- 14/10/2026
- Redazione
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Nei Caraibi il fotovoltaico cresce molto più rapidamente di quanto mostrino le statistiche ufficiali, ma oltre il 90% dell’elettricità arriva ancora da petrolio e gas. Costi elevati e dipendenza dalle importazioni spingono la regione verso una difficile transizione energetica.
Il solare nei Caraibi cresce molto più rapidamente di quanto raccontino le statistiche ufficiali. Tra il 2021 e il 2024 la regione avrebbe installato circa 2.280 megawatt di pannelli fotovoltaici, quasi il doppio dei 1.269 MW registrati ufficialmente.
Un’accelerazione significativa, che però non è ancora riuscita a cambiare il volto del sistema elettrico: nel 2024 oltre il 90% dell’elettricità dei Paesi analizzati proveniva ancora da combustibili fossili.
È questo il paradosso al centro del nuovo rapporto di Ember dedicato alla transizione energetica dei Caraibi. Da una parte il fotovoltaico cresce, i costi delle tecnologie scendono e in alcuni casi l’energia rinnovabile viene acquistata a prezzi inferiori rispetto alla generazione a gas. Dall’altra, petrolio e gas continuano a sostenere la maggior parte della produzione elettrica, lasciando molti Paesi esposti alle oscillazioni dei mercati internazionali.
Un sistema energetico ancora legato alle importazioni
L’analisi prende in considerazione tredici Paesi: Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Cuba, Dominica, Repubblica Dominicana, Grenada, Haiti, Giamaica, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine e Trinidad e Tobago.
In undici di questi Stati, secondo i dati raccolti nel rapporto, tutto il combustibile utilizzato per produrre elettricità viene importato. Una dipendenza che rende particolarmente vulnerabili economie insulari e reti elettriche di dimensioni ridotte.
Quando il prezzo del petrolio sale, gli effetti non rimangono confinati ai mercati energetici. Si trasferiscono sulle bollette, sui costi delle imprese e, in alcuni casi, sui conti pubblici. Gli shock del 2008 e del 2022 hanno già mostrato quanto rapidamente una fiammata delle quotazioni possa trasformarsi in inflazione.
Il peso della spesa energetica è particolarmente evidente in alcuni Paesi. In Giamaica le importazioni di combustibili rappresentano il 9,5% del Pil, alle Barbados il 7,3%, mentre nella Repubblica Dominicana raggiungono il 4,4%. La media globale indicata nel rapporto è del 3,2%.
Bollette tra le più care al mondo
La dipendenza dall’estero si riflette anche nel prezzo dell’elettricità. Nei Caraibi la tariffa media si aggira intorno ai 25 centesimi di dollaro per kilowattora, oltre il doppio rispetto ai circa 10 centesimi della mediana delle economie emergenti.
Per i consumatori significa bollette elevate e una maggiore esposizione a ogni variazione del costo dei combustibili. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui il passaggio alle fonti rinnovabili assume nella regione un significato che va oltre la lotta alle emissioni: può diventare una questione di sicurezza economica.
Il fotovoltaico potrebbe essere già molto più diffuso
Le statistiche ufficiali, però, potrebbero non fotografare completamente la crescita del solare.
L’analisi delle importazioni di pannelli dalla Cina porta a stimare 2.280 MW di capacità fotovoltaica installata tra il 2021 e il 2024, contro i 1.269 MW registrati nei dati ufficiali.
La differenza è consistente. Significa che una parte degli impianti potrebbe non essere ancora adeguatamente rilevata dai sistemi statistici nazionali.
La stima non equivale a un censimento diretto degli impianti effettivamente entrati in funzione, ma offre un’indicazione della rapidità con cui il mercato regionale sta cambiando. Le importazioni di pannelli dalla Cina sono infatti aumentate sensibilmente, segnalando una domanda crescente di nuova capacità solare.
Il punto di svolta: le rinnovabili costano sempre meno
La novità più rilevante non riguarda però soltanto la quantità di pannelli installati. È il rapporto tra il costo delle rinnovabili e quello delle fonti fossili.
Alle Bahamas, per esempio, l’utility statale ha acquistato energia solare a meno della metà del prezzo della generazione a gas prevista nello stesso processo di approvvigionamento.
Un altro segnale arriva dalla Repubblica Dominicana. Nel giugno 2026 una gara per nuova capacità rinnovabile abbinata a sistemi di accumulo ha portato a prezzi inferiori rispetto alla media pagata l’anno precedente dalle società di distribuzione ai generatori.
La convenienza economica, dunque, non sembra più essere un ostacolo insuperabile. In alcuni mercati il solare può già competere direttamente con le fonti fossili, mentre l’accumulo a batterie permette di affrontare uno dei problemi storici delle rinnovabili: la produzione non continua.
Il freno è nelle regole e nelle reti
Se la tecnologia costa meno e gli investimenti stanno crescendo, perché il cambiamento rimane così lento?
Una parte della risposta sta nel funzionamento dei sistemi energetici. Autorizzazioni, accesso alla rete, procedure di gara e obiettivi nazionali possono diventare colli di bottiglia per nuovi impianti.
Il rapporto individua proprio nella regolazione uno dei principali ostacoli alla diffusione delle rinnovabili. L’indicazione è quella di rendere più verificabili gli obiettivi, separare maggiormente le decisioni sulle connessioni alla rete dagli interessi delle utility e costruire le gare sulla base delle effettive necessità del sistema elettrico.
Non basta, quindi, avere pannelli meno costosi: occorre anche una rete capace di assorbire la nuova produzione e un quadro regolatorio in grado di accompagnare gli investimenti.
La corsa verso il 2030
Gli obiettivi non mancano. Undici dei tredici Paesi analizzati hanno fissato traguardi per aumentare il peso delle fonti rinnovabili, ma soltanto sei dispongono di target sufficientemente verificabili.
Secondo l’analisi, nessuno di questi sei Stati era sulla traiettoria necessaria per raggiungere il proprio obiettivo.
Il divario è evidente anche guardando al mix elettrico complessivo. Nel 2024 le fonti rinnovabili rappresentavano appena il 9% della produzione nei tredici Paesi considerati, contro il 32% della media mondiale.
Eppure, nello scenario in cui i sei Paesi con obiettivi verificabili riuscissero a rispettarli, la quota potrebbe salire fino al 23% entro il 2030. Il maggiore ricorso alle fonti pulite consentirebbe inoltre di ridurre del 9% la produzione elettrica da combustibili fossili.
La partita non è soltanto ambientale
Per i Caraibi, accelerare la transizione significa quindi affrontare contemporaneamente tre questioni: il costo dell’energia, la dipendenza dalle importazioni e la vulnerabilità agli shock esterni.
Il vantaggio delle rinnovabili non si misura soltanto in tonnellate di CO₂ evitate. Produrre più elettricità dal sole e affiancarla con sistemi di accumulo significa anche utilizzare una risorsa disponibile sul territorio al posto di combustibili che devono essere acquistati sui mercati internazionali.
La crescita del fotovoltaico dimostra che il cambiamento è già iniziato. La distanza tra i dati ufficiali e le stime basate sulle importazioni suggerisce persino che possa essere più veloce di quanto appaia.
Ma il quadro energetico della regione resta ancora dominato dalle fonti fossili. La vera sfida per i prossimi anni sarà trasformare la crescita degli impianti solari in un cambiamento strutturale del sistema elettrico.
Il sole, nei Caraibi, non manca. Ora la questione è riuscire a trasformarlo in energia, risparmio e maggiore autonomia.































































































































































































































































































