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Record negativo per il ghiaccio artico: livelli ai minimi storici per il secondo anno. Scienziati preoccupati per clima, oceani e futuro del pianeta

L’Artico continua a perdere ghiaccio e lo fa a un ritmo che allarma sempre di più la comunità scientifica. L’inverno 2025-2026 si chiude infatti con un nuovo record negativo: l’estensione massima del ghiaccio marino è tra le più basse mai registrate, confermando una tendenza che ormai non può più essere ignorata.

Secondo un’analisi di Carbon Brief sui dati preliminari del National Snow and Ice Data Center (NSIDC), il ghiaccio ha raggiunto il suo picco stagionale il 15 marzo, fermandosi a 14,29 milioni di chilometri quadrati. Un valore che eguaglia di fatto il minimo storico registrato appena un anno fa, segnando così il secondo anno consecutivo ai livelli più bassi.

Un inverno “molto allarmante” per il ghiaccio artico

Per gli scienziati, non si tratta solo di un dato isolato. Il minimo invernale è infatti un indicatore fondamentale dello stato di salute dell’Artico, perché rappresenta il punto di partenza per la successiva stagione di scioglimento.

Zack Labe, climatologo di Climate Central, definisce la situazione “molto allarmante”. Il motivo non è soltanto l’estensione ridotta, ma anche la fragilità del ghiaccio stesso. Le osservazioni indicano infatti che lo spessore è vicino ai minimi storici, segno che il ghiaccio sta diventando sempre più sottile e vulnerabile.

Questo significa che l’Artico entra nella primavera in una delle condizioni più deboli mai osservate nell’era satellitare, aumentando il rischio di scioglimenti record nei mesi estivi.

Temperature anomale e un circolo vizioso climatico

Negli ultimi sei mesi, gran parte dell’Artico ha sperimentato temperature insolitamente elevate, spesso accompagnate da livelli di ghiaccio ai minimi o quasi.

Secondo la climatologa Lettie Roach dell’Istituto Alfred Wegener, il fenomeno è il risultato di un meccanismo che si autoalimenta. L’aria più calda e gli oceani più caldi accelerano lo scioglimento del ghiaccio; allo stesso tempo, la riduzione della superficie ghiacciata espone più acqua scura, che assorbe maggiore calore e intensifica ulteriormente il riscaldamento.

A complicare il quadro si aggiungono forti contrasti climatici nell’emisfero nord. Mentre regioni come l’Europa meridionale, gli Stati Uniti occidentali e parte dell’Asia hanno registrato temperature sopra la media, altre aree – tra cui il Canada settentrionale e il nord-est degli Stati Uniti – hanno vissuto ondate di freddo anomalo. Alla base di queste dinamiche c’è una corrente a getto più ondulata, capace di spingere aria fredda verso sud e aria calda verso l’Artico.

Ghiaccio sempre più sottile: il vero problema nascosto

Oltre alla riduzione dell’estensione, gli esperti sottolineano un altro dato preoccupante: il ghiaccio artico non è più quello di una volta. Non solo è meno esteso, ma è anche più sottile e fragile.

Le misurazioni mostrano che vicino al Polo Nord lo spessore ha toccato livelli record per diversi mesi, mentre a febbraio il volume complessivo di ghiaccio è stato tra i più bassi mai registrati. Questo rende l’intero sistema più instabile e più sensibile agli eventi climatici estremi.

Una tendenza che dura da oltre 40 anni

Il dato di quest’anno non è un’anomalia isolata, ma l’ultimo capitolo di una lunga discesa iniziata alla fine degli anni ’70, quando sono cominciate le osservazioni satellitari.

Rispetto alla media del periodo 1981-2010, l’estensione massima del 2026 è inferiore di circa 1,36 milioni di chilometri quadrati, una superficie paragonabile a due volte il Texas. Un calo che, secondo gli scienziati, è legato principalmente al cambiamento climatico di origine umana.

Come sottolinea Roach, il riscaldamento globale sta trasformando profondamente l’ambiente polare, con conseguenze che vanno ben oltre l’Artico e influenzano il clima dell’intero pianeta.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Nonostante il quadro preoccupante, gli esperti invitano alla cautela nel prevedere cosa accadrà durante l’estate. Il minimo invernale non determina automaticamente quanto ghiaccio si scioglierà nei mesi più caldi, perché le condizioni meteorologiche possono cambiare rapidamente.

Tuttavia, un dato è certo: partire da livelli così bassi aumenta il rischio di nuovi record negativi. Per molti ricercatori, l’inverno appena concluso rappresenta l’ennesima prova della velocità con cui l’Artico sta cambiando.

Antartide: segnali contrastanti ma nuove incertezze

Se al Polo Nord la tendenza appare chiara, la situazione è più complessa in Antartide. Qui il ghiaccio marino ha raggiunto il minimo annuale il 26 febbraio, con un’estensione di 2,58 milioni di chilometri quadrati, un valore sotto la media ma non tra i più estremi mai registrati.

Durante l’estate australe, il comportamento del ghiaccio è stato influenzato soprattutto dai venti, che hanno ridistribuito la copertura senza necessariamente aumentarla. In alcune aree, come il Mare di Weddell, i ghiacci sono stati spinti verso nord, mentre altre regioni hanno continuato a registrare livelli bassi.

Gli scienziati sottolineano che il sistema antartico è storicamente molto variabile, il che rende più difficile isolare l’impatto del cambiamento climatico. Tuttavia, studi recenti suggeriscono che qualcosa stia cambiando: quando il ghiaccio scende a livelli molto bassi, tende sempre meno a tornare rapidamente alla normalità.

Un segnale globale che non può essere ignorato

Nel complesso, i dati provenienti dai poli raccontano una storia chiara: il sistema climatico terrestre sta cambiando rapidamente. Se l’Artico rappresenta il fronte più avanzato di questa trasformazione, l’Antartide resta un osservatorio cruciale per capire cosa accadrà nei prossimi decenni.

Il nuovo record negativo non è solo una statistica, ma un segnale concreto di un equilibrio che si sta rompendo, con effetti destinati a riflettersi su clima, ecosistemi ed economie in tutto il mondo.

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