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La guerra in Iran sta provocando un impatto climatico enorme: in 14 giorni più emissioni dell’Islanda in un anno. L’analisi del Climate and Community Institute.

Non è solo una guerra combattuta con missili, droni e bombardamenti. Quella in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran sta producendo un impatto meno visibile ma altrettanto devastante: quello sul clima globale.

A lanciare l’allarme è un’analisi del Climate and Community Institute, firmata dai ricercatori Fred Otu-Larbi, Patrick Bigger e Benjamin Neimark, che documenta un dato impressionante: nei primi 14 giorni di attacchi sono state generate oltre 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Per capire la portata del fenomeno, basta un confronto: è più di quanto un intero Paese come l’Islanda produca in un anno.

Un conflitto che colpisce il cuore energetico del mondo

Dal 28 febbraio, i cieli sopra l’Iran e il Libano meridionale sono attraversati da raid continui. Migliaia di bombardamenti hanno preso di mira non solo obiettivi militari, ma anche infrastrutture chiave per l’energia: raffinerie, depositi di carburante, petroliere e impianti industriali.

Le immagini di incendi e colonne di fumo nero che si alzano per chilometri raccontano meglio di qualsiasi dato la scala della devastazione. Combustibili fossili che bruciano senza controllo, impianti distrutti e perdite massive di petrolio stanno trasformando intere aree in epicentri di emissioni.

La risposta di Teheran ha aggravato ulteriormente lo scenario: la chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto uno dei principali snodi energetici globali, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Una mossa che ha immediatamente scosso i mercati e riacceso la crisi energetica su scala internazionale.

Secondo gli autori dell’analisi, dietro l’intervento militare si intravede chiaramente una posta in gioco legata al controllo delle risorse energetiche, con effetti a catena su economia, geopolitica e ambiente.

Emissioni fuori controllo: numeri e conseguenze

I dati raccolti dal Climate and Community Institute offrono una fotografia precisa, ma probabilmente ancora parziale, dell’impatto ambientale: oltre 5 milioni di tonnellate di CO₂ emesse in soli 14 giorni; un impatto equivalente a quello di 1,1 milioni di auto a benzina in un anno; più di 1,3 miliardi di dollari in danni climatici stimati; spese militari statunitensi già salite a 16,5 miliardi di dollari

E il bilancio è destinato a peggiorare. Gli esperti sottolineano che la distruzione di raffinerie e impianti di desalinizzazione potrebbe far impennare ulteriormente le emissioni nel giro di pochi giorni, con un possibile raddoppio o addirittura triplicazione dei danni ambientali.

La guerra invisibile: quella contro il clima

C’è un aspetto che raramente entra nel dibattito pubblico: le guerre sono anche eventi altamente inquinanti.

Come spiegano Otu-Larbi, Bigger e Neimark, le emissioni non derivano solo dalle esplosioni o dai bombardamenti, ma da un sistema molto più ampio:

Operazioni militari

Jet, carri armati, navi e mezzi logistici consumano enormi quantità di carburante ogni giorno.

Filiera bellica

La produzione, il trasporto e lo stoccaggio di armi e munizioni comportano emissioni indirette spesso sottovalutate.

Distruzione di infrastrutture

Quando raffinerie e depositi vengono colpiti, il rilascio di gas serra diventa incontrollabile, replicando scenari già visti in passato, come durante la Guerra del Golfo.

Il risultato è una vera e propria “tempesta perfetta” climatica, che si sviluppa parallelamente al conflitto armato.

Perché il peggio deve ancora arrivare

Se i numeri attuali sono già allarmanti, il futuro appare ancora più critico. Con il prolungarsi della guerra:
– Gli arsenali verranno ricostruiti, aumentando le emissioni legate alla produzione di nuove armi.
– Gli incendi di combustibili fossili continueranno a generare CO₂ in modo incontrollato.
– Il possibile coinvolgimento di altri Paesi porterà a un’ulteriore escalation, anche sul piano ambientale.

Già ora, navi militari di altri Stati stanno raggiungendo il Medio Oriente, segnale di un possibile allargamento del conflitto.

La ricostruzione: il vero peso sul clima

Ma è nel “dopo” che si gioca la partita più pesante per il clima. Secondo l’analisi del Climate and Community Institute, la fase di ricostruzione è quella che genera più emissioni in assoluto in qualsiasi guerra. E in questo caso, la scala sarà enorme.

Intere città e infrastrutture dovranno essere ricostruite in una regione che coinvolge almeno 14 Paesi, da Cipro all’Azerbaigian. Case, strade, ospedali, scuole, reti energetiche e trasporti: tutto richiederà cemento, acciaio, energia e tempo.

Le stime sono impressionanti:
– La ricostruzione di Gaza e Libano potrebbe produrre fino a 24 volte le emissioni generate dal conflitto stesso.
– In Ucraina, il totale ha raggiunto 56 milioni di tonnellate di CO₂.
– I costi economici hanno superato i 43 miliardi di dollari.
Una prospettiva che lega indissolubilmente guerra e crisi climatica per gli anni a venire.

Prezzi in aumento e nuove disuguaglianze

Nel frattempo, gli effetti economici si stanno già riversando sulla popolazione: l’energia costa di più, e questo si riflette su tutto il resto.

Dai carburanti al riscaldamento, fino ai beni alimentari, l’aumento dei prezzi colpisce soprattutto le fasce più deboli. Un meccanismo che rischia di ampliare le disuguaglianze e alimentare tensioni sociali.

L’inflazione, in questo contesto, potrebbe diventare il pretesto per politiche di austerità e per ridurre ulteriormente gli investimenti nella transizione ecologica.

Una crisi globale che non finisce con la guerra

L’obiettivo della cosiddetta “dominanza energetica”, perseguito attraverso l’uso della forza, rischia di lasciare un’eredità pesantissima.

L’espansione delle infrastrutture fossili in nome della sicurezza energetica potrebbe bloccare per decenni livelli elevati di emissioni, rendendo ancora più difficile il raggiungimento degli obiettivi climatici globali.

Come sottolineano i ricercatori del Climate and Community Institute, le conseguenze di questo conflitto non si esauriranno con la fine dei combattimenti ma continueranno a manifestarsi nel tempo, incidendo sul clima, sull’economia e sulla vita quotidiana di milioni di persone, ben oltre i confini del Medio Oriente.

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