- 08/09/2026
- Redazione
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L’Onu svela il conto del clima: il nuovo rapporto UNEP-CCAC quantifica per la prima volta su scala globale i benefici economici e sanitari dell’azione integrata contro cambiamento climatico e inquinamento atmosferico
Affrontare il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico come due emergenze separate rischia di farci perdere una parte enorme dei benefici economici, sanitari e sociali possibili. È la conclusione a cui arriva un nuovo rapporto pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e dalla Coalizione per il clima e l’aria pulita (CCAC).
Il dato più significativo è anche quello destinato a far discutere governi e investitori: per ogni dollaro investito in azioni congiunte per il clima e la qualità dell’aria si possono generare circa 15 dollari di benefici economici.
Un rapporto costi-benefici particolarmente elevato, che comprende sia i ritorni direttamente misurabili sul mercato sia quelli legati a una maggiore salute e qualità della vita.
Il conto del ritardo: oltre 1.500 miliardi di dollari persi ogni anno
Lo studio, intitolato Hidden Assets: The Economic and Health Case for Climate and Clean Air Action, è stato pubblicato in occasione della Giornata internazionale dell’aria pulita per un cielo azzurro ed è presentato come la prima valutazione economica globale completa dell’azione integrata per clima e aria pulita.
Secondo le stime, l’applicazione delle 25 misure individuate nel rapporto potrebbe produrre benefici economici annuali equivalenti al 2,8% del Pil mondiale nel 2035, al 4,5% nel 2050 e all’11,4% nel 2100.
Il costo dell’inazione, invece, è enorme: ogni anno di ritardo comporterebbe una perdita di oltre 1.500 miliardi di dollari, pari a circa lo 0,5% del Pil globale, in benefici combinati di mercato e non di mercato.
Anche prendendo in considerazione soltanto i benefici economici direttamente misurabili, senza monetizzare quelli legati al benessere, il ritorno rimarrebbe significativo: circa 4 dollari per ogni dollaro investito.
Il problema, secondo gli autori del rapporto, è anche finanziario e istituzionale. I vantaggi delle politiche climatiche e dell’aria pulita si distribuiscono infatti tra sistemi sanitari meno sotto pressione, maggiore produttività, minori danni climatici e una popolazione più sana. Non finiscono necessariamente nello stesso bilancio pubblico o aziendale.
Aria pulita, il prezzo umano dell’inquinamento
Dietro ai numeri economici c’è però soprattutto un problema sanitario.
Nel 2025, secondo il rapporto, l’esposizione all’inquinamento atmosferico esterno causato dalle attività umane, in particolare attraverso PM2.5 e ozono, è stata associata a circa 6,4 milioni di morti premature nel mondo.
A queste si aggiungono circa 2 milioni di morti premature attribuite all’inquinamento dell’aria domestica, comprese circa 300mila vittime tra i bambini.
L’impatto non riguarda soltanto la mortalità. Nel 2025 l’inquinamento atmosferico esterno avrebbe contribuito anche a 5,5 milioni di nuovi casi di asma infantile e circa 2 milioni di nuovi casi di demenza, oltre a milioni di casi di infarto, malattie polmonari, diabete, ictus e tumore ai polmoni.
Il rapporto prova così a includere nel calcolo economico anche ciò che spesso rimane fuori dai tradizionali indicatori: il costo delle malattie, la pressione sui sistemi sanitari, la perdita di produttività e il valore di vite più lunghe e in salute.
«L’aria pulita è un fattore chiave per lo sviluppo, la salute, la sicurezza alimentare ed energetica e la stabilità climatica».
È il punto sottolineato da Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’UNEP, secondo cui il problema non è l’assenza di soluzioni, ma la necessità di una leadership più decisa da parte di governi, istituzioni finanziarie e imprese.
Entro il 2050 si potrebbero evitare 144 milioni di morti premature
Se le 25 misure venissero applicate pienamente, il rapporto stima che entro il 2050 potrebbero essere evitate complessivamente 144 milioni di morti premature legate all’inquinamento atmosferico.
Di queste, circa 96 milioni sarebbero attribuibili al solo miglioramento della qualità dell’aria, mentre verrebbero evitati anche centinaia di milioni di casi di malattie croniche.
Ma l’effetto sarebbe rilevante anche sul clima.
Rispetto allo scenario di base considerato dallo studio, l’attuazione immediata delle misure potrebbe portare entro il 2050 a: una riduzione di circa il 50% delle emissioni globali di CO₂; una riduzione del 60% delle emissioni di metano e un taglio di circa il 70% dei principali inquinanti atmosferici, tra cui carbonio nero, anidride solforosa e ossidi di azoto.
Fino a 1,4 °C di riscaldamento evitato entro il 2100
Il beneficio climatico non sarebbe limitato alle emissioni. Secondo le simulazioni contenute nel rapporto, le misure potrebbero evitare circa 0,34 °C di riscaldamento globale entro il 2050 e arrivare a 1,4 °C entro il 2100.
L’effetto potrebbe essere ancora più marcato sulle terre emerse, dove il riscaldamento procede più rapidamente rispetto alla media globale. In molte regioni, entro la fine del secolo, il riscaldamento evitato potrebbe raggiungere 1,5-2 °C.
Nello scenario analizzato, inoltre, le emissioni di CO₂ diventerebbero nette negative entro la fine del secolo, mentre i principali inquinanti atmosferici potrebbero diminuire fino all’85%.
«Trattare il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico come problemi separati ci porta a sottovalutare i benefici derivanti dall’affrontare entrambi», ha spiegato Simon Dietz, co-presidente della commissione di valutazione e professore di politica ambientale alla London School of Economics.
Il vero ostacolo? Coordinare le politiche
Se le soluzioni esistono e il loro ritorno economico è così elevato, perché l’azione procede più lentamente del necessario?
Il rapporto individua nelle barriere istituzionali uno dei principali ostacoli: competenze frammentate, capacità di applicazione limitate e insufficiente coordinamento tra le amministrazioni.
Il risultato è un possibile ritardo di quasi otto anni nella piena attuazione delle misure a livello globale.
Ed è qui che entra in gioco anche la politica economica. Secondo gli autori, incentivi fiscali, regolamentazioni efficaci e un migliore coordinamento tra finanza pubblica e privata potrebbero accelerare la diffusione delle tecnologie già disponibili.
L’effetto economico potrebbe essere rilevante: intervenire per superare queste barriere potrebbe generare fino a 10mila miliardi di dollari di ulteriori benefici sanitari entro il 2040.
Clima e salute non sono due partite separate
Il messaggio centrale del rapporto è dunque semplice, anche se le implicazioni sono enormi: investire nella qualità dell’aria significa contemporaneamente investire nella lotta al cambiamento climatico, nella salute pubblica e nell’economia.
Il ritorno di 15 dollari per ogni dollaro investito non è soltanto una stima contabile. È il tentativo di misurare il valore di benefici che normalmente vengono distribuiti tra settori diversi e che, proprio per questo, rischiano di non essere considerati quando si prendono le decisioni.
La sfida, ora, è trasformare quel valore potenziale in politiche concrete. Perché, avverte il rapporto, ogni anno perso non è soltanto un anno in più di emissioni e inquinamento: è anche un’enorme quantità di benefici economici e sanitari che il mondo lascia sul tavolo.























































































































































































































































































































































































































