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Ciclone Harry e cambiamento climatico, cosa dice lo studio: nel Mediterraneo più caldo i venti associati a eventi simili risultano più intensi, con conseguenze potenzialmente rilevanti per coste, popolazione e attività economiche

Il ciclone Harry ha attraversato il Mediterraneo centrale tra il 19 e il 22 gennaio 2026, colpendo in particolare Sicilia, Calabria e Sardegna e lasciando dietro di sé piogge intense, forti venti, mareggiate e danni alle infrastrutture costiere. Ora un nuovo studio scientifico prova a misurare quanto il cambiamento climatico abbia contribuito a rendere più severi gli effetti del fenomeno.

La conclusione più significativa riguarda il vento: secondo la ricerca, pubblicata sul Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society, il riscaldamento antropico avrebbe contribuito a intensificare i venti associati a condizioni atmosferiche simili a quelle del ciclone Harry.

L’effetto non è soltanto una questione meteorologica. Secondo le stime degli autori, circa 2,91 milioni di persone e 63,58 miliardi di dollari di PIL si trovavano in aree esposte a pericoli legati al vento che risultavano significativamente amplificati dal cambiamento climatico.

Harry non era un ciclone senza precedenti: è cambiato il clima in cui si è sviluppato

Per capire quanto abbia inciso il riscaldamento globale, i ricercatori Davide Faranda, Marco Zanchi e Tommaso Alberti hanno utilizzato il quadro di attribuzione climatica di ClimaMeter.

L’analisi ha confrontato configurazioni atmosferiche simili a quella di Harry osservate nel periodo 1988-2025 con eventi comparabili verificatisi tra il 1950 e il 1987, quando il clima era mediamente più freddo.

Il risultato è una distinzione importante: la configurazione atmosferica alla base del ciclone non era completamente inedita. Fenomeni comparabili si erano già verificati in passato.

A essere cambiato è soprattutto il contesto climatico nel quale una simile configurazione si manifesta.

Nel Mediterraneo e sulla Sicilia, gli analoghi recenti si sviluppano infatti con temperature superiori di circa 1-2 °C rispetto agli eventi del periodo storico considerato. Anche il ciclone mostra un modesto approfondimento a livello del mare.

«Il ciclone Harry è stato un evento eccezionale, ma la sua configurazione atmosferica su larga scala non era del tutto senza precedenti», spiega Davide Faranda, ricercatore del CNRS e primo autore dello studio. «Ciò che è cambiato è il clima in cui si sviluppa un simile ciclone».

Il segnale più chiaro riguarda il vento

È proprio il vento a rappresentare il risultato più solido dell’analisi. Secondo lo studio, le condizioni atmosferiche simili a quelle di Harry, quando si verificano nel clima attuale, sono associate a venti vicino alla superficie più intensi di circa 4-6 km/h sulla Sicilia orientale e sulle acque circostanti.

In alcune zone l’aumento può essere anche maggiore. Il dato assume particolare importanza perché il vento non agisce isolatamente. Una maggiore intensità può favorire la formazione di onde più alte e aumentare quindi la pressione esercitata dalla tempesta sulle coste.

È il meccanismo che può trasformare una variazione apparentemente modesta in un problema molto più serio per porti, strade, edifici, reti elettriche e altre infrastrutture costiere.

Pioggia, invece, il segnale è meno netto

Quando si passa dalle raffiche alle precipitazioni, il quadro diventa più incerto.

Gli autori rilevano infatti variazioni nella pioggia più eterogenee e meno robuste rispetto a quelle osservate per il vento. Per questo motivo, la principale conclusione dell’analisi di attribuzione riguarda l’intensificazione dei rischi legati al vento, non un aumento altrettanto chiaro delle precipitazioni.

È una precisazione importante. Lo studio non sostiene infatti che ogni componente del ciclone Harry sia stata intensificata dal cambiamento climatico nella stessa misura. Al contrario, distingue i segnali più solidi da quelli che richiedono ulteriori approfondimenti.

Harry, del resto, è stato un evento composito, nel quale hanno interagito vento, pioggia, onde, mareggiate, allagamenti ed erosione costiera.

Quasi 3 milioni di persone esposte a un rischio amplificato

La ricerca non si ferma alla meteorologia. I ricercatori hanno sovrapposto i risultati dell’analisi climatica alle informazioni relative alla popolazione e all’attività economica presenti nelle aree interessate.

Il risultato restituisce la dimensione sociale ed economica del fenomeno.

Secondo le stime dello studio, circa 2,91 milioni di persone si trovavano in aree esposte a pericoli legati al vento significativamente intensificati dal cambiamento climatico.

L’area interessata comprende inoltre attività economiche per un valore stimato di circa 63,58 miliardi di dollari di PIL.

La maggior parte dell’esposizione si concentra nelle zone caratterizzate dalla classe di pericolo più elevata, in particolare nella Sicilia orientale, nello Stretto di Messina e nella Calabria meridionale.

È proprio la sovrapposizione tra fenomeni estremi, popolazione e infrastrutture a rendere particolarmente rilevante il risultato della ricerca.

Il 9% dei danni da vento potrebbe essere legato al riscaldamento globale

Gli autori hanno fatto un ulteriore passo, cercando di tradurre l’intensificazione del vento in una possibile conseguenza economica.

La loro diagnostica orientata agli impatti considera, a titolo illustrativo, un evento nel quale i danni provocati dal vento ammontino complessivamente a 1 miliardo di dollari.

