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Il nuovo Decreto Ambiente semplifica l’utilizzo del CSS nei cementifici. PolieCo richiama l’attenzione sulla qualità del riciclo, sui costi delle imprese e sulla competitività della plastica rigenerata italiana

Semplificare l’utilizzo dei rifiuti come combustibile può rispondere a esigenze industriali immediate, ma non risolve i problemi strutturali della filiera italiana del riciclo. È la posizione espressa da Claudia Salvestrini, direttrice generale di PolieCo – Consorzio nazionale per il riciclaggio di rifiuti di beni in polietilene, dopo l’entrata in vigore del Decreto Ambiente dell’8 ottobre 2026.

Il provvedimento, in vigore dal 9 ottobre, introduce nuove semplificazioni per l’impiego del combustibile solido secondario (CSS) nei cementifici, chiarendo le condizioni alle quali la sua sostituzione ai combustibili tradizionali non costituisce una modifica sostanziale dell’autorizzazione integrata ambientale e prevedendo un meccanismo di silenzio-assenso.

Secondo Salvestrini, tuttavia, la misura non può essere considerata una soluzione definitiva alla gestione dei rifiuti. Il rischio è trascurare gli investimenti e gli interventi necessari per rendere più efficiente il recupero delle materie prime seconde.

CSS e riciclo: il nodo delle priorità ambientali

PolieCo non contesta in assoluto il recupero energetico, ma richiama la gerarchia europea dei rifiuti, che privilegia la prevenzione, il riutilizzo e il riciclo rispetto alla produzione di energia.

«Nella gerarchia dei rifiuti il recupero energetico c’è, ovviamente, ma solo dopo riduzione, riuso e riciclo», sottolinea Salvestrini.

La preoccupazione riguarda soprattutto la possibilità che una quota significativa di rifiuti plastici venga destinata alla produzione di combustibile anziché al recupero di materia, quando esistono le condizioni tecniche per riciclarla.

La questione investe direttamente il futuro della plastica rigenerata italiana, un comparto che deve confrontarsi con costi produttivi elevati e con la necessità di mantenere standard qualitativi adeguati alla domanda industriale.

Le imprese tra costi energetici e concorrenza sleale

Tra le criticità indicate da PolieCo figurano l’aumento dei costi energetici, la disomogeneità dei materiali raccolti e i traffici illeciti di rifiuti verso l’estero. Quest’ultimo fenomeno, associato al cosiddetto dumping ambientale, può penalizzare le imprese che operano nel rispetto delle regole e rendere meno competitivi i granuli riciclati prodotti in Italia.

Anche la qualità della raccolta incide sulla sostenibilità economica degli impianti. Materiali eterogenei richiedono trattamenti più complessi, generano maggiori scarti e aumentano i costi necessari per ottenere un prodotto riutilizzabile nei processi industriali.

Per questo, secondo la direttrice generale del Consorzio, la strategia dovrebbe puntare non soltanto ad aumentare i quantitativi trattati, ma soprattutto a migliorare la qualità dei materiali in ingresso.

Made Green in Italy e acquisti pubblici: le leve per la filiera

Tra gli strumenti che possono favorire la domanda di prodotti a minore impatto ambientale, Salvestrini richiama il marchio Made Green in Italy, promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica sulla base di parametri scientifici e verificabili.

Un ruolo importante può essere svolto anche dal Green Public Procurement, il sistema di acquisti pubblici che integra criteri ambientali nelle procedure delle amministrazioni. Una maggiore attenzione ai prodotti sostenibili può contribuire a creare nuove opportunità commerciali per le imprese che investono nel recupero delle risorse.

Accanto agli incentivi alla domanda, resta fondamentale ridurre i costi di selezione e trattamento, così da limitare gli scarti e migliorare la resa degli impianti.

La sfida dell’economia circolare è industriale

Il confronto sul CSS riporta al centro una questione che riguarda l’intero sistema produttivo: come conciliare la gestione dei rifiuti con la necessità di preservare il valore delle risorse.

Il recupero energetico può avere una funzione nella gestione dei materiali non altrimenti recuperabili, ma non dovrebbe sostituire il riciclo quando quest’ultimo è praticabile. La differenza non è soltanto ambientale: riguarda la disponibilità di materie prime seconde, la capacità produttiva nazionale e la competitività delle imprese.

È su questo equilibrio che si concentra la critica di PolieCo. Per rafforzare l’economia circolare, sostiene Salvestrini, occorre affiancare alle semplificazioni normative politiche capaci di migliorare la qualità dei materiali, contrastare le pratiche illecite e sostenere il mercato dei prodotti riciclati.

La sfida, quindi, non consiste semplicemente nel gestire più rifiuti, ma nel recuperare più valore da quelli prodotti.

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