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Le praterie di fanerogame marine sono tra i più importanti serbatoi naturali di carbonio. Un nuovo studio stima fino a 40 milioni di tonnellate di carbonio nella biomassa globale. E il Mediterraneo è l’area con la maggiore quantità di carbonio immagazzinato per ettaro

Quando si parla di lotta ai cambiamenti climatici, l’immagine più comune è quella delle foreste. Ma una parte importante della partita si gioca sotto la superficie del mare, dove distese di Posidonia, Zostera e Thalassia formano vere e proprie infrastrutture naturali capaci di assorbire e conservare grandi quantità di carbonio.

Sono le praterie di fanerogame marine, ecosistemi costieri che crescono soprattutto in acque poco profonde. Oltre a offrire rifugio e nutrimento a numerose specie, queste piante svolgono una funzione climatica di primo piano: sottraggono carbonio all’atmosfera e lo accumulano nella loro biomassa e nei sedimenti marini.

Un nuovo studio rilancia proprio questa funzione e suggerisce che il contributo delle fanerogame marine alle strategie di “carbonio blu” potrebbe essere molto più rilevante di quanto finora considerato.

Fino a 40 milioni di tonnellate di carbonio immagazzinate

Secondo le stime della ricerca, la biomassa globale delle fanerogame marine contiene tra 24 e 40 milioni di tonnellate di carbonio. Le praterie fissano inoltre tra 83 e 137 milioni di tonnellate di carbonio ogni anno attraverso la produttività primaria netta, cioè il carbonio assorbito dalle piante al netto di quello restituito attraverso la respirazione.

Sono numeri che cambiano sensibilmente a seconda delle specie, delle aree geografiche e delle condizioni locali. Ed è proprio questa variabilità a rendere particolarmente interessante il confronto tra le diverse bioregioni.

Il Mediterraneo è in cima alla classifica

Il dato più significativo per l’Europa riguarda il Mediterraneo, che secondo lo studio presenta la maggiore quantità di carbonio immagazzinato per ettaro nella biomassa delle fanerogame marine.

Alle sue spalle si collocano l’Indo-Pacifico tropicale e l’Atlantico. La produttività primaria netta, invece, raggiunge valori più elevati in altre aree, tra cui le bioregioni temperate meridionali, il Pacifico settentrionale e l’Atlantico settentrionale orientale.

Il risultato suggerisce che il Mediterraneo potrebbe rappresentare un’area strategica per le politiche di conservazione e ripristino del carbonio blu.

Posidonia batte Halophila: una differenza di 50 volte

Non tutte le fanerogame marine hanno però la stessa capacità di accumulare carbonio.

Lo studio rileva differenze molto marcate tra i diversi generi. Posidonia, che comprende alcune delle specie più longeve e strutturalmente complesse, presenta le maggiori riserve di biomassa di carbonio: circa 50 volte superiori rispetto a Halophila, il genere con le riserve più basse.

Specie grandi, longeve e persistenti come quelle appartenenti ai generi Posidonia, Enhalus e Thalassia tendono a costruire riserve di carbonio più consistenti. È il caso di alcune aree del Mediterraneo e dell’Atlantico tropicale.

Al contrario, altre regioni sono dominate da specie più piccole e opportuniste, come Zostera e Cymodocea, o da specie colonizzatrici come Halophila e Ruppia.

Ma questo non significa che le praterie meno ricche di biomassa siano irrilevanti. In alcuni di questi ecosistemi la produttività primaria netta è infatti particolarmente elevata, compensando in parte la minore quantità di carbonio accumulata nella biomassa.

Australia, Spagna, Messico e Italia tra i Paesi più esposti

La perdita delle praterie di fanerogame marine non è soltanto un problema di biodiversità. Quando questi ecosistemi vengono degradati o scompaiono, una parte del carbonio precedentemente immagazzinato può tornare nel ciclo atmosferico.

Secondo le stime dello studio, l’Australia rappresenta da sola il 52% delle emissioni annuali globali di CO₂ associate alla perdita delle praterie di fanerogame marine.

Seguono Spagna, Messico, Italia e Stati Uniti. Il dato indica quindi dove gli interventi di conservazione potrebbero produrre i maggiori benefici sul fronte della mitigazione climatica.

Per questi Paesi, proteggere le praterie esistenti non significa soltanto tutelare habitat marini, ma anche evitare la perdita di importanti riserve naturali di carbonio.

Dalla Posidonia alla politica climatica europea

La conservazione delle fanerogame marine si inserisce in un quadro più ampio di politiche ambientali europee. L’Unione europea considera infatti il ripristino degli ecosistemi marini una componente delle proprie strategie per la tutela dell’ambiente e la mitigazione dei cambiamenti climatici.

Il cosiddetto carbonio blu comprende il carbonio catturato e conservato dagli ecosistemi costieri e marini, tra cui fanerogame, paludi salmastre, mangrovie e alghe.

L’obiettivo, sempre più discusso, è riuscire a trasformare questa capacità naturale di assorbimento in una componente misurabile delle politiche climatiche e dei futuri sistemi di crediti di carbonio e di natura.

Anche le Nazioni Unite hanno sottolineato la necessità di rafforzare gli interventi per il ripristino degli ecosistemi marini, così da sfruttarne il potenziale nella lotta al cambiamento climatico.

La sfida è misurare quanto carbonio c’è davvero

C’è però un problema tutt’altro che secondario: misurare con precisione le riserve di carbonio delle praterie marine è difficile.

I valori possono cambiare enormemente da un luogo all’altro e anche nel corso del tempo. Le differenze dipendono dalle specie presenti, dalla struttura della prateria, dalle condizioni ambientali e dall’estensione dell’ecosistema.

I ricercatori hanno cercato di ridurre questo limite integrando un ampio insieme di dati scientifici con una nuova revisione della letteratura. Il risultato ha portato a un aumento del 91% dei dati disponibili sulla biomassa delle fanerogame marine, includendo anche informazioni provenienti da aree finora poco rappresentate nella ricerca.

Una base dati più ampia può quindi aiutare a costruire modelli climatici più accurati e a capire dove concentrare gli investimenti per ottenere il massimo beneficio dalla conservazione.

Proteggere le praterie oggi per evitare emissioni domani

Il messaggio dello studio è, in definitiva, semplice: conservare una prateria marina significa anche conservare un serbatoio di carbonio.

La protezione delle specie longeve e persistenti, in particolare, potrebbe assumere un peso crescente nelle strategie di mitigazione climatica. Nel Mediterraneo, dove la quantità di carbonio immagazzinata per ettaro è particolarmente elevata, la tutela delle praterie di Posidonia diventa quindi una questione che va oltre la conservazione della biodiversità.

Il mare non è soltanto una vittima della crisi climatica. In determinate condizioni può essere anche parte della soluzione. Ma perché il suo contributo diventi concreto e misurabile, la priorità resta una: evitare che questi ecosistemi vengano distrutti prima ancora di riuscire a contabilizzare pienamente il carbonio che custodiscono.

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