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Gli oceani assorbono un quarto della CO₂ globale, ma potrebbero smettere presto. Il report UNESCO svela un problema enorme che pochi conoscono

L’oceano è uno dei principali alleati nella lotta al cambiamento climatico: oggi assorbe circa il 25% delle emissioni di anidride carbonica prodotte dall’uomo. Un dato fondamentale, che contribuisce a rallentare il riscaldamento globale.

Eppure, proprio questo “polmone blu” del pianeta resta ancora in parte un enigma per la comunità scientifica. Secondo un recente rapporto dell’UNESCO, esistono lacune significative nella comprensione delle dinamiche del carbonio oceanico, soprattutto in un contesto climatico in rapido cambiamento.

“Considerato che l’oceano copre circa il 70% della superficie terrestre, queste incertezze sono particolarmente rilevanti”, ha spiegato Annalisa Bracco, scienziata del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici).

Come funziona davvero il “serbatoio” di carbonio degli oceani

Capire come l’oceano immagazzina il carbonio non è semplice. I processi coinvolti sono molteplici e interconnessi.

Il ruolo dei processi fisici

Nelle regioni più fredde, come l’Atlantico settentrionale e l’Oceano Antartico, le correnti oceaniche profonde trasportano il carbonio verso gli abissi. Questo meccanismo, noto come circolazione termoalina, è uno dei principali motori dello stoccaggio di CO₂.

Il contributo degli organismi viventi

Accanto ai processi fisici, c’è anche il ruolo della biologia marina. Il fitoplancton, attraverso la fotosintesi, assorbe anidride carbonica, mentre batteri e altri organismi contribuiscono al suo rilascio.

Quantificare il peso relativo di questi processi resta però una delle grandi sfide della scienza. I modelli climatici attuali, infatti, forniscono risultati anche molto diversi tra loro.

Il problema dei dati: osservare l’oceano è difficile (e costoso)

Uno dei principali ostacoli alla ricerca è la scarsità di dati diretti. Le osservazioni oceaniche sono limitate e distribuite in modo disomogeneo.

Il motivo è anche economico: una nave da ricerca può costare tra i 25.000 e i 100.000 dollari al giorno. Di conseguenza, molte dinamiche vengono studiate in laboratorio, con inevitabili limiti rispetto alla complessità reale degli oceani.

Perché queste incertezze sono cruciali per il clima

Le lacune nella conoscenza del carbonio oceanico non sono solo un problema scientifico, ma anche politico.

Con l’aumento delle temperature, la capacità dell’oceano di assorbire CO₂ potrebbe diminuire. Questo significherebbe lasciare una quota maggiore di emissioni nell’atmosfera, accelerando ulteriormente il cambiamento climatico.

Allo stesso tempo, l’assorbimento di anidride carbonica sta causando un altro fenomeno preoccupante: l’acidificazione degli oceani. Questo processo minaccia gli ecosistemi marini, in particolare gli organismi che costruiscono strutture calcaree come conchiglie e scheletri.

Le nuove frontiere della ricerca: dal CMCC alle tecnologie climatiche

Per affrontare queste sfide, il CMCC sta portando avanti un approccio integrato che unisce osservazioni, modellistica e politiche climatiche.

Tra le linee di ricerca più innovative ci sono le tecnologie di rimozione della CO₂, in particolare quelle marine (mCDR), che puntano a potenziare la capacità dell’oceano di assorbire carbonio. Un esempio è l’aumento dell’alcalinità oceanica, ancora in fase di studio.

Secondo Momme Butenschön, coordinatore delle attività di modellazione del sistema Terra del CMCC, “è fondamentale rafforzare la collaborazione internazionale tra scienziati, osservatori e decisori politici”.

La sfida globale: più dati, modelli migliori e cooperazione

Il rapporto propone una vera e propria tabella di marcia per il futuro: migliorare i sistemi di osservazione, sviluppare modelli più accurati e rafforzare la cooperazione internazionale.

Solo così sarà possibile comprendere davvero il ruolo degli oceani nel ciclo del carbonio e, di conseguenza, prendere decisioni efficaci per contrastare la crisi climatica.

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