- 26/08/2025
- Redazione
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Un recente studio rivela che la pausa nel declino del ghiaccio artico è parte della naturale variabilità del clima e non contraddice il riscaldamento causato dall’uomo
Il ghiaccio marino artico – a lungo simbolo tangibile del cambiamento climatico – ha visto rallentare la propria ritirata negli ultimi vent’anni. Dopo decenni di declino rapido e costante, gli scienziati hanno osservato un calo molto più contenuto a partire dalla fine degli anni 2000. Un’anomalia? Forse. Ma secondo una nuova ricerca pubblicata su Geophysical Research Letters, si tratta di una dinamica tutt’altro che sorprendente.
“Il rallentamento che osserviamo non è raro né inaspettato”, ha spiegato Mark England, coautore dello studio e ricercatore presso l’Università della California, Irvine. “Le simulazioni dei modelli climatici suggeriscono che dovremmo aspettarci periodi come questo che si verificano con una certa frequenza. L’attuale rallentamento è probabilmente causato dalle fluttuazioni naturali del sistema climatico, proprio come hanno contribuito all’accelerazione della perdita di ghiaccio marino nei decenni precedenti. Se non fosse stato per il riscaldamento causato dall’uomo, è probabile che il ghiaccio marino sarebbe aumentato in questo periodo. Secondo le nostre simulazioni, il rallentamento potrebbe durare altri cinque o dieci anni, anche se il mondo continua a riscaldarsi”.
Uno stop apparente: i numeri del rallentamento
Dall’inizio delle rilevazioni satellitari alla fine degli anni ’70 l’estensione del ghiaccio marino artico si è dimezzata. Il record negativo assoluto è stato toccato nel 2012, con soli 3,41 milioni di chilometri quadrati di superficie ghiacciata.
Tuttavia, dagli anni 2000 in poi, la tendenza ha rallentato. Le osservazioni satellitari e i modelli climatici concordano: negli ultimi 15-20 anni, la perdita di ghiaccio si è ridotta sensibilmente, non solo nei mesi estivi ma durante tutto l’arco dell’anno.
Nonostante l’impressione di una tregua, la regione continua a riscaldarsi a un ritmo fino a quattro volte superiore alla media globale. Dai primi anni ’80, l’Artico ha perso oltre 10.000 chilometri cubi di ghiaccio marino – un volume equivalente a circa 4 miliardi di piscine olimpioniche.
Variabilità naturale: la chiave del fenomeno
Il recente rallentamento non è incompatibile con l’andamento generale del riscaldamento globale. Secondo lo studio, si tratta di una manifestazione della cosiddetta variabilità climatica interna, cioè oscillazioni naturali del clima terrestre che possono temporaneamente mascherare – o amplificare – gli effetti dell’aumento dei gas serra.
I ricercatori hanno eseguito centinaia di simulazioni attraverso i modelli climatici del progetto Coupled Model Intercomparison Project (CMIP), dimostrando che rallentamenti pluridecennali nella perdita di ghiaccio artico si verificano in circa il 20% dei casi. Questi periodi sono spesso legati a cicli oceanici come l’Oscillazione Interdecennale del Pacifico o l’Atlantico Settentrionale, che influenzano temperatura e circolazione delle masse d’acqua.
Una pausa prima del crollo?
L’ipotesi più inquietante sollevata dallo studio è che questo rallentamento potrebbe preludere a un’accelerazione improvvisa nella perdita del ghiaccio marino.
Le simulazioni suggeriscono che, una volta terminato il periodo di relativa stabilità, il ghiaccio artico potrebbe tornare a ridursi a ritmi di oltre 500.000 km² per decennio, una perdita pari a oltre il 10% dell’attuale estensione settembrina.
L’immagine proposta dal climatologo Ed Hawkins, presentata in un articolo del 2015 su Carbon Brief, di una palla che rimbalza lungo una discesa, rimane valida: il percorso può apparire irregolare, ma la direzione resta inesorabilmente verso il basso.
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Rallentamento non significa tregua climatica
Il messaggio dei ricercatori è chiaro: l’attuale rallentamento non è un segnale di inversione di tendenza, né rappresenta un indebolimento dell’impatto climatico delle emissioni umane. Al contrario, sottolinea l’importanza di comprendere e distinguere tra le componenti naturali e antropiche del sistema climatico.
“Questa pausa apparente non cambia nulla riguardo alla necessità urgente di ridurre le emissioni di gas serra,” conclude England. “Il cambiamento climatico prosegue. E quando il ghiaccio artico tornerà a ritirarsi, potrebbe farlo con una velocità senza precedenti.”
L’Artico, sentinella silenziosa del riscaldamento globale, ci sta inviando un messaggio complesso. Il rallentamento della perdita di ghiaccio marino non è un conforto, ma una pausa temporanea che, come dimostra la scienza, potrebbe annunciare una nuova e più drammatica fase del cambiamento climatico.






























































































































































































































































































































































































































