- 11/07/2026
- Redazione
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Secondo un nuovo studio dell’IEEFA, le perdite di anidride carbonica, le incognite normative e l’assenza di dati sul lungo periodo rendono ancora incerta l’efficacia dello stoccaggio geologico offshore come strumento per ridurre le emissioni
La cattura e lo stoccaggio della CO2 (Carbon Capture and Storage, CCS) viene spesso indicata come una delle tecnologie chiave per ridurre le emissioni di gas serra e accompagnare la transizione energetica.
Tuttavia, un nuovo rapporto dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) invita alla cautela, sostenendo che lo stoccaggio geologico della CO2 in mare aperto presenta rischi ancora poco conosciuti e, secondo gli autori, spesso sottovalutati dall’industria dei combustibili fossili.
L’analisi arriva in un momento in cui numerose compagnie petrolifere e del gas stanno investendo nello sviluppo di grandi siti di stoccaggio offshore. Negli Stati Uniti, ad esempio, diversi operatori hanno già ottenuto concessioni nelle acque territoriali del Texas per immagazzinare anidride carbonica nel sottosuolo marino per periodi potenzialmente lunghissimi
Perché il mare aperto viene considerato strategico
Secondo i sostenitori della CCS, le aree offshore offrono diversi vantaggi: condizioni geologiche favorevoli, vicinanza ai principali poli industriali e un iter autorizzativo che, in alcuni casi, può risultare più semplice rispetto ai progetti sulla terraferma.
Ma proprio questa accelerazione nello sviluppo della tecnologia, osserva il rapporto, rischia di precedere una piena comprensione delle criticità tecniche e ambientali.
Ad oggi, infatti, non esistono esempi consolidati di stoccaggio geologico della CO2 su larga scala che abbiano dimostrato la loro efficacia per decenni. Questa mancanza di dati rende complesso valutare con precisione la probabilità di incidenti o di eventuali dispersioni del gas immagazzinato.
I quattro principali rischi individuati dall’IEEFA
L’analisi dell’istituto evidenzia quattro aspetti considerati particolarmente critici.
1. Regole ancora in evoluzione
Il quadro normativo che disciplina lo stoccaggio offshore della CO2 è ancora in fase di definizione negli Stati Uniti. Le norme potrebbero cambiare nel tempo, aumentando l’incertezza per gli investitori e rendendo più complessa la gestione delle responsabilità in caso di problemi futuri.
2. Operazioni tecnicamente molto complesse
Le fasi di iniezione della CO2 nel sottosuolo marino e la successiva stabilizzazione del cosiddetto “pennacchio” di anidride carbonica rappresentano i momenti più delicati dell’intero processo.
Secondo il rapporto, eventuali perdite in ambiente offshore potrebbero risultare più difficili da individuare e da contenere rispetto a quelle che si verificano sulla terraferma.
3. Mancano dati sul lungo periodo
Uno dei principali limiti evidenziati riguarda l’assenza di esperienze commerciali sufficientemente estese nel tempo.
I sistemi oggi disponibili non consentono infatti di verificare come si comporteranno i siti di stoccaggio dopo decine o centinaia di anni, periodo durante il quale la CO2 dovrebbe rimanere confinata nel sottosuolo.
4. Perdite che potrebbero compromettere la strategia climatica
L’ipotesi di fuoriuscite superiori alle previsioni rappresenta uno degli elementi più delicati.
Se parte della CO2 immagazzinata dovesse tornare in atmosfera, verrebbe meno uno dei principali benefici ambientali della CCS, mettendo in discussione il contributo della tecnologia agli obiettivi di decarbonizzazione e aprendo scenari di responsabilità economica destinati a protrarsi per molti decenni.
Il nodo dei tempi: rischi che durano secoli
Secondo Anika Juhn, analista energetica dell’IEEFA e autrice dello studio, il principale elemento distintivo rispetto ai tradizionali progetti petroliferi riguarda proprio la durata del rischio.
Durante le operazioni di estrazione di petrolio e gas, infatti, la valutazione riguarda generalmente periodi relativamente brevi e rischi già conosciuti.
Nel caso dello stoccaggio della CO2, invece, è necessario prevedere il comportamento dei depositi geologici per oltre mezzo secolo durante la fase operativa e per centinaia di anni dopo la conclusione delle attività di iniezione, uno scenario che introduce livelli di incertezza molto più elevati.
La CCS resta una tecnologia promettente, ma servono maggiori certezze
Il rapporto non sostiene che la Carbon Capture and Storage sia destinata a fallire, ma evidenzia come l’attuale livello di conoscenze non permetta ancora di valutare con sufficiente precisione tutti i rischi associati allo stoccaggio geologico offshore.
Secondo l’IEEFA, la probabilità di perdite non può essere considerata trascurabile e l’assenza di dati raccolti su periodi molto lunghi rende difficile stimare l’effettiva affidabilità della tecnologia.
Per gli autori dello studio, prima di affidare alla CCS un ruolo centrale nelle strategie di contrasto al cambiamento climatico sarà necessario accumulare maggiori evidenze scientifiche, rafforzare il quadro normativo e chiarire chi dovrà sostenere le eventuali responsabilità economiche e ambientali nel caso in cui i sistemi di contenimento non dovessero garantire la sicurezza promessa.














































































































































































































































































































































































































































