Bioeconomia riciclo rifiuti
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La bioeconomia europea punta su economia circolare e innovazione: in Spagna e nei Paesi Bassi, rifiuti organici e materie prime vegetali diventano bioplastiche, fertilizzanti e materiali sostenibili per ridurre la dipendenza da petrolio e gas

Quello che oggi finisce nella raccolta dei rifiuti potrebbe diventare domani la materia prima per produrre fertilizzanti, imballaggi e materiali industriali. È una delle prospettive della bioeconomia circolare, un modello che utilizza risorse biologiche rinnovabili, residui agricoli e scarti organici per realizzare prodotti tradizionalmente ottenuti da fonti fossili.

L’obiettivo è duplice: ridurre la dipendenza europea dalle importazioni di petrolio e gas e creare nuove opportunità industriali. Un percorso nel quale ricerca scientifica, investimenti e collaborazione tra imprese possono contribuire a sviluppare filiere produttive più sostenibili.

Secondo i dati riportati nelle iniziative europee dedicate al settore, nel 2023 la produzione e la trasformazione della biomassa hanno generato nell’Unione europea circa 863 miliardi di euro di valore aggiunto.

La nuova strategia europea per la bioeconomia punta a rafforzare questo potenziale attraverso investimenti, mercati più solidi per i prodotti di origine biologica, approvvigionamenti sostenibili e cooperazione internazionale.

Bioplastiche vegetali: dai Paesi Bassi una tecnologia per bottiglie e tessuti

Uno degli esempi più concreti arriva da Delfzijl, nei Paesi Bassi, dove Avantium ha realizzato un impianto dedicato alla produzione di FDCA, l’acido 2,5-furandicarbossilico, una sostanza ottenuta da zuccheri vegetali e utilizzata per produrre il PEF, un polimero destinato a bottiglie, pellicole e fibre tessili.

Il progetto PEFerence, finanziato dall’Unione europea, ha contribuito allo sviluppo dell’impianto, indicato come il primo commerciale al mondo dedicato alla produzione di FDCA. Il primo lotto è stato annunciato il 28 settembre, secondo il comunicato di riferimento, avvicinando la tecnologia alla commercializzazione.

Per l’impianto di punta, l’azienda utilizza amido residuo del grano impiegato nella produzione di proteine per l’industria alimentare.

«Mi piacerebbe vedere più prodotti nella vita di tutti i giorni provenire da risorse bio-based piuttosto che da risorse fossili», ha dichiarato Kevin O’Connor, microbiologo industriale dell’University College Dublin e presidente del comitato scientifico del partenariato europeo CBE JU.

L’impianto olandese è progettato per produrre circa 5.000 tonnellate di FDCA all’anno. L’azienda punta in futuro a raggiungere capacità produttive molto superiori, fino a 100.000 tonnellate annue.

Avantium riferisce inoltre di avere accordi con oltre 20 imprese interessate al PEF, tra cui Henkel e la catena di supermercati olandese Albert Heijn.

Il materiale presenta caratteristiche che possono risultare vantaggiose per gli imballaggi: secondo l’azienda, offre una buona resistenza meccanica e una barriera efficace contro il passaggio dell’ossigeno e dell’anidride carbonica, proprietà utili per conservare alimenti e bevande.

La sua origine biologica, tuttavia, non basta da sola a dimostrarne la superiorità ambientale. Per valutarne gli effettivi benefici occorre considerare l’intero ciclo di vita, dalla produzione delle materie prime alla gestione del prodotto a fine utilizzo.

Il problema dei costi e della produzione su larga scala

Portare una tecnologia sul mercato richiede più di un risultato scientifico promettente. I nuovi materiali devono essere prodotti in quantità sufficienti e a prezzi competitivi rispetto alle alternative convenzionali.

«Un ostacolo importante è spesso il costo dei materiali e dei prodotti a base biologica, che può essere superiore a quello dei prodotti di origine fossile», ha spiegato Sven Wydra del Fraunhofer Institute for Systems and Innovation Research, coordinatore del progetto europeo ShapingBio.

