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57 Paesi accelerano l’uscita dai combustibili fossili: sfide, strategie e reazioni degli esperti dalla conferenza di Santa Marta

A Santa Marta prende forma una delle più importanti accelerazioni globali sulla transizione energetica. Qui, 57 Paesi — che insieme rappresentano circa un terzo del PIL mondiale — hanno deciso di passare dalle dichiarazioni agli interventi concreti, dando seguito agli impegni già presi durante la COP28.

L’urgenza non è solo climatica. Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno mostrato quanto sia fragile un sistema energetico ancora fortemente dipendente da petrolio e gas.

Ridurre questa dipendenza significa non solo contenere il cambiamento climatico, ma anche rafforzare la sicurezza energetica e rendere le economie più resistenti agli shock globali.

Dalla teoria all’azione

Per cinque giorni, Colombia e Paesi Bassi hanno riunito governi, imprese, accademici e società civile in un confronto ampio e inedito. Non si trattava di fissare nuovi obiettivi, ma di capire come rendere operativi quelli già esistenti, in linea con l’Accordo di Parigi.

Il punto centrale emerso è che la transizione non può più restare sulla carta. I Paesi sono chiamati a ridurre la dipendenza economica dai combustibili fossili, trasformare i sistemi di produzione e consumo energetico e rafforzare la cooperazione internazionale.

I dati, in questo senso, indicano una direzione già avviata. Le energie rinnovabili stanno crescendo rapidamente: nel 2025 la capacità globale è quasi il 50% superiore rispetto al 2023 e gran parte della nuova domanda energetica viene ormai coperta da fonti pulite.

Per molti osservatori, questo significa che la transizione ha già superato il punto di non ritorno.

Le difficoltà restano strutturali

Nonostante i progressi, il percorso è tutt’altro che semplice. A Santa Marta è emerso chiaramente che molti Paesi restano legati ai combustibili fossili per ragioni economiche e finanziarie.

Il debito, la dipendenza fiscale e un sistema finanziario ancora costruito attorno alle fonti tradizionali rappresentano ostacoli concreti.

Nel frattempo, il contesto globale si complica. Le emissioni continuano a crescere, così come le temperature, mentre tre quarti del mondo dipendono ancora dalle importazioni di combustibili fossili. I conflitti internazionali, come quello in Medio Oriente, rendono ancora più evidente la necessità di sistemi energetici più stabili e autonomi.

La transizione, dunque, non è solo una questione tecnologica. Richiede una trasformazione economica profonda, capace di creare modelli più resilienti e inclusivi. E soprattutto deve essere pianificata insieme a lavoratori e comunità, per evitare che i costi ricadano sulle fasce più vulnerabili.

Le decisioni: un percorso concreto

Dalla conferenza emergono indicazioni operative precise. I Paesi hanno deciso di mantenere alta la pressione politica, fissando già un nuovo appuntamento nel 2027, che sarà ospitato da Tuvalu e Irlanda.

È stato inoltre istituito un meccanismo di coordinamento per collegare le diverse iniziative internazionali ed evitare sovrapposizioni, in dialogo con l’UNFCCC.

Un altro punto chiave riguarda l’integrazione con i processi globali: il report della conferenza sarà utilizzato per alimentare i lavori della COP30 e altri forum internazionali sul clima.

Sul piano operativo, verranno attivati tre filoni di lavoro:

  • il primo riguarda lo sviluppo di roadmap nazionali per accompagnare i Paesi nella transizione;
  • il secondo punta a riformare l’architettura finanziaria, mobilitando investimenti e affrontando il nodo del debito;
  • il terzo si concentra sull’allineamento tra Paesi produttori e consumatori, con l’obiettivo di rendere più sostenibili anche gli scambi commerciali.

Infine, un ruolo centrale sarà affidato alla scienza, con il lancio di un panel internazionale incaricato di supportare i governi nella definizione di strategie compatibili con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C.

Le reazioni degli esperti

Le reazioni degli osservatori confermano la portata del momento.

Catherine Abreu, direttrice dell’International Climate Politics Hub, sottolinea come la conferenza abbia aperto uno spazio concreto di confronto: «Nessun Paese può accelerare queste soluzioni da solo. Serve cooperazione globale su questioni complesse e spesso controverse».

Per Mary Robinson, ex presidente dell’Irlanda, la sfida è ancora più ampia e riguarda il modello di sviluppo: «Abbiamo bisogno di tre transizioni: uscire dai combustibili fossili, garantire energia rinnovabile per tutti e costruire un rapporto più equilibrato con la natura. Il momento per agire è adesso».

Leo Roberts, di E3G, evidenzia il valore politico dell’iniziativa: «Questo nuovo spazio internazionale consente di affrontare il problema in modo sistemico, collegando le politiche nazionali agli obiettivi globali».

Dal punto di vista economico, Maria Mendiluce, CEO della We Mean Business Coalition, richiama alla concretezza: «La fase decisiva è l’attuazione. Servono politiche chiare, investimenti coerenti e mercati stabili per rendere la transizione davvero competitiva».

Una svolta già in corso

Il messaggio che arriva da Santa Marta è chiaro: la transizione energetica non è più un’ipotesi, ma un processo già avviato. La vera sfida, ora, è governarlo. Rendere questa trasformazione rapida ma anche equa, capace di garantire sicurezza energetica, stabilità economica e benefici concreti per le persone.

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