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Il caporalato coinvolge circa 200mila lavoratori agricoli irregolari in Italia. Da Roma l’appello di FederBio, Slow Food e istituzioni: più controlli, trasparenza e filiere alimentari eque

Il caporalato non è più un fenomeno marginale né una semplice emergenza da affrontare nei momenti di crisi. È diventato un elemento strutturale di una parte delle filiere agroalimentari italiane, alimentato da carenze organizzative, squilibri economici e da un sistema che continua a comprimere il valore del lavoro agricolo.

È il messaggio emerso da “Buono e Bio in Festa”, la manifestazione ospitata all’Orto Botanico di Roma e promossa da Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia, che ha riunito istituzioni, associazioni, imprese e rappresentanti del mondo agricolo per riflettere sulle condizioni dei lavoratori nelle campagne italiane e sulle possibili soluzioni.

L’iniziativa si è svolta a pochi giorni dalla mobilitazione sindacale organizzata dopo la morte di quattro lavoratori migranti ad Amendolara, episodio che ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema dello sfruttamento nei campi.

Caporalato, un sistema che prospera sulle fragilità del settore

Secondo gli interventi emersi durante il confronto, il caporalato continua a svolgere una funzione di intermediazione illegale che si inserisce nelle lacune del sistema agricolo italiano.

Tra le criticità principali figurano la mancanza di alloggi adeguati per i lavoratori stagionali, l’assenza di servizi di trasporto collettivo efficienti e le difficoltà nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro attraverso canali regolari.

Problemi che, secondo gli esperti, favoriscono l’azione delle reti criminali e rendono particolarmente vulnerabili migliaia di lavoratori, soprattutto migranti.

«Per sradicare il caporalato dal sistema di produzione del cibo serve un’alleanza tra tutte le forze in campo», hanno dichiarato congiuntamente Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura di Roma Capitale, Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, e Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio.

L’obiettivo, spiegano, deve essere quello di prevenire lo sfruttamento lungo tutta la catena del valore, coinvolgendo istituzioni, imprese, distributori, consumatori e operatori del settore alimentare.

Il prezzo basso del cibo e il costo nascosto dello sfruttamento

Uno dei temi più discussi durante la due giorni romana riguarda il rapporto tra prezzi alimentari e condizioni di lavoro.

Secondo i relatori, la corsa al ribasso lungo la filiera finisce spesso per scaricare il peso economico sui soggetti più deboli: lavoratori agricoli e piccoli produttori.

Il paradosso evidenziato dagli esperti è che, nonostante l’aumento dei prezzi al consumo registrato negli ultimi anni, la quota di valore destinata a chi lavora nei campi continua a ridursi.

Da qui il richiamo alla necessità di riconoscere il giusto valore economico del cibo e del lavoro agricolo, superando la logica secondo cui lo sfruttamento può essere tollerato in nome della convenienza per il consumatore.

«Non è accettabile che lo sfruttamento venga considerato legittimo solo perché garantisce un apparente benessere economico», è stato uno dei messaggi più forti emersi dall’incontro.

La legge esiste, ma resta poco applicata

Nel dibattito è stato ricordato come l’Italia disponga già di uno strumento normativo specifico contro il caporalato: la Legge 199 del 2016.

Secondo molti degli interventi, tuttavia, il problema non sarebbe tanto l’assenza di norme quanto la loro applicazione.

Tra le misure ritenute prioritarie figurano il rafforzamento dei controlli e l’utilizzo sistematico dell’indice di coerenza, il meccanismo che consente di verificare il rapporto tra dimensioni aziendali, produzione agricola e ore di lavoro dichiarate.

L’obiettivo è individuare più rapidamente situazioni anomale e contrastare il lavoro irregolare prima che si trasformi in sfruttamento sistematico.

Manodopera straniera indispensabile, ma ancora troppo vulnerabile

Un altro nodo riguarda il sistema di ingresso dei lavoratori stranieri. Molti partecipanti hanno evidenziato le criticità del decreto flussi e della normativa Bossi-Fini, considerati strumenti che finiscono per produrre irregolarità e aumentare il rischio di ricatti occupazionali.

L’agricoltura italiana dipende ormai in modo significativo dal lavoro dei migranti e, secondo le associazioni presenti, la lotta al caporalato passa anche attraverso percorsi di regolarizzazione e inclusione per chi già vive e lavora nel Paese.

Garantire diritti, tutele e condizioni di vita dignitose non rappresenta soltanto una questione umanitaria, ma un elemento essenziale per la sostenibilità dell’intero comparto agroalimentare.

Il ruolo del biologico e della trasparenza nelle filiere

Tra le possibili soluzioni è stato più volte richiamato il contributo dell’agricoltura biologica nella costruzione di filiere più trasparenti ed equilibrate.

In particolare è stato citato il progetto sviluppato da NaturaSì sulla trasparenza dei prezzi, considerato un modello utile per aiutare i consumatori a comprendere come viene distribuito il valore lungo la catena produttiva.

Secondo gli organizzatori, rendere più chiaro il percorso economico del prodotto può favorire scelte di acquisto più consapevoli e contribuire alla costruzione di sistemi alimentari più equi e sostenibili.

I numeri dello sfruttamento nelle campagne italiane

I dati confermano la dimensione del fenomeno. Secondo il VII Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto-Flai CGIL, in Italia si contano circa 200mila lavoratori agricoli irregolari, pari al 30% della forza lavoro dipendente del settore.

Un dato particolarmente significativo se si considera che l’agricoltura italiana genera un valore economico di oltre 73 miliardi di euro.

Lo stesso rapporto segnala inoltre un aumento del 9,1% dei reati e degli illeciti amministrativi nel comparto agroalimentare.

Particolarmente esposte risultano le donne: oltre 50mila lavoratrici vivrebbero in condizioni di vulnerabilità, tra salari inferiori ai minimi contrattuali, precarietà e limitato accesso alle tutele sociali.

Un fenomeno che cambia volto e si estende al Nord

Le forme di sfruttamento non riguardano più soltanto le aree tradizionalmente associate al caporalato.

Il rapporto “Gli ingredienti del caporalato”, realizzato dall’associazione Terra!, documenta casi in Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, dimostrando come il fenomeno abbia assunto nuove modalità operative.

Sempre più spesso lo sfruttamento si nasconde dietro strutture formalmente regolari come cooperative, società di servizi e sistemi di subappalto che rendono più difficile individuare le responsabilità.

Per questo, hanno concluso i partecipanti all’evento romano, la lotta al caporalato non può limitarsi alla repressione dei singoli episodi ma deve trasformarsi in una riforma complessiva delle filiere alimentari, capace di garantire legalità, dignità del lavoro e sostenibilità economica.

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