Condividi questo articolo

CCPI 2026: bene Danimarca e UK, male USA e petrostati. Italia giù al 46° posto per politiche climatiche insufficienti

Dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, il mondo avanza sulla strada della transizione energetica, ma con un passo ancora troppo lento. Le emissioni pro capite calano, le rinnovabili crescono e oltre cento Paesi hanno fissato target per la neutralità climatica. Eppure, la traiettoria globale non è ancora compatibile con il limite di 1,5 °C.

A mostrarlo è il Climate Change Performance Index (CCPI 2026), pubblicato da Germanwatch, NewClimate Institute e CAN International, che offre come sempre una fotografia dettagliata dei progressi – e delle resistenze – nel contrasto alla crisi climatica.

Danimarca in testa, seguita da Regno Unito e Marocco

Come negli anni precedenti, i primi tre posti simbolici restano vuoti: nessun Paese è pienamente in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il primo classificato effettivo (4°) è ancora la Danimarca, leader nella politica climatica e nell’eolico offshore.

Il Regno Unito, quinto, guadagna una posizione grazie ai progressi storici – come l’uscita completa dal carbone – ma rimane indietro sulle rinnovabili. Sul podio dei migliori spunta anche il Marocco (6°), che continua a mantenere emissioni pro capite bassissime e investe in modo significativo nei trasporti pubblici e nei propri target climatici.

“Ci sono Paesi pionieri in singole categorie – spiega Niklas Höhne del NewClimate Institute – anche se nessuno mostra una performance eccellente su tutti i fronti”. Tra i “sorprendenti”, cita il Pakistan, particolarmente virtuoso in termini di emissioni e consumi pro capite.

Italia in caduta libera: 46ª nella classifica climatica

Il nuovo CCPI 2026 conferma un arretramento significativo per l’Italia, che nel 2025 scivola al 46° posto, perdendo tre posizioni rispetto allo scorso anno (43ª) e ben 17 rispetto al 2022, quando occupava la 29ª posizione.

Il nostro Paese paga soprattutto una politica climatica nazionale giudicata fortemente insufficiente, collocandosi al 58° posto nella specifica categoria. Un dato che segnala la mancanza di strategie coerenti e di lungo periodo per affrontare l’emergenza climatica, e che appesantisce l’intera performance generale.

Petrostati in fondo alla classifica: USA terzultimi

Nella parte bassa del ranking dominano senza sorpresa i grandi produttori di petrolio e gas. Gli ultimi tre sono Arabia Saudita (67°), Iran (66°) e Stati Uniti (65°), preceduti solo dalla Russia.

“Gli USA registrano un declino impressionante”, afferma Thea Uhlich di Germanwatch. “I Paesi che fondano la loro economia sui combustibili fossili non mostrano alcuna intenzione di abbandonare il vecchio modello. Così facendo, perdono l’occasione di costruire un futuro sostenibile”.

G20: un fallimento collettivo, tranne il Regno Unito

Il quadro più critico riguarda i Paesi del G20, responsabili di oltre il 75% delle emissioni mondiali. Solo il Regno Unito ottiene un giudizio “alto”. Dieci Paesi – tra cui Stati Uniti, Cina, Canada, Australia, Giappone, Russia e Arabia Saudita – sprofondano nella categoria “molto bassa”. Italia, Sudafrica e Indonesia seguono nella fascia “bassa”.

Leggi anche: Accordo di Parigi: il nuovo report OCSE sui progressi e i ritardi nella lotta ai cambiamenti climatici

Cina: dinamiche positive, ma il carbone resta un freno

La Cina, primo emettitore mondiale, risale di una posizione (54°), mantenendo però una valutazione complessiva molto bassa. Buono il punteggio sulla politica climatica, dove raggiunge livelli “alti”, e incoraggiante il calo delle emissioni registrato nel primo trimestre del 2025, possibile segnale di picco raggiunto.

Tuttavia, la continua espansione del carbone pesa come un macigno. “La leadership climatica è inutile se un Paese promuove insieme energia pulita e combustibili fossili”, ammonisce Janet Milongo di CAN International.

India in netto calo: aumenta il carbone, crescono consumi ed emissioni

Tra i peggiori scivoloni in classifica c’è l’India (23°), ora nella categoria “media”. Crescono consumi energetici ed emissioni, mentre manca un piano credibile per l’uscita dal carbone. “Se rallenterà la costruzione di nuove centrali e continuerà a investire nelle rinnovabili, potrà migliorare di molto”, osserva Jan Burck di Germanwatch.

Uno scenario globale ancora troppo lento

Il quadro generale mostra un mondo che avanza ma non abbastanza velocemente. Le rinnovabili crescono, l’elettrificazione accelera e alcuni Paesi dimostrano che una transizione efficace è possibile. Ma la resistenza dei petrostati e l’immobilismo di gran parte del G20 rischiano di compromettere l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C.

Il messaggio del CCPI 2026 è chiaro: senza una rapida e completa eliminazione dei combustibili fossili, accompagnata da investimenti equi e massicci nelle rinnovabili, la finestra per salvaguardare il clima globale continuerà a restringersi.

Condividi questo articolo