- 03/03/2026
- Redazione
- 0
Dalla crisi di Thames Water alla riforma di Ofwat: cosa non ha funzionato nel modello inglese e quali insegnamenti può trarre l’Italia su investimenti, tariffe e resilienza finanziaria
La crisi di Thames Water non è più soltanto una vicenda aziendale. È diventata il simbolo di una fragilità sistemica che ha costretto il Regno Unito a rimettere mano alle regole del settore idrico, aprendo un confronto che supera i confini britannici e parla direttamente anche all’Italia.
E’ quanto emerge dal nuovo Position Paper di Laboratorio REF Ricerche, intitolato Resilienza finanziaria e regolazione nel settore idrico inglese: lezioni utili per l’Italia.
Nel 2024 il deterioramento finanziario della principale utility londinese ha indotto il governo a istituire l’Independent Water Commission, affidandone la guida a John Cunliffe. L’obiettivo era chiaro: capire se il problema fosse limitato a un singolo operatore o se, invece, riguardasse l’impianto regolatorio nel suo complesso.
Il rapporto pubblicato nel luglio 2025 ha fornito una risposta netta: il sistema mostra crepe profonde e la fiducia dei cittadini è ai minimi storici. Oltre il 90% degli stakeholder consultati ha dichiarato di non avere fiducia nella capacità del settore di garantire una tutela adeguata dei consumatori.
Le crepe nel modello Ofwat
Sotto osservazione è finita l’azione di Ofwat, l’autorità che regola il servizio idrico in Inghilterra e Galles. La Commissione ha evidenziato come, negli anni, il quadro tariffario sia diventato sempre più complesso. Le aziende lamentano di dover destinare risorse crescenti alla predisposizione di documentazione tecnica e modelli previsionali, con un aggravio amministrativo che sottrae energie alla gestione industriale.
Un secondo punto critico riguarda gli strumenti di benchmarking ed econometrici utilizzati per valutare le performance. Secondo molti operatori, questi modelli non riescono a cogliere le differenze strutturali tra i diversi gestori. Ne derivano meccanismi distorsivi che penalizzano chi parte da condizioni meno favorevoli, alimentando una spirale negativa: meno performance, meno risorse riconosciute, minore capacità di recupero.
Infine, il sistema di enforcement è stato giudicato eccessivamente lungo e incerto. Le tempistiche dilatate e l’imprevedibilità delle decisioni aumentano il rischio regolatorio, con effetti diretti sul costo del capitale e sulla propensione a investire.
Debito e fragilità finanziaria: il nodo strutturale
Oltre ai limiti della regolazione economica, la crisi ha messo in luce un problema più profondo: l’elevato indebitamento accumulato da diverse utility inglesi negli ultimi vent’anni. In molti casi, la leva finanziaria è stata accompagnata da strutture societarie complesse, distribuzione generosa di dividendi e sistemi di remunerazione manageriale non sempre coerenti con i risultati industriali.
Thames Water rappresenta il caso più emblematico. Il gearing effettivo ha superato di oltre venti punti percentuali il livello regolatorio fissato al 60%, esponendo l’azienda a una vulnerabilità crescente. Nel frattempo, pressioni sui costi e rigidità operative hanno inciso anche sulle performance ambientali, in particolare nella gestione delle acque reflue.
La risposta: riformare la governance
Le proposte della Commissione Cunliffe delineano un cambiamento profondo della governance. L’idea di istituire nove autorità idriche locali indipendenti nasce dall’esigenza di ridurre la distanza tra regolatore centrale e territori, rendendo più puntuale l’analisi delle criticità locali. Parallelamente, viene suggerita l’integrazione delle competenze economiche e ambientali oggi frammentate, così da creare un unico centro decisionale capace di definire standard omogenei e dialogare in modo più efficace con il governo.
Sul piano economico, il rapporto insiste sulla necessità di rafforzare i meccanismi che collegano la distribuzione dei dividendi ai risultati effettivi e alla qualità del servizio. Allo stesso tempo, si propone di attribuire poteri specifici per definire requisiti minimi di capitalizzazione e monitorare in modo sistematico la resilienza finanziaria delle utility, con l’obiettivo di prevenire nuove crisi.
Dalla PR19 alla PR24: il cambio di paradigma
Il percorso regolatorio recente è stato segnato da una serie di revisioni profonde. Con la Price Review 2019 era stato introdotto un meccanismo di condivisione dei benefici derivanti da livelli di indebitamento superiori a quelli nozionali, nel tentativo di bilanciare interessi degli azionisti e tutela degli utenti. Tuttavia, nel 2021 la Competition and Markets Authority ha respinto quell’impostazione, giudicando insufficienti le evidenze di un danno per i consumatori.
La successiva PR24 segna un’inversione di rotta. Il nuovo impianto introduce il blocco automatico di alcuni pagamenti qualora il rating scenda sotto l’investment grade e impone piani obbligatori di rafforzamento finanziario per le società più indebitate. Il cambiamento più significativo riguarda però la riduzione del gearing nozionale al 55%, un livello sensibilmente inferiore rispetto al passato.
Il rischio di un equilibrio instabile
La scelta di abbassare il gearing mira a rafforzare la solidità delle imprese. Tuttavia, il settore idrico inglese dovrà affrontare un fabbisogno di investimenti stimato in circa 250 miliardi di sterline entro il 2050. Con una leva più contenuta, la quota di capitale proprio necessario aumenta sensibilmente, rendendo più onerosa la raccolta di equity.
Secondo diverse analisi indipendenti, questa configurazione potrebbe generare flussi di cassa negativi per gli azionisti per un periodo prolungato, con tempi di ritorno dell’investimento molto lunghi. Il rischio è che la prudenza regolatoria, pur giustificata dalla necessità di evitare nuove crisi, finisca per comprimere l’attrattività del settore proprio nel momento in cui servono capitali ingenti per modernizzare le infrastrutture.
Le lezioni per l’Italia
L’esperienza inglese mostra quanto sia delicato regolare la resilienza finanziaria nel settore idrico. Un modello troppo permissivo può favorire eccessi di leva e fragilità sistemiche. Un approccio eccessivamente restrittivo, al contrario, può scoraggiare gli investimenti e rallentare l’ammodernamento delle reti.
Per l’Italia, chiamata a colmare ritardi infrastrutturali significativi e a sostenere la transizione ambientale, la lezione è evidente: serve un equilibrio credibile tra stabilità finanziaria, attrattività per il capitale e tutela degli utenti. La crisi di Thames Water dimostra che la resilienza non è soltanto una questione di numeri, ma di coerenza complessiva tra regole, incentivi e responsabilità.






























































































































































































































































































































































































































