In questo scenario, il modello stima che circa 90 milioni di dollari, pari al 9% del totale, potrebbero essere associati all’amplificazione climatica.

È però fondamentale leggere correttamente questo numero.

Non significa che il 9% di tutti i danni provocati da Harry sia stato causato dal cambiamento climatico. La stima riguarda esclusivamente la componente dei danni legata al vento e deriva dall’ipotesi economica utilizzata dagli autori.

Lo studio non attribuisce invece al cambiamento climatico i danni provocati dalle altre componenti dell’evento.

Wind damage diagnostic for Cyclone Harry assuming a total event loss of 1000 M USD. Panel (a) shows the event wind field and the highest hazard contour. Panel (b) shows the allocated total damage. Panel (c)
shows the relative climate change contribution to the wind hazard. Panel (d) shows the corresponding climate related damage contribution.Credit: Report ClimaMeter – Wind damage diagnostic for Cyclone Harry assuming a total event loss of 1000 M USD. Panel (a) shows the event wind field and the highest hazard contour. Panel (b) shows the allocated total damage. Panel (c) shows the relative climate change contribution to the wind hazard. Panel (d) shows the corresponding climate related damage contribution

Vento, onde e mareggiate: quando i rischi si sommano

Il punto più delicato riguarda proprio l’interazione tra i diversi fenomeni. Un vento più forte può contribuire alla formazione di onde più alte. Se nello stesso momento si verificano mareggiate, allagamenti e forti precipitazioni, gli effetti possono sommarsi.

È il cosiddetto rischio composito: non necessariamente la semplice somma di singoli pericoli, ma l’interazione tra fenomeni che possono rafforzarsi a vicenda.

Per una costa densamente abitata, questo può significare una maggiore pressione su infrastrutture e servizi essenziali.

«Un cambiamento relativamente piccolo nella velocità del vento può avere conseguenze sproporzionatamente grandi quando una tempesta estrema colpisce aree costiere densamente popolate e fortemente esposte», spiega Marco Zanchi, ricercatore presso LSCE/IPSL e co-primo autore dello studio.

L’obiettivo dell’attribuzione climatica, sottolineano i ricercatori, diventa quindi particolarmente utile quando permette di capire dove il pericolo amplificato dal clima incontra persone, città, infrastrutture e attività economiche.

Il Mediterraneo avrà più cicloni? Lo studio non lo dice

I risultati della ricerca non permettono di affermare che il cambiamento climatico porterà necessariamente a un aumento del numero complessivo dei cicloni mediterranei.

La questione è più complessa. Il possibile cambiamento riguarda soprattutto il comportamento di alcuni sistemi particolarmente intensi. In un Mediterraneo più caldo, questi fenomeni potrebbero sviluppare venti più forti vicino alla superficie e quindi un maggiore potenziale di danno.

Non è però possibile utilizzare lo studio su Harry per prevedere direttamente quanti cicloni si verificheranno in futuro o quanto saranno intensi. Per rispondere a queste domande saranno necessarie ulteriori ricerche.

Per capire il futuro serviranno modelli climatici ad alta risoluzione

Il lavoro su Harry guarda a un evento già accaduto e non rappresenta una proiezione climatica del futuro.

La prossima sfida sarà capire come potrebbero comportarsi eventi analoghi nei prossimi decenni.

Per farlo serviranno simulazioni climatiche ad alta risoluzione, capaci di rappresentare meglio la struttura dei cicloni mediterranei e la loro interazione con una geografia particolarmente complessa, fatta di coste, montagne e aree collinari.

Questi modelli potranno aiutare a valutare se la frequenza e l’intensità di eventi simili ad Harry possano cambiare nei diversi scenari di emissione e, soprattutto, quale potrebbe essere la conseguenza sul piano economico e sociale.

Come spiega Faranda, se il Mediterraneo e la bassa atmosfera continueranno a riscaldarsi, cambierà anche l’ambiente termodinamico nel quale queste tempeste si sviluppano.

Cosa ci dice davvero il caso del ciclone Harry

Il risultato più importante della ricerca non è dunque che «il cambiamento climatico ha causato il ciclone Harry». Una conclusione del genere sarebbe troppo semplicistica rispetto alle evidenze dello studio.

Il quadro che emerge è più articolato: configurazioni atmosferiche simili a quella di Harry si sono già verificate in passato, ma oggi si sviluppano in un Mediterraneo più caldo.

In questo contesto, i ricercatori rilevano un segnale particolarmente robusto nell’intensificazione dei venti, mentre quello relativo alle precipitazioni risulta molto meno netto.

La conseguenza è che il cambiamento climatico può contribuire ad aumentare il potenziale di danno di eventi estremi senza essere necessariamente la causa unica dell’evento.

È una distinzione fondamentale anche dal punto di vista della comunicazione: non basta chiedersi se un ciclone sia stato “causato” dal cambiamento climatico. Diventa sempre più importante capire quanto il riscaldamento globale abbia modificato le condizioni nelle quali il fenomeno si sviluppa e quanto questa modifica possa tradursi in un aumento del rischio.

Nel caso di Harry, la risposta più chiara arriva dal vento. E in un Mediterraneo dove milioni di persone vivono lungo coste densamente urbanizzate, anche pochi chilometri orari in più possono avere conseguenze tutt’altro che trascurabili.

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