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I lavori green stanno trasformando le imprese e le professioni: dalla progettazione sostenibile alla riparazione, nuove competenze tecniche e digitali diventano fondamentali per accompagnare la transizione produttiva e creare opportunità occupazionali

L’economia circolare non sta cambiando soltanto il modo in cui vengono progettati, prodotti, utilizzati e recuperati i beni. Sta modificando anche il mercato del lavoro, trasformando professioni esistenti, creando nuove specializzazioni e imponendo alle imprese di ripensare le competenze necessarie per rimanere competitive.

La transizione verso modelli produttivi basati sulla riduzione degli sprechi, sul riutilizzo dei materiali, sulla riparazione e sull’allungamento della vita dei prodotti richiede infatti un’evoluzione che non riguarda soltanto impianti e tecnologie. Al centro ci sono le persone: tecnici, progettisti, ingegneri, responsabili della sostenibilità, esperti di materiali, operatori del recupero e professionisti capaci di integrare competenze ambientali, digitali e industriali.

I numeri europei confermano che questa trasformazione ha già una dimensione occupazionale significativa. Ma evidenziano anche una questione meno visibile: non basta creare nuovi posti di lavoro, occorre garantire che siano qualificati, accessibili e accompagnati da percorsi di formazione adeguati.

In Europa 4,4 milioni di posti di lavoro legati all’economia circolare

Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), tra il 2014 e il 2023 l’occupazione collegata all’economia circolare nell’Unione europea è cresciuta del 10%, raggiungendo circa 4,4 milioni di posti di lavoro.

Il dato restituisce la dimensione di un sistema produttivo nel quale attività come riciclo, riparazione, riutilizzo e noleggio assumono un’importanza crescente. Non si tratta più soltanto di comparti legati alla gestione dei rifiuti, ma di un insieme di attività che coinvolgono numerosi settori economici e diverse professionalità.

Le prospettive indicano ulteriori possibilità di sviluppo. Il rapporto tecnico europeo A just transition to a circular economy, pubblicato nell’aprile 2026, richiama stime che prospettano fino a 700.000 posti di lavoro aggiuntivi entro il 2030.

Questa previsione va letta come una prospettiva e non come un risultato già acquisito. Lo stesso rapporto sottolinea che i sistemi statistici attuali non riescono ancora a rappresentare completamente il lavoro circolare, soprattutto nelle attività di riuso, riparazione e nell’economia informale.

La fotografia occupazionale disponibile, quindi, potrebbe non comprendere tutte le attività che contribuiscono concretamente alla circolarità.

Dalla gestione dei rifiuti alla progettazione: cambiano le professioni

Uno degli aspetti più significativi della transizione circolare riguarda l’evoluzione delle attività professionali lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti.

Se nel modello economico tradizionale una parte importante del lavoro si concentra sulla produzione e sulla vendita, nell’economia circolare diventano centrali anche la progettazione per la durabilità, la manutenzione, la riparazione, il recupero dei componenti e la reintroduzione dei materiali nei cicli produttivi.

Questo cambiamento amplia il campo delle competenze richieste alle imprese. La trasformazione riguarda anche le utility e i servizi a rete, dove la convergenza tra transizione digitale ed ecologica sta facendo emergere nuove figure professionali e nuove esigenze formative.

Tra le professionalità interessate dalla trasformazione troviamo:

  • Progettisti ed esperti di ecodesign, chiamati a sviluppare prodotti più durevoli, riparabili e facilmente riciclabili.
  • Tecnici della riparazione e della manutenzione, fondamentali per prolungare la vita utile di apparecchiature, macchinari e beni di consumo.
  • Ingegneri dei materiali, impegnati nella ricerca e nell’impiego di materiali riciclati, riciclabili o di origine rinnovabile.
  • Specialisti del recupero e della gestione delle risorse, che lavorano sull’ottimizzazione dei processi di selezione, trattamento e valorizzazione dei materiali.
  • Responsabili della sostenibilità e della circolarità, chiamati a integrare gli obiettivi ambientali nelle strategie aziendali e nelle decisioni industriali.
  • Esperti di tracciabilità e dati, necessari per monitorare materiali, prodotti, flussi di risorse e prestazioni ambientali lungo le filiere.

