- 17/07/2026
- Redazione
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Il nuovo Global Critical Minerals Outlook 2026 evidenzia come la crescente dipendenza da pochi Paesi produttori, le restrizioni all’export e il calo degli investimenti stiano aumentando la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento mondiali. Segnali positivi arrivano però dalla diversificazione delle terre rare
La sicurezza energetica del futuro passa sempre di più da un gruppo ristretto di materie prime strategiche. Litio, rame, nichel, cobalto, grafite e terre rare sono ormai indispensabili per produrre batterie, veicoli elettrici, turbine eoliche, reti elettriche, semiconduttori e tecnologie avanzate.
Secondo il nuovo Global Critical Minerals Outlook 2026 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), tuttavia, proprio queste risorse stanno diventando uno dei principali punti deboli dell’economia mondiale.
Il rapporto evidenzia come le tensioni geopolitiche, la forte concentrazione dell’offerta e il rallentamento degli investimenti stiano rendendo sempre più fragile l’intera catena di approvvigionamento globale.
Prezzi in risalita e investimenti in calo: cresce l’incertezza
Dopo il calo registrato negli ultimi anni, nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026 i prezzi dei minerali critici hanno ripreso a salire.
La causa principale è l’inasprimento delle condizioni di approvvigionamento, aggravato dalle nuove restrizioni alle esportazioni introdotte da alcuni dei principali Paesi produttori.
L’effetto combinato di volatilità dei mercati e incertezza geopolitica ha però avuto conseguenze anche sugli investimenti: nel 2025 gli investimenti nel settore sono diminuiti del 9%, interrompendo una fase di crescita che durava da diversi anni.
Per l’AIE si tratta di un segnale preoccupante proprio nel momento in cui la domanda globale continua ad aumentare.
La Cina resta il grande protagonista delle filiere strategiche
Uno degli aspetti più critici messi in evidenza dal rapporto riguarda la concentrazione geografica della produzione e soprattutto della raffinazione.
Negli ultimi due anni oltre tre quarti della crescita mondiale della capacità di raffinazione è arrivata da due soli attori: l’Indonesia per il nichel e la Cina per gran parte degli altri minerali strategici.
In alcuni mercati, come manganese, grafite e nichel, quasi tutta la nuova offerta mondiale proviene da un unico fornitore dominante.
Una concentrazione che rende l’intero sistema particolarmente vulnerabile a tensioni politiche, commerciali o industriali.
Le restrizioni all’export trasformano un rischio teorico in un problema concreto
Secondo l’AIE il vero cambio di scenario è arrivato con l’espansione dei controlli sulle esportazioni.
Le limitazioni introdotte dalla Cina sulle terre rare nell’aprile 2025 hanno già avuto effetti tangibili, costringendo alcune case automobilistiche internazionali a rallentare o sospendere temporaneamente la produzione per la difficoltà nel reperire componenti essenziali.
Le successive estensioni delle misure potrebbero avere un impatto ancora più significativo.
Il rapporto stima infatti che, qualora i controlli venissero pienamente applicati, sarebbero potenzialmente esposti circa 6.500 miliardi di dollari di produzione industriale annua al di fuori della Cina.
Arrivano però i primi segnali di diversificazione
Nonostante le criticità, il quadro non è esclusivamente negativo. Negli ultimi anni numerosi governi hanno intensificato il sostegno pubblico ai progetti dedicati ai minerali critici.
Tra il 2023 e il 2025 gli impegni finanziari pubblici sono più che quadruplicati, raggiungendo i 65 miliardi di dollari. Anche sul fronte delle terre rare iniziano a vedersi i primi risultati.
Nuovi impianti negli Stati Uniti e l’aumento della produzione in Malesia hanno ridotto la quota detenuta dal principale fornitore mondiale nella raffinazione, passata da oltre il 90% nel 2023 all’85% nel 2025.
Se tutti i progetti annunciati entreranno in funzione nei tempi previsti, questa quota potrebbe scendere fino al 70% entro il 2035.
Non basta aprire nuove miniere: serve sviluppare tutta la filiera
Secondo l’AIE, aumentare l’estrazione non è sufficiente per costruire catene di approvvigionamento realmente resilienti. Il vero punto debole resta la capacità di raffinazione e trasformazione industriale.
Molti investimenti sono infatti concentrati sulle miniere, mentre risultano ancora limitati quelli destinati agli impianti di lavorazione, alla produzione di magneti permanenti e alle altre attività industriali a valle.
Nel settore delle terre rare, ad esempio, la capacità di raffinazione prevista entro il 2035 coprirebbe soltanto circa due terzi della futura produzione mineraria, mentre la capacità produttiva dei magneti raggiungerebbe appena un terzo del fabbisogno potenziale.
Il costo della sicurezza pesa poco sui consumatori
Uno dei messaggi centrali del rapporto riguarda il costo della diversificazione.
Secondo l’Agenzia, rendere più sicure le filiere comporta certamente investimenti aggiuntivi, ma l’impatto sui prezzi finali per cittadini e imprese sarebbe limitato.
I minerali critici rappresentano infatti circa un quarto del costo di una cella per batterie, ma incidono mediamente solo per il 3% sul prezzo finale di un’automobile elettrica.
Anche nel caso delle terre rare, pur rappresentando circa il 40% del costo dei magneti permanenti, incidono per meno dell’1% sul valore complessivo di un veicolo.
Per questo motivo l’AIE considera la diversificazione delle forniture una vera e propria “assicurazione economica” contro future crisi di approvvigionamento.
Birol: “La sicurezza mineraria è diventata una priorità strategica”
“Grandi quantità di valore economico dipendono oggi da volumi relativamente piccoli di minerali critici, le cui catene di approvvigionamento rimangono altamente concentrate e vulnerabili”, ha dichiarato il direttore esecutivo dell’AIE, Fatih Birol.
Secondo Birol, i primi risultati ottenuti nella diversificazione delle terre rare dimostrano però che politiche mirate, sostegno agli investimenti e cooperazione internazionale possono ridurre progressivamente i rischi.
L’Agenzia invita quindi i governi a rafforzare gli strumenti di preparazione alle emergenze, accelerare gli investimenti nella raffinazione, sviluppare competenze tecnologiche e costruire filiere più resilienti, così da sostenere la transizione energetica senza esporre l’economia mondiale a nuove vulnerabilità.














































































































































































































































































