- 24/10/2024
- Simone Martino
- 0
Gli eventi estremi stanno divenendo una tragica ricorrenza. Occorre un cambio di approccio che parte dalla cultura della prevenzione e che deve necessariamente tradursi in un nuovo modo di pianificare e realizzare le infrastrutture
A meno di diciotto mesi dalle alluvioni del 2023, Emilia-Romagna e Toscana si trovano nuovamente a fronteggiare eventi i cui tempi di ritorno si era abituati a quantificare nell’ordine delle centinaia d’anni.
Secondo il nuovo Position Paper di Laboratorio Ref, ciò che sino a qualche anno fa si prospettava come possibile evoluzione dello “scenario” è ormai assurto a tragica “cronaca”: non più “il clima che sarà” ma “il clima che è”.
La pianificazione e le infrastrutture divengono, dunque, pilastri necessari su cui costruire una strategia di resilienza. Adattamento e mitigazione sono le dimensioni al centro del cambio di paradigma per affrontare il “nuovo mondo” che stiamo imparando a conoscere, inserite in un quadro strategico e condiviso in grado di trasformare la “risposta emergenziale” in “azione preventiva”.
Occorrono, quindi, non più solo azioni urgenti in risposta all’emergenza, ma una nuova strategia basata sull’analisi del rischio climatico – presente e prospettico – e degli impatti del cambiamento climatico sulle persone, sul territorio e sulle attività produttive.
E’ necessario, secondo il position paper, studiare le emergenze per identificare gli anelli più deboli del sistema infrastrutturale; utilizzare un quadro di misurazioni e azioni ad ampio spettro per individuare le risposte di adattamento, come codificato da OECD, IPCC e dalla Commissione Europea.
La disponibilità idrica e i prelievi
L’aumento delle temperature e l’affermarsi di un nuovo regime di alternanza tra siccità e copiose precipitazioni sono i fenomeni che contribuiscono al deterioramento della qualità e della quantità di risorsa idrica disponibile e che la rendono sempre più “fragile”.
Ai fini di una corretta interpretazione del fenomeno, è necessario leggere il clima, andando oltre le tendenze di breve periodo per poter cogliere la progressiva tropicalizzazione del clima anche alle nostre latitudini.
Ed è questo il nuovo regime pluviometrico cui dovremo adattarci nel nostro Paese. Una quantità di pioggia tendenzialmente stabile nel corso degli anni, ma la cui distribuzione nel tempo e nello spazio è profondamente cambiata, alternando periodi siccitosi a periodi estremamente umidi.

L’aumento delle temperature risulta in un aumento dell’evapotraspirazione riducendo, di conseguenza, la disponibilità idrica. Il trentennio 1991-2020, secondo ISPRA, ha visto una riduzione della disponibilità della risorsa del -20% rispetto alla media del periodo 1921-1950.
ISPRA quantifica in circa 140 miliardi di metri cubi la disponibilità idrica media annua in Italia, misurata tra il 1950 e il 2023. Un volume che, va confrontato con i prelievi di acqua nel nostro Paese: sono circa 40 miliardi i metri cubi di acqua prelevati ogni anno in Italia, di cui circa il 40% destinati agli usi agricoli, e per circa il 20% ciascuno rispettivamente all’uso civile, all’uso industriale e alla produzione di energia elettrica (dati dell’European Environment Information and Observation Network ).
Al fine di migliorare la gestione della risorsa idrica occorre riconoscere che l’acqua è una risorsa scarsa e quindi è necessario riuscire a raccoglierla, accumularla e portarla dove più necessaria. Ciò, non solo limiterebbe gli effetti nefasti della siccità, ma permetterebbe al contempo di ridurre anche i danni causati da abbondanza di precipitazioni, che possono risultare in alluvioni ed esondazioni.
Inoltre occorre interiorizzare il concetto che, seppur l’acqua non è destinata a sparire nel breve periodo e sarà relativamente abbondante rispetto agli usi, essa va gestita con oculatezza ed usata con parsimonia.
I costi delle emergenze
Per quanto sia semplice la stima dei costi della gestione emergenziale, poiché la maggioranza dei fondi viene erogata contestualmente all’emergenza e deve essere dettagliatamente rendicontata, il costo di questa fase è solo la “punta dell’iceberg”.

Ci sono, infatti, altri importanti costi apparentemente nascosti che fanno sentire il loro peso – anche per periodi lunghi – sullo sviluppo generale del territorio colpito. Si tratta di costi per interventi di riparazione e di ripristino di beni danneggiati; per mancati guadagni alle attività economiche; per la messa in sicurezza dei territori colpiti; minori introiti nelle casse pubbliche (a seguito di sgravi fiscali e aiuti economici); costi assicurativi e finanziari e da ultimo – ma non per importanza – costi sociali e individuali.
Con riferimento alla crisi idrica del 2022 e con riferimento esclusivo all’agricoltura, ad esempio, Coldiretti ha stimato i danni della siccità occorsa nel 2022 in 6 miliardi di euro. La siccità, però, non risulta solo in danni al comparto agricolo, e pertanto sarebbe necessario uno sguardo più organico per cogliere la portata complessiva dei danni negativi causati.
Con riferimento all’alluvione dell’Emilia-Romagna del 2023, i danni accertati ammontano a quasi 9 miliardi di euro, a fronte di fondi stanziati per 6,5 miliardi di euro. L’alluvione in Toscana dell’autunno 2023, invece, ha assommato danni totali per 2,7 miliardi di euro.
