelle acque reflue, la direttiva Ue chiede a farmaci e cosmetici di coprire almeno l’80% dei costi di depurazione
Chi deve pagare per rimuovere i microinquinanti dalle acque reflue? La nuova Direttiva europea sul trattamento delle acque reflue urbane introduce per la prima volta nel settore idrico il principio “chi inquina paga”, attraverso un sistema di responsabilità estesa del produttore.
La Direttiva 2024/3019 prevede che i produttori di farmaci e cosmetici coprano almeno l’80% dei costi necessari per rimuovere i microinquinanti attraverso il trattamento quaternario. Una novità destinata a incidere sugli investimenti dei gestori del servizio idrico e sul futuro assetto del finanziamento della depurazione.
Il tema è al centro del nuovo position paper di Laboratorio REF Ricerche, Rimuovere i microinquinanti dalle acque reflue: chi paga?.
Come cambia la depurazione delle acque
La nuova disciplina punta a intervenire sui microinquinanti presenti nelle acque reflue attraverso un livello aggiuntivo di trattamento.
Gli obiettivi sono due: prevenire l’inquinamento alla fonte e fare in modo che chi contribuisce a generarlo partecipi ai costi della sua rimozione.
Il sistema dovrebbe inoltre incentivare i produttori a migliorare, quando possibile, composizione e caratteristiche ambientali dei prodotti e favorire un uso più consapevole da parte dei consumatori.
La direttiva è entrata in vigore il 1° gennaio 2025 e dovrà essere recepita dagli Stati membri entro luglio 2027. Entro la fine dello stesso anno la Commissione dovrà definire i criteri per le esenzioni di alcune categorie di prodotti.
I programmi nazionali di attuazione sono previsti per gennaio 2028 e, entro la fine dell’anno, dovrà essere operativo lo schema di responsabilità estesa del produttore.
Gli obiettivi fino al 2045
Il trattamento quaternario sarà introdotto progressivamente. Per gli impianti con almeno 150mila abitanti equivalenti, l’obiettivo è trattare il 20% degli scarichi entro il 2033, il 60% entro il 2039 e il 100% entro il 2045.
Per gli agglomerati con almeno 10mila abitanti equivalenti che scaricano in aree a rischio, la progressione sarà del 10% nel 2033, del 30% nel 2036, del 60% nel 2039 e del 100% nel 2045.
L’obiettivo prestazionale previsto dalla direttiva è una rimozione media minima dell’80% del carico di microinquinanti in ingresso agli impianti. La conformità sarà misurata sulla rimozione di almeno sei microinquinanti selezionati in condizioni operative normali.
Secondo lo studio realizzato per la Commissione Ue e citato da Laboratorio REF, farmaceutica e cosmetica generano complessivamente circa il 92% del carico di microinquinanti, con una quota del 66% attribuita ai farmaci e del 26% alla cosmesi.
Il nodo delle aree a rischio
Per gli agglomerati tra 10mila e 150mila abitanti equivalenti, il trattamento quaternario sarà obbligatorio negli impianti che scaricano in aree considerate a rischio.
La direttiva distingue tra aree a “inclusione presuntiva”, dove il rischio si presume salvo prova contraria, e aree a “inclusione condizionata”, inserite nell’elenco solo se la valutazione evidenzia un rischio.
Secondo Laboratorio REF, l’assenza di parametri uniformi europei lascia un margine di discrezionalità nazionale. L’elenco delle aree a rischio dovrà essere definito entro il 2030, mentre il primo obiettivo di trattamento scatterà già nel 2033.
Per questo, secondo il position paper, sarebbe importante avviare quanto prima l’individuazione delle aree meno controverse e definire rapidamente una metodologia comune.
Chi pagherà la nuova depurazione?
Il sistema EPR prevede che i produttori di farmaci e cosmetici coprano almeno l’80% dei costi ammissibili per la rimozione dei microinquinanti e per il funzionamento del sistema.
Gli Stati potranno aumentare questa percentuale. La quota restante potrà essere finanziata attraverso bilanci pubblici, fondi europei, altre risorse pubbliche o la tariffa idrica, che dovrà comunque rimanere sostenibile per gli utenti.
Il sondaggio realizzato da Laboratorio REF su mille cittadini italiani a luglio mostra che l’80% considera importante investire nella depurazione avanzata, anche quando i benefici non sono immediatamente percepibili. Il 69% ritiene inoltre che almeno l’80% dei costi debba essere sostenuto dai produttori.
Per la quota restante, la fiscalità generale risulta la soluzione preferita, mentre l’aumento della tariffa idrica è l’opzione meno gradita.
Quanto costerà all’Italia?
Le stime riportate nel position paper sono diverse.
Il Joint Research Centre (JRC) europeo stima per l’Italia un costo annuo di circa 116 milioni di euro, pari a circa 2 euro per abitante a piena conformità.
