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L’Unione Europea è sulla buona strada per 16 dei 45 obiettivi sulla biodiversità al 2030, ma serve accelerare. Il nuovo rapporto UE: in gioco acqua, cibo, economia e clima

L’Europa sta facendo passi avanti sulla biodiversità, ma non abbastanza velocemente. È il messaggio che emerge dal nuovo rapporto dell’Unione Europea: su 45 obiettivi fissati per il 2030, 16 sono sulla buona strada e due risultano già raggiunti. Un risultato incoraggiante, ma che non consente di abbassare la guardia.

In gioco non c’è solo la tutela di specie e habitat naturali, ma qualcosa di molto più concreto: la qualità dell’acqua che beviamo, il cibo che arriva sulle nostre tavole, la tenuta dell’economia e la protezione dai rischi climatici.

“Investire nella biodiversità non è un costo: è un investimento nella prosperità, nella resilienza e nella sicurezza dell’Europa”, ha dichiarato Jessika Roswall, Commissaria europea per l’Ambiente, la Resilienza Idrica e l’Economia Circolare Competitiva.

Cosa dice il nuovo rapporto europeo sulla biodiversità

Il settimo rapporto nazionale dell’UE fotografa lo stato di avanzamento rispetto agli impegni presi nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica (CBD).

Nel 2022, durante la COP15, i Paesi hanno adottato il Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montreal, che prevede 23 target globali al 2030 e quattro obiettivi strategici al 2050 per arrestare e invertire la perdita di biodiversità.

L’Unione Europea ha tradotto questi impegni in 45 obiettivi specifici, allineati al quadro globale. Secondo la valutazione:

  • 16 obiettivi sono in linea con il percorso previsto;

  • 2 risultano già raggiunti;

  • per gli altri è necessario un deciso cambio di passo.

Il messaggio è chiaro: il quadro normativo esiste, ma ora bisogna accelerare sull’attuazione concreta.

Perché la biodiversità riguarda tutti (anche l’economia)

La perdita di biodiversità non è solo una questione ambientale. Ecosistemi sani significano:

  • terreni agricoli più produttivi e resilienti;

  • foreste più capaci di assorbire CO₂;

  • zone umide in grado di prevenire alluvioni;

  • mari e oceani più ricchi di risorse;

  • maggiore sicurezza idrica.

In altre parole, proteggere la natura significa proteggere la stabilità economica e sociale dell’Europa. Senza ecosistemi funzionanti, anche settori chiave come agricoltura, pesca, turismo e industria alimentare rischiano contraccolpi pesanti.

Il Regolamento sul Ripristino della Natura: cosa cambia

Uno degli strumenti centrali è il Regolamento sul Ripristino della Natura, già in vigore.

L’obiettivo è tradurre gli impegni politici in azioni concrete: ripristinare ecosistemi degradati, migliorare la qualità delle acque, rafforzare la sicurezza alimentare e proteggere le comunità dai rischi climatici.

Gli Stati membri dovranno elaborare piani nazionali di ripristino e dare attuazione agli interventi sul territorio. È qui che si gioca la partita decisiva: le norme esistono, ma devono produrre risultati misurabili.

Le nuove iniziative UE per il 2025

Per sostenere l’accelerazione, Bruxelles ha annunciato una serie di nuove iniziative:

Strategia UE per la resilienza idrica

Un piano per proteggere e ripristinare il ciclo dell’acqua, in risposta a siccità sempre più frequenti e a fenomeni meteorologici estremi.

Patto europeo per gli oceani

Il Patto europeo per gli oceani punta a integrare le politiche marittime e a ripristinare la salute degli ecosistemi marini.

Nuova strategia per la bioeconomia

Un progetto per rendere più competitivi e sostenibili settori come agricoltura, silvicoltura, pesca, acquacoltura e biotecnologie, promuovendo un’economia più verde.

Tabella di marcia per i “crediti natura”

Uno strumento pensato per incentivare e premiare gli investimenti privati nella tutela degli ecosistemi, coinvolgendo maggiormente le imprese.

Il ruolo globale dell’Europa

L’UE continua a essere uno dei principali finanziatori dell’azione globale per la biodiversità, sostenendo progetti di conservazione e ripristino attraverso fondi dedicati ad agricoltura, pesca, sviluppo regionale e ricerca.

Tutti i Paesi firmatari della Convenzione, compresa l’UE, dovranno presentare un aggiornamento sui progressi entro febbraio 2026. I risultati confluiranno nella revisione globale prevista alla COP17, che si terrà in Armenia nell’ottobre 2026.

Sarà un passaggio cruciale: l’obiettivo è capire se il mondo è davvero in grado di invertire la rotta entro il 2030.

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