Resa a prova di clima delle infrastrutture: come fare?
La resa a prova di clima si articola attorno a due pilastri, mitigazione e adattamento, e due fasi una preliminare, detta di screening,ed una successiva chiamata “analisi dettagliata”, che viene realizzata solo se ritenuta necessaria in esito allo screening, al fine di limitare gli onerieconomici delle attività di progettazione e valutazione.
Con mitigazione si intende la riduzione dell’occorrenza di accadimento degli impatti dei cambiamenti climatici prevenendo, diminuendo o compensando le emissioni di gas climalteranti: cruciale in quest’ambito è il calcolo dell’impronta di carbonio e la messa in atto di azioni per ridurla. Le azioni in questo senso sono guidate dagli obiettivi fissati dall’Unione Europea per la riduzione delle emissioni entro il 2030 e il 2050.
Il principio di “efficienza energetica al primo posto” privilegia le soluzioni con un migliore bilanciamento tra costi economici e benefici ambientali, che si concretizza tramite un risparmio negli usi finali e complessivi dell’energia in tutte le fasi del progetto, dallo sviluppo, alla realizzazione, sino allo smantellamento finale.
L’adattamento, invece, prevede di adottare misure adeguate a prevenire o ridurre al minimo i danni generati dai cambiamenti climatici: si tratta dunque di valutare i rischi e le vulnerabilità associati ai cambiamenti del clima. Infatti, la lunga durata della vita utile che caratterizza le infrastrutture fa sì che siano esposte agli effetti del cambiamento climatico.
È proprio l’adozione di misure di adattamento che rende le infrastrutture, e quindi i territori, resilienti agli eventi estremi, come alluvioni, nubifragi e ondate di calore sempre più intense e frequenti, ma anche l’affacciarsi di fenomeni cronici, quali l’innalzamento del livello del mare o il cambiamento del regime delle precipitazioni. Riconoscere il grado di vulnerabilità e i rischi a cui le infrastrutture sono esposte è necessario al fine di identificare e realizzare le soluzioni di adattamento più adeguate ed efficaci.
È poi necessario poter misurare, l’esposizione e la vulnerabilità. Il grado di esposizione indica il livello di potenziale danno che un evento climatico può causare su classi omogenee di infrastrutture collocate nella medesima area, mentre la vulnerabilità si riferisce alle caratteristiche specifiche di infrastrutture, quali ad esempio le sue caratteristiche tecniche, la vetustà, gli interventi di adattamento eventualmente già implementati.
Leggi anche: Sicurezza idrica europea: cosa emerge dal report dell’European Environment Agency
Agire oggi per un futuro resiliente
Non è più possibile rappresentare gli eventi climatici estremi come “maltempo”, occorre riconoscere che l’Italia intera è sottoposta a vulnerabilità climatiche e che bisogna agire. Dato che un punto nevralgico sono le infrastrutture, occorre comprendere quali siano le azioni necessarie per realizzare un nuovo approccio orientato alle infrastrutture.
Innanzitutto, anticipare l’evoluzione del clima che cambia – non sottostimando gli imprevedibili fenomeni fuori scala, e identificare le conseguenze del cambiamento climatico sulle infrastrutture e sulla loro capacità di adattarsi, ma anche sulla loro capacità di rendere resiliente il territorio.
Realizzare il sistema infrastrutturale considerando i probabili rischi aumenta la vita utile dell’infrastruttura, garantisce un ritorno sugli investimenti e, simultaneamente, anche la continuità delle attività economiche connesse, aumenta l’affidabilità della fornitura del servizio, contiene i costi di danni ed emergenze, riduce l’onere delle manutenzioni straordinarie e dell’adeguamento ex-post.
La pianificazione, infine, si riconduce alla stesura di una roadmap di lungo periodo, chiara e condivisa, che identifica le azioni che devono essere intraprese, e il modo in cui ciascuna impatterà sui diversi stakeholder.
E’ necessario poi, che, alla luce dei rischi identificati, siano intraprese azioni a tutela dei territori al fine di assicurare la resa a prova di clima delle infrastrutture. E’ necessario il finanziamento della realizzazione/ammodernamento/manutenzione straordinaria dell’infrastruttura.
























































































































































































































































































































































































