Non tutte queste figure rappresentano professioni completamente nuove. In molti casi si tratta di mestieri tradizionali che stanno evolvendo attraverso l’introduzione di nuove tecnologie, metodologie di lavoro e responsabilità ambientali.

Le imprese cercano competenze green, ma il personale non è sempre facile da trovare

La trasformazione del lavoro emerge anche dai dati italiani. Secondo il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel 2024 le competenze legate al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale erano richieste nell’80,6% delle assunzioni programmate dalle imprese italiane, per oltre 4,4 milioni di entrate previste.

Nel 42,9% dei profili ricercati queste competenze erano considerate necessarie con un grado elevato.

Il dato più significativo riguarda però la difficoltà di reperimento: quando le imprese richiedevano competenze green, la quota saliva al 49,4%, raggiungendo il 51,5% nei casi in cui tali competenze erano considerate particolarmente importanti.

È un segnale di disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Le imprese cercano personale capace di operare in un contesto produttivo sempre più attento all’efficienza delle risorse e alla sostenibilità, ma non sempre riescono a trovare profili adeguatamente preparati.

Occorre tuttavia precisare che questi indicatori riguardano le competenze green in senso ampio, non esclusivamente le professioni dell’economia circolare. Rappresentano comunque un elemento utile per comprendere il cambiamento delle richieste del mercato del lavoro.

La carenza di competenze è una sfida anche europea

La difficoltà nel reperire personale qualificato non riguarda soltanto l’Italia. Nel luglio 2026 la Commissione europea ha pubblicato un’analisi sulle carenze occupazionali nelle professioni legate alla transizione verde. Il documento individua 22 professioni che registrano carenze diffuse in almeno cinque Stati membri.

Tra le figure maggiormente interessate compaiono idraulici, installatori di impianti, tecnici della climatizzazione e della refrigerazione, coperturisti, ingegneri civili e lavoratori specializzati nell’isolamento degli edifici.

Il quadro evidenzia che la trasformazione ecologica richiede una combinazione di competenze tecniche, conoscenze normative e capacità operative.

Accanto alle professionalità legate all’efficienza energetica e alla decarbonizzazione degli edifici, assumono importanza anche le competenze in materia di conformità ambientale, gestione dei rifiuti, monitoraggio ambientale e valutazione degli impatti.

La circolarità si inserisce in questo scenario più ampio: la capacità di utilizzare meglio le risorse, ridurre gli scarti e recuperare materiali richiede infatti competenze che attraversano produzione, progettazione, logistica e gestione industriale.

La trasformazione del mercato del lavoro pone quindi una questione che va oltre il numero delle assunzioni: la capacità delle imprese e dei sistemi produttivi di adattarsi a un modello economico nel quale progettazione, utilizzo efficiente delle risorse, riparazione e recupero dei materiali diventano attività sempre più integrate. È in questo cambiamento che si definisce il futuro delle professioni legate alla circolarità.

La circolarità passa anche dalle persone

La trasformazione verso modelli produttivi circolari viene spesso raccontata attraverso nuovi materiali, tecnologie di riciclo, regolamenti e investimenti industriali. Ma dietro ogni cambiamento esiste una componente professionale senza la quale questa evoluzione non può realizzarsi.

Le imprese devono ripensare i processi e le competenze delle proprie risorse umane. Le istituzioni formative devono intercettare i cambiamenti del mercato, mentre i lavoratori sono chiamati ad aggiornare le proprie conoscenze e ad affrontare nuove opportunità professionali.

I 4,4 milioni di occupati registrati nell’economia circolare europea rappresentano una base importante. Le prospettive di crescita indicano ulteriori possibilità di sviluppo, ma soprattutto confermano che la transizione produttiva coinvolge direttamente il mondo del lavoro.

Perché l’economia circolare non richiede soltanto un nuovo modo di produrre. Richiede anche nuove professionalità, competenze aggiornate e un diverso modo di interpretare il valore del lavoro.

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