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Biologico Italia: il rapporto ISMEA fotografa un settore in bilico. Nel 2025 le superfici biologiche scendono del 5,4%, mentre i consumi crescono del 9,2%. Debutta il nuovo Marchio Biologico Italiano

La domanda di prodotti biologici continua a crescere, ma in Italia diminuiscono le superfici agricole destinate al bio e rallenta l’ingresso di nuove aziende nel sistema certificato. È il paradosso fotografato dai dati 2025 presentati in occasione della Giornata Europea del Biologico.

Mentre i consumatori mostrano un interesse sempre maggiore per gli alimenti biologici, per molte imprese agricole produrre bio è diventato più difficile e costoso.

Secondo il rapporto “Bio in Cifre 2026”, curato da ISMEA per il Ministero dell’Agricoltura, nel 2025 la superficie agricola biologica italiana è scesa del 5,4%, fermandosi a 2,37 milioni di ettari. Gli operatori biologici sono invece diminuiti dell’1,8%, mentre sul fronte dei consumi il quadro è decisamente diverso: gli acquisti domestici di prodotti bio sono aumentati del 9,2%, sia in valore sia in volume.

Un andamento che riporta al centro una questione decisiva per il futuro del settore: come trasformare una domanda crescente in un’opportunità concreta per le aziende agricole italiane.

Bio, calano le superfici ma crescono i consumi

Il dato sulla superficie agricola biologica va letto soprattutto guardando alla composizione della contrazione. Nel 2025 le superfici complessive sono diminuite del 5,4%, ma quelle già certificate biologiche sono rimaste sostanzialmente stabili, con una flessione dello 0,5%.

A diminuire in maniera più marcata sono state invece le superfici in conversione, scese del 24,4%. È un indicatore importante perché rappresenta il bacino delle aziende e dei terreni che stanno entrando nel sistema biologico.

Anche il numero complessivo degli operatori ha registrato una contrazione: le aziende agricole bio sono 85.443, mentre gli operatori biologici complessivi sono 95.386.

Il quadro cambia quando si osserva il comportamento dei consumatori. Nel 2025 i consumi domestici di prodotti biologici sono cresciuti del 9,2%, portando il comparto a rappresentare circa il 4% del valore complessivo dell’agroalimentare italiano. Nei primi sei mesi del 2026, inoltre, le vendite di prodotti biologici hanno registrato un ulteriore incremento del 4%, con una dinamica superiore a quella dell’agroalimentare convenzionale.

Un settore che negli ultimi dieci anni è comunque cresciuto

La frenata dell’ultimo anno non cancella però la crescita registrata nel medio periodo. Nell’arco dell’ultimo decennio le superfici coltivate con metodo biologico sono aumentate del 32,4%, pari a oltre 580mila ettari in più.

Il dato del 2025 sembra quindi indicare soprattutto un rallentamento del processo di espansione, più che un arretramento generalizzato della produzione biologica italiana. A destare maggiore attenzione è proprio la forte diminuzione delle superfici in conversione.

Una parte significativa delle superfici perse riguarda prati permanenti e aree foraggere, un fenomeno che richiama anche le difficoltà della zootecnia biologica, alle prese con costi di produzione elevati e prezzi riconosciuti agli allevatori che non sempre compensano gli oneri sostenuti.

Per le aziende aumentano costi, burocrazia e incertezza

Dietro i numeri ci sono difficoltà che riguardano l’intero sistema agricolo e che, nel caso del biologico, si sommano ai costi della certificazione e agli adempimenti specifici.

Caldo estremo, siccità e fenomeni climatici avversi rendono più complessa la programmazione delle produzioni. A questo si aggiungono l’aumento dei costi, l’instabilità geopolitica e l’incertezza legata al futuro della Politica agricola comune.

Per Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, le piccole e medie aziende biologiche sono particolarmente esposte a queste pressioni. Tra le richieste avanzate dall’organizzazione figurano una maggiore semplificazione degli adempimenti, politiche di sostegno più mirate e la costruzione di filiere capaci di riconoscere agli agricoltori un prezzo adeguato.