Il Blue Book 2026 di Utilitalia-Utilitatis indica invece circa 133 milioni di euro l’anno, pari a 2,3 euro per abitante, calcolando il costo sul carico effettivo. Se il calcolo viene effettuato sulla capacità di progetto, la stima sale a 215,5 milioni di euro, pari a 3,7 euro per abitante.
A livello europeo, il costo complessivo a regime è stimato in circa 1,06 miliardi di euro l’anno al 2045.
Le critiche dell’industria
Le stime del JRC sono state contestate dall’industria farmaceutica e cosmetica, che mette in discussione sia la scelta di concentrarsi sui due settori sia l’entità dei costi e del contributo dei farmaci alla tossicità delle acque.
Le associazioni europee di settore hanno presentato ricorso alla Corte di giustizia dell’Ue, contestando la disciplina. Nel 2026 il Tribunale ha però dichiarato entrambi i ricorsi irricevibili.
Anche la Polonia ha contestato la disciplina davanti alla Corte di giustizia Ue.
Il Parlamento Ue chiede uno “stop the clock”
Il confronto ha portato a un passaggio importante il 18 giugno 2026, quando il Parlamento europeo ha chiesto uno “stop the clock”, cioè una sospensione temporanea degli obblighi EPR e del trattamento quaternario.
La richiesta è legata alla necessità di attendere una nuova valutazione d’impatto della Commissione, prevista entro la fine del 2026.
L’analisi dovrà rafforzare le basi scientifiche delle stime, valutare l’impatto sull’accessibilità e sulla disponibilità dei farmaci e verificare se il contributo debba essere esteso anche ad altri settori industriali.
Restano invece validi gli altri obblighi della direttiva, compresi quelli relativi alla raccolta e al trattamento delle acque reflue, ai trattamenti secondario e terziario e agli obiettivi di neutralità energetica e riduzione delle emissioni entro il 2045.
La sfida per l’Italia
Per l’Italia la partita riguarda soprattutto governance, investimenti e finanziamenti.
I produttori e gli importatori dovranno rendicontare caratteristiche e quantità dei prodotti immessi sul mercato e versare il contributo ambientale alle organizzazioni di responsabilità estesa.
Le utilities idriche dovranno invece realizzare gli interventi necessari per rispettare gli obiettivi della direttiva.
Ad ARERA, in qualità di regolatore economico, spetterà un ruolo nella definizione e validazione dei costi ammissibili, nell’integrazione dei contributi EPR nel metodo tariffario e nella sostenibilità economica delle tariffe.
Il problema è anche temporale: il gettito dello schema EPR partirà dal 2029, mentre il primo obiettivo fisico scatterà nel 2033. I gestori potrebbero quindi dover anticipare una parte degli investimenti prima che il sistema di contribuzione dei produttori sia pienamente operativo.
Una partita aperta fino al 2045
La nuova disciplina europea segna un cambio di passo nella gestione dei microinquinanti nelle acque reflue. Ma la sua efficacia dipenderà dalle modalità con cui verranno definiti costi, responsabilità e finanziamenti.
La questione non riguarda soltanto chi dovrà pagare. Occorre stabilire quali costi siano ammissibili, come garantire la stabilità delle risorse e quanto della spesa possa eventualmente ricadere sugli utenti attraverso la tariffa idrica.
Lo “stop the clock” e la nuova valutazione della Commissione aprono ora una fase di confronto. Per l’Italia sarà importante utilizzare questo periodo per definire una governance chiara, programmare gli interventi e costruire un sistema finanziario stabile.
La sfida della depurazione dei microinquinanti, insomma, è appena iniziata. E il suo orizzonte arriva fino al 2045.








































































































































































































































































































































































































































