- 26/01/2026
- Redazione
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Nel 2024 le emissioni globali di CO₂ aumentano e si concentrano in poche mani: 17 dei 20 maggiori emettitori sono controllati da Stati contrari all’uscita dai combustibili fossili
Nel pieno di un’emergenza climatica sempre più evidente, i numeri raccontano una realtà che va nella direzione opposta agli impegni internazionali. Nel 2024, oltre la metà delle emissioni globali di CO₂ da combustibili fossili (57%) è stata prodotta da aziende controllate dagli Stati, molte delle quali appartenenti a Paesi che si sono apertamente opposti all’eliminazione graduale di petrolio, gas e carbone proposta alla COP30.
A certificarlo è l’ultimo aggiornamento del database Carbon Majors, il più completo strumento di monitoraggio delle emissioni dei grandi produttori mondiali di energia fossile e cemento, attivo dal 1854 e oggi punto di riferimento per governi, tribunali e comunità scientifica.
Sempre meno aziende, sempre più emissioni
Uno degli elementi più rilevanti che emergono dall’analisi del 2024 è il forte consolidamento delle emissioni globali. Solo 32 aziende sono responsabili del 50% delle emissioni globali di CO₂ fossile, un dato in netto calo rispetto alle 38 di cinque anni fa. In altre parole, la crisi climatica è sempre più riconducibile a un numero ristretto di soggetti, mentre la produzione complessiva continua a crescere.
Le emissioni delle aziende presenti nel database Carbon Majors sono aumentate in tutte le regioni del mondo rispetto al 2023. A trainare la crescita è ancora una volta l’Asia, che da sola contribuisce a quasi un terzo delle emissioni globali monitorate.
Il nodo politico: Stati produttori contro la transizione
Il dato più politicamente sensibile riguarda la composizione dei principali emettitori. 17 dei 20 maggiori responsabili di emissioni nel 2024 sono controllati da governi che hanno fatto fronte comune per bloccare, alla COP30, una roadmap internazionale per l’uscita dai combustibili fossili.
Tra questi figurano Arabia Saudita, Russia, Cina, Iran, Emirati Arabi Uniti, Algeria, Iraq, Qatar e India. Nel complesso, questi 17 soggetti hanno prodotto il 38% delle emissioni globali di CO₂ da combustibili fossili e cemento nel solo 2024.
I tre grandi emettitori non statali rimasti nella top 20 sono Shell (Regno Unito), Chevron ed ExxonMobil (Stati Uniti). Un’assenza pesa più delle altre: gli Stati Uniti non hanno partecipato alla COP30, lasciando campo libero alle resistenze dei grandi produttori.
I “super-emettitori” del 2024
I principali emettitori statali
Nel 2024, cinque aziende statali da sole hanno generato il 18% delle emissioni globali (7,8 GtCO₂eq): Saudi Aramco; Coal India; CHN Energy; National Iranian Oil Company e Gazprom.
Credit: Carbon Majors
Quattro di queste cinque hanno aumentato le emissioni rispetto al 2023, confermando una traiettoria incompatibile con gli obiettivi climatici globali.
I grandi gruppi privati
I cinque maggiori emettitori di proprietà degli investitori – ExxonMobil, Chevron, Shell, BP e ConocoPhillips – rappresentano invece il 5,5% delle emissioni globali (2,4 GtCO₂eq). Una quota minore rispetto agli attori statali, ma comunque decisiva.
Un’eredità che pesa da oltre un secolo
L’analisi storica del database Carbon Majors è ancora più netta: il 70% di tutte le emissioni di CO₂ fossile di origine antropica dalla Rivoluzione Industriale a oggi può essere ricondotto a sole 178 aziende ed entità statali.
Ancora più impressionante il dato di concentrazione: 22 aziende sono responsabili di un terzo delle emissioni globali storiche.
Dalle emissioni ai danni reali: il legame scientifico
Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha fatto un salto di qualità decisivo: non solo misurare le emissioni, ma attribuire impatti concreti a singoli produttori.
Secondo gli studi basati su Carbon Majors:
le emissioni delle 178 entità hanno reso più probabili e intense 213 ondate di calore tra il 2000 e il 2023;
hanno contribuito a quasi metà dell’aumento delle temperature superficiali globali;
e a circa un terzo dell’innalzamento del livello dei mari osservato.
Sul fronte economico, i ricercatori hanno stimato danni climatici per migliaia di miliardi di dollari. Solo le emissioni di Chevron sarebbero collegate a perdite comprese tra 791 miliardi e 3,6 trilioni di dollari tra il 1991 e il 2020.
Dai dati ai tribunali: la nuova frontiera della responsabilità climatica
Il peso di Carbon Majors non è più solo scientifico. Negli Stati Uniti, il database è alla base delle leggi Climate Superfund approvate nel Vermont (maggio 2024) e nello Stato di New York (dicembre 2024), con proposte simili in discussione in oltre dieci altri Stati.
Credit: Carbon Majors
Anche la Corte interamericana dei diritti umani ha citato Carbon Majors, affermando che gli Stati hanno il dovere di regolamentare i danni climatici aziendali in base ai diritti umani.
Le voci degli esperti
Secondo Emmett Connaire, analista senior di InfluenceMap, “le emissioni globali si concentrano ogni anno in un gruppo sempre più ristretto di produttori, mentre questi stessi attori continuano a fare lobbying per ostacolare una transizione riconosciuta come essenziale dalla comunità scientifica”.
Per Christiana Figueres, ex segretaria esecutiva dell’UNFCCC, “i grandi emettitori sono dalla parte sbagliata della storia e continuano a bloccare un futuro energetico più sicuro, accessibile e pulito”.
Ancora più netta Tzeporah Berman, fondatrice della Fossil Fuel Treaty Initiative: “un gruppo potente di multinazionali sta sabotando l’azione climatica globale. Un Trattato sui Combustibili Fossili non è più un’opzione, ma una necessità”.




























































































































































































































































































































































































