Il tema è anche europeo. Il recente sondaggio del Copa-Cogeca tra gli agricoltori dell’Unione europea indica nella sostenibilità economica delle imprese una delle principali priorità per il futuro del comparto. Tra le proposte avanzate figurano maggiori investimenti nell’informazione e nell’educazione dei consumatori e misure specifiche per l’intera filiera.

Importazioni e concorrenza: il nodo dell’origine italiana

Un altro elemento che alimenta il confronto riguarda le importazioni. Secondo Coldiretti Bio, nel 2025 quelle di prodotti biologici sono aumentate del 25%.

Il timore espresso dall’organizzazione è che una parte crescente della domanda italiana possa essere soddisfatta da produzioni estere proprio mentre rallenta la crescita delle superfici nazionali.

Da qui la richiesta di garantire condizioni di concorrenza omogenee e di applicare agli operatori che vendono sul mercato europeo standard equivalenti a quelli richiesti agli agricoltori italiani.

Per Confagricoltura, la questione riguarda anche la redditività delle imprese. Il presidente della Federazione nazionale Agricoltura Biologica, Gian Maria Cunial, ha sottolineato la necessità di una maggiore certezza normativa e di una valorizzazione delle produzioni biologiche italiane.

Il peso della burocrazia

Tra i problemi indicati da Coldiretti Bio c’è inoltre quello degli adempimenti. Secondo l’organizzazione, un’azienda biologica deve sostenere un aggravio burocratico di almeno il 30% rispetto a un’impresa convenzionale.

Certificazioni, registrazioni e controlli si aggiungono ai vincoli produttivi propri del biologico e ai maggiori costi che molte aziende stanno già affrontando per effetto della crisi climatica.

Il risultato è una situazione nella quale la crescita della domanda non si traduce automaticamente in una maggiore redditività per chi produce.

Arriva il Marchio Biologico Italiano

In questo scenario, la Giornata Europea del Biologico ha segnato anche il debutto ufficiale del Marchio Biologico Italiano, destinato a identificare i prodotti ottenuti esclusivamente da materia prima agricola italiana.

Il marchio, istituito dalla legge n. 23/2022, è gratuito e volontario. Gli operatori possono già presentare al Ministero dell’Agricoltura la richiesta per utilizzarlo.

L’obiettivo è rendere immediatamente riconoscibile l’origine italiana delle produzioni biologiche e rafforzarne la valorizzazione sul mercato nazionale e internazionale.

Per FederBio può diventare uno strumento di trasparenza nei confronti dei consumatori e, allo stesso tempo, un elemento di sostegno alle filiere italiane. Una posizione condivisa anche da Coldiretti Bio, che considera il nuovo logo un’opportunità per distinguere più chiaramente le produzioni nazionali da quelle provenienti dall’estero.

La sfida della nuova PAC

Il futuro del biologico italiano passa però anche dalle scelte che verranno compiute a livello europeo.

Il settore guarda in particolare alla nuova Politica agricola comune 2028-2034, mentre prosegue il negoziato europeo. Le organizzazioni agricole chiedono che il biologico venga sostenuto con strumenti specifici e con risorse sufficientemente stabili da consentire alle imprese di programmare gli investimenti.

La richiesta riguarda l’intera filiera: dalla produzione alla trasformazione e commercializzazione, passando per la promozione dei consumi.

Il punto centrale è trasformare la crescita della domanda in un’occasione di sviluppo per la produzione nazionale. Perché il paradosso del biologico italiano, oggi, è tutto nei numeri: i consumatori comprano più bio, ma gli agricoltori fanno sempre più fatica a produrlo.

La Giornata Europea del Biologico riporta così al centro una domanda che riguarda non soltanto il settore agricolo, ma anche il modello di produzione e consumo alimentare che l’Italia e l’Europa intendono sostenere nei prossimi anni.

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