- 06/04/2026
- Redazione
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Carburanti alle stelle: le compagnie petrolifere puntano a 24 miliardi di extraprofitti. Ecco quanto stiamo pagando in più e perché l’UE valuta una nuova tassa
Ancora una volta, quando il prezzo del petrolio sale, a pagare sono gli automobilisti europei. E mentre il costo di benzina e diesel continua a crescere, le grandi compagnie petrolifere si preparano a incassare fino a 24 miliardi di euro di extraprofitti nel 2026. È quanto emerge da un’analisi di Transport & Environment (T&E), che riaccende il dibattito su una possibile tassa europea sugli utili straordinari.
Prezzi in aumento dopo il conflitto: quanto costa oggi fare il pieno
Il meccanismo è ormai noto: le tensioni geopolitiche fanno impennare i prezzi dell’energia, e l’aumento si trasferisce rapidamente alla pompa. Dopo l’escalation militare in Medio Oriente a fine febbraio, il diesel ha superato i 2 euro al litro in media nell’Unione europea, mentre la benzina si è avvicinata a quota 1,90 euro. In poche settimane, fare il pieno è diventato sensibilmente più caro: fino a 27 euro in più per un’auto diesel e circa 15 euro per una a benzina.
Extraprofitti miliardari: il conto delle compagnie petrolifere
Dietro questi rincari, però, non c’è solo la volatilità dei mercati. Secondo T&E, le compagnie petrolifere stanno già accumulando utili extra — oltre 1,3 miliardi nelle prime fasi della crisi — destinati a crescere se i prezzi resteranno elevati. Un fenomeno che, di fatto, trasferisce ricchezza dalle tasche dei consumatori ai bilanci delle multinazionali dell’energia.
Il ritorno della tassa sugli extraprofitti: una soluzione già testata
Il tema è tanto economico quanto politico. Nel 2022, di fronte a una crisi simile, l’Unione europea aveva introdotto una tassa temporanea sugli extraprofitti, con un’aliquota del 33% sugli utili eccedenti rispetto agli anni precedenti.
La misura aveva garantito circa 28 miliardi di euro di entrate tra il 2022 e il 2023. Oggi, secondo T&E, quello strumento potrebbe essere riattivato per sostenere cittadini e imprese, ma anche per finanziare la transizione energetica.
Il nodo strutturale: la dipendenza europea dal diesel
Il nodo, però, resta strutturale. L’Europa continua a dipendere in larga misura dalle importazioni di diesel — circa il 20% dei consumi — e dispone di una capacità di raffinazione interna limitata. Questo si traduce in margini più elevati per gli operatori e in una maggiore esposizione agli shock internazionali. Non solo: una parte consistente degli extraprofitti viene realizzata fuori dai confini dell’UE, riducendo l’efficacia di eventuali misure fiscali comunitarie.
Nel frattempo, il mercato della benzina appare più stabile, grazie a scorte elevate e a una domanda meno dinamica. Ma è il diesel, carburante chiave per trasporti e logistica, a trainare i rincari e a pesare maggiormente sull’economia reale.
Il punto, sottolineano gli analisti, è che questo schema si ripete ciclicamente: crisi internazionale, prezzi in salita, profitti record per le compagnie, difficoltà crescenti per cittadini e imprese. Spezzarlo richiede interventi strutturali, a partire da investimenti in energie rinnovabili e mobilità elettrica, per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.
Nel frattempo, però, la domanda resta aperta: è giusto che gli shock globali si traducano in extra guadagni per pochi, mentre milioni di europei fanno i conti con bollette e carburanti sempre più cari?













































































































































































































































































