- 26/09/2026
- Redazione
- 0
Transizione verde e competitività europea: il 91% dei manager considera la sostenibilità un vantaggio nel lungo periodo, mentre le imprese chiedono soprattutto regole UE stabili e prevedibili
La sostenibilità non sarebbe un ostacolo alla competitività europea, ma uno dei suoi possibili motori nel lungo periodo. È il messaggio che emerge da una nuova indagine GlobeScan, commissionata dal WWF, che ha raccolto le opinioni di 350 senior business leader operativi in diversi settori dell’Unione europea.
Il dato più significativo è netto: il 91% degli intervistati ritiene che la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio e più sostenibile rafforzi la competitività dell’UE nel lungo termine.
Una fotografia che arriva mentre a Bruxelles il tema della semplificazione delle norme ambientali è sempre più centrale nel confronto sulla competitività delle imprese europee. Secondo l’indagine, tuttavia, la richiesta che arriva dalle aziende non sarebbe quella di ridurre le ambizioni ambientali, bensì di avere un quadro normativo più prevedibile e coerente.
La semplificazione divide le imprese
Il rapporto, intitolato Beyond Uncertainty (“Oltre l’incertezza”), mette in evidenza un elemento particolarmente rilevante per il mondo imprenditoriale: l’incertezza normativa.
Solo il 29% dei manager intervistati dichiara di aver registrato effetti positivi dai recenti interventi dell’UE finalizzati a semplificare la legislazione ambientale e sulla sostenibilità.
Al contrario, oltre la metà dei partecipanti, il 55%, afferma che questi interventi hanno prodotto effetti negativi o contrastanti sulla propria attività.
Tra coloro che segnalano conseguenze negative o miste, la principale criticità indicata è proprio l’incertezza sulla direzione futura delle politiche europee: lo segnala il 57% degli intervistati. Seguono gli investimenti considerati potenzialmente sprecati per prepararsi a obblighi di conformità destinati a cambiare e un indebolimento del business case degli investimenti nella sostenibilità.
Il punto, dunque, non sarebbe soltanto quanto siano stringenti le regole, ma soprattutto quanto siano stabili nel tempo.
Per le aziende la prevedibilità viene prima degli incentivi
Alla domanda su quali interventi l’Unione europea dovrebbe mettere al primo posto per rafforzare la competitività, la risposta più frequente riguarda proprio la certezza del quadro regolatorio.
Il 43% dei leader aziendali indica come priorità una politica e una legislazione europea prevedibili e coerenti. Al secondo posto figurano gli investimenti pubblici e gli incentivi, indicati dal 31%, mentre il 29% cita la disponibilità di energia pulita a prezzi accessibili.
Il messaggio che emerge dall’indagine è quindi quello di una transizione che, dal punto di vista delle imprese intervistate, dovrebbe procedere accompagnata da una maggiore stabilità delle regole.
Per i manager coinvolti nella ricerca, mantenere la rotta sulla decarbonizzazione significherebbe anche ridurre l’esposizione ai rischi climatici e naturali, aumentare la sicurezza energetica e delle risorse e rendere più prevedibili i costi nel medio e lungo periodo.
Il costo dell’inazione climatica
Nel dibattito sulla competitività europea, il WWF richiama anche il conto economico dei rischi climatici.
Secondo i dati riportati dall’organizzazione, il caldo estremo dell’estate potrebbe ridurre il PIL dell’Unione europea di circa l’1% nel 2026, attraverso i danni economici associati agli eventi climatici.
La Commissione europea, inoltre, stima in circa 180 miliardi di euro all’anno il costo della mancata attuazione delle leggi ambientali già esistenti nell’UE. Una cifra che, secondo il comunicato del WWF, sarebbe dieci volte superiore ai 17 miliardi di euro di risparmi amministrativi annuali che la Commissione afferma di aver raggiunto finora attraverso le iniziative di semplificazione.
Il confronto alimenta una questione destinata a rimanere centrale nelle politiche economiche europee: quanto può costare, nel lungo periodo, rinviare gli investimenti necessari alla transizione?
Il WWF: «Non si può deregolamentare la crisi climatica»
Ester Asin, direttore del WWF UE, interpreta i risultati dell’indagine come un segnale contrario all’idea che la competitività europea possa essere rafforzata indebolendo le norme ambientali. «Quanti altri controlli di realtà l’Europa ha bisogno di rendersi conto che non possiamo deregolamentare la nostra via d’uscita dalla crisi climatica?»
Secondo Asin, gli eventi climatici estremi stanno già producendo costi economici per l’Europa e indebolire le protezioni ambientali rischierebbe di aumentare, anziché ridurre, l’incertezza per le imprese.
L’indagine, sottolinea il WWF, mostra invece che le aziende chiedono soprattutto condizioni che consentano di programmare gli investimenti nel tempo.
Barilla e Ferrero: «La prevedibilità è fondamentale»
Tra le voci raccolte nel rapporto figurano anche quelle di due grandi gruppi italiani del settore alimentare.
Per Barilla, la sostenibilità è legata agli investimenti lungo l’intera catena del valore, dalle attività agricole e dalle filiere fino agli stabilimenti e ai prodotti.
«I decisori politici, insieme agli istituti finanziari, possono accelerare questo processo di creazione di valore, favorendo investimenti a lungo termine», afferma Marco Beghini, Global Sustainability Director del Gruppo Barilla.
Una posizione che insiste quindi sulla necessità di creare condizioni favorevoli agli investimenti di lungo periodo, più che sulla semplice riduzione degli obblighi.
Dello stesso tenore il messaggio di Francesco Tramontin, VP Global Public Affairs and EU Relations di Ferrero, secondo cui «la prevedibilità è fondamentale affinché le politiche di sostenibilità possano guidare una reale trasformazione».
Per Tramontin, un quadro normativo chiaro e coerente permette alle imprese di concentrare le risorse su innovazione, resilienza delle filiere e creazione di valore nel lungo periodo.
Il 56% teme che gli obiettivi di sostenibilità non vengano raggiunti
C’è infine un altro dato che fotografa il clima di incertezza emerso dalla ricerca: il 56% dei leader aziendali ritiene improbabile che l’UE riesca a raggiungere i propri principali obiettivi di sostenibilità nelle condizioni attuali.
Il risultato completa il quadro delineato dall’indagine: per una larga parte del campione, la sostenibilità non viene percepita come alternativa alla competitività, ma come un processo che necessita di regole stabili, investimenti e una direzione politica riconoscibile.
Il confronto europeo, dunque, si sposta dalla domanda se la transizione verde debba essere accelerata o rallentata a una questione più concreta per le imprese: come costruire un percorso sufficientemente stabile da permettere alle aziende di investire oggi senza rischiare che le regole cambino domani.







































































































































































































































































































































































































