Per ridurre i costi servono processi più efficienti, impianti di dimensioni adeguate e investimenti capaci di sostenere la crescita industriale. Anche la regolamentazione può incidere sullo sviluppo del settore: secondo Wydra, alcune norme concepite per le industrie tradizionali potrebbero richiedere aggiornamenti per tenere conto delle caratteristiche delle nuove tecnologie.

La sfida è creare condizioni favorevoli all’innovazione senza rinunciare agli standard ambientali e di sicurezza.

In Spagna una bioraffineria trasforma i rifiuti organici

A Saragozza, in Spagna, la società Urbaser ha sviluppato una bioraffineria che utilizza rifiuti organici domestici e fanghi di depurazione per ottenere nuovi prodotti industriali. Il progetto CIRCULAR BIOCARBON, finanziato dall’Unione europea, ha sostenuto questa iniziativa.

Tra i materiali ricavabili figurano biopolimeri per sacchetti compostabili e pellicole agricole, fertilizzanti, ammendanti per il suolo, rivestimenti e grafene ottenuto dal carbonio recuperato dai rifiuti urbani.

Il processo punta a recuperare carbonio e nutrienti, riducendo la quota di materia organica destinata alla discarica o a trattamenti di minor valore.

«Il primo cambiamento necessario è smettere di vedere i rifiuti organici semplicemente come qualcosa da smaltire e iniziare a considerarli una materia prima urbana rinnovabile», ha dichiarato Eduardo Fernández Giménez, direttore dell’innovazione di Urbaser.

Il modello potrebbe offrire nuove opportunità alle città, trasformando una parte dei costi legati alla gestione dei rifiuti in risorse per attività produttive. La sua efficacia dipenderà però dalla qualità dei materiali recuperati, dai costi dei processi e dalla possibilità di trovare un mercato per i prodotti finali.

Una strategia europea che punta sulla collaborazione

La bioeconomia richiede filiere capaci di collegare settori che spesso hanno operato separatamente. I residui forestali, per esempio, possono diventare materie prime per l’industria chimica, mentre gli scarti agricoli e alimentari possono essere utilizzati per produrre nuovi materiali.

Le opportunità cambiano da regione a regione, in base alle risorse disponibili e alle competenze industriali. Per questo la collaborazione tra agricoltori, aziende forestali, ricercatori, produttori chimici e gestori dei rifiuti sarà determinante.

In questo quadro opera la Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBE JU), partenariato pubblico-privato istituito nel 2021 per sostenere la bioeconomia circolare. Insieme al precedente programma Bio-based Industries Joint Undertaking, aveva sostenuto oltre 240 progetti entro la fine del 2025, secondo i dati riportati dal programma.

La cooperazione internazionale sarà uno dei temi del Global Bioeconomy Summit 2026, previsto a Dublino in ottobre. L’incontro riunirà istituzioni, ricercatori e imprese per favorire lo scambio di conoscenze e la nascita di nuove partnership.

Tra le iniziative annunciate figurano la Bio-based Europe Alliance, destinata a stimolare la domanda di prodotti biologici, e l’International Bioeconomy Solutions Library, una piattaforma per condividere soluzioni già sperimentate.

La prova decisiva sarà il mercato

Dalle bioplastiche ai fertilizzanti ricavati dai rifiuti, le innovazioni della bioeconomia mostrano come le risorse biologiche possano alimentare nuove attività industriali. Ma la loro diffusione dipenderà dalla capacità di superare gli ostacoli economici e tecnologici che ancora separano i progetti pilota dalla produzione su larga scala.

Serviranno investimenti, regole adeguate, approvvigionamenti sostenibili e clienti disposti a scegliere i nuovi materiali. Sarà inoltre necessario evitare che la domanda di biomassa comprometta la produzione alimentare o la tutela degli ecosistemi.

Come ha sottolineato Fernández Giménez, una tecnologia può essere tecnicamente valida senza essere ancora pronta per il mercato: per crescere ha bisogno di capitali, partner industriali e una domanda concreta.

Il futuro della bioeconomia europea si giocherà quindi sulla capacità di trasformare le innovazioni in prodotti accessibili e realmente vantaggiosi sul piano ambientale. Il risultato più significativo sarà la loro presenza crescente nella vita quotidiana: dagli imballaggi ai tessuti, fino ai materiali utilizzati in agricoltura e nell’industria.

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