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Rapporto Onu WESP 2026: Europa rallenta. Dazi Usa, incertezza geopolitica e limiti strutturali pesano sulla crescita nonostante inflazione in calo

L’Europa si avvia verso un 2026 di crescita economica contenuta, schiacciata tra nuove tensioni commerciali, incertezza geopolitica e problemi strutturali mai risolti. È il quadro che emerge dal rapporto delle Nazioni Unite World Economic Situation and Prospects (WESP) 2026, pubblicato oggi, che fotografa un continente resiliente sul fronte interno ma ancora vulnerabile agli shock esterni.

Secondo le stime Onu, nell’Unione europea la crescita del Pil rallenterà dall’1,5% del 2025 all’1,3% nel 2026, prima di risalire modestamente all’1,6% nel 2027. Un ritmo insufficiente per colmare il divario con il periodo pre-pandemico e per sostenere una ripresa solida e diffusa.

Un’economia globale più lenta rispetto al passato

Il rallentamento europeo si inserisce in un contesto globale meno dinamico. La produzione mondiale dovrebbe crescere del 2,7% nel 2026, in lieve calo rispetto al 2,8% del 2025 e ben al di sotto della media del 3,2% registrata tra il 2010 e il 2019.

Credit: United Nations – Department of Economic and Social Affairs

Nel 2025, sottolinea il rapporto, la crescita globale ha mostrato una certa resilienza nonostante i forti aumenti dei dazi statunitensi. Ma si tratta di una tenuta fragile. Investimenti deboli e margini fiscali ridotti rischiano di stabilizzare l’economia mondiale su un sentiero di crescita strutturalmente più lento.

“Una combinazione di tensioni economiche, geopolitiche e tecnologiche sta rimodellando il panorama globale, generando nuova incertezza e vulnerabilità sociali”, avverte il segretario generale dell’Onu António Guterres.

Dazi Usa e geopolitica: i venti contrari sull’Europa

Per l’Europa, i principali rischi arrivano dall’esterno. La spinta temporanea legata all’anticipo delle esportazioni si sta esaurendo, mentre i dazi doganali più elevati imposti dagli Stati Uniti e le persistenti tensioni geopolitiche frenano il commercio.

I recenti accordi commerciali hanno ridotto l’incertezza, ma a un prezzo: hanno consolidato livelli tariffari più alti. Le aliquote effettive sulle esportazioni europee verso gli Usa superano ora il 10%, contro circa l’1% del 2024. Un cambio di scenario che penalizza soprattutto le economie più orientate all’export manifatturiero.

Domanda interna più solida grazie a inflazione e tassi

A compensare, almeno in parte, questi venti contrari è la tenuta della domanda interna. Il calo dell’inflazione e condizioni finanziarie più favorevoli sostengono consumi e investimenti.

Nell’area euro, l’inflazione dovrebbe scendere dal 2,1% del 2025 all’1,9% nel 2026, consentendo alla Banca centrale europea di mantenere una politica monetaria accomodante. Anche i mercati del lavoro, nel complesso stabili, contribuiscono a sostenere la fiducia dei consumatori, nonostante una moderazione della crescita salariale.

Politica fiscale sotto pressione e nodi strutturali irrisolti

Lo spazio di manovra dei governi resta però limitato. Le politiche fiscali sono strette tra esigenze di consolidamento e nuovi fabbisogni di spesa per difesa, sicurezza energetica e transizioni verde e digitale.

A pesare sul potenziale di crescita di lungo periodo sono anche problemi strutturali ormai cronici: divari di competitività, lenta diffusione tecnologica e invecchiamento della popolazione. Fattori che continuano a frenare la produttività europea.

Crescite a più velocità: Germania e Italia indietro, Sud più dinamico

Le prospettive non sono omogenee all’interno del continente. Le economie più orientate ai servizi mostrano performance migliori rispetto a quelle dipendenti dalla manifattura.

La Germania dovrebbe avviare una graduale ripresa, con una crescita dello 0,8% nel 2026, sostenuta da misure fiscali mirate. La Francia si fermerebbe anch’essa allo 0,8%, mentre l’Italia resterebbe più indietro, con un Pil in aumento di appena lo 0,6%.

Più dinamiche le economie di Polonia, Portogallo e Spagna, trainate da consumi e investimenti robusti. Nel Regno Unito, invece, la crescita rallenterà all’1,1%, frenata da una politica fiscale più restrittiva e dalle persistenti frizioni commerciali post-Brexit.

Costo della vita ancora elevato, nonostante l’inflazione in calo

Il rapporto Onu mette in guardia da un rischio spesso sottovalutato: anche con l’inflazione in discesa, il costo della vita resta elevato, soprattutto per beni essenziali come cibo, energia e alloggi.

“Garantire che una minore inflazione si traduca in reali miglioramenti per le famiglie richiede la tutela della spesa essenziale e il rafforzamento della concorrenza”, ha sottolineato Li Junhua, sottosegretario generale Onu per gli Affari economici e sociali. Le pressioni sui bilanci familiari continuano infatti ad alimentare disuguaglianze e tensioni sociali.

Leggi anche: Rapporto ONU: investire nella salute del pianeta può far crescere il PIL e salvare milioni di vite

La richiesta Onu: più cooperazione multilaterale

In conclusione, le Nazioni Unite lanciano un appello a una rinnovata azione multilaterale. In un mondo segnato da riallineamenti commerciali, shock climatici e tensioni geopolitiche crescenti, la risposta non può essere frammentata.

Il rapporto indica nell’“Impegno di Siviglia”, documento chiave sul finanziamento allo sviluppo, una possibile roadmap per rafforzare la cooperazione internazionale, riformare l’architettura finanziaria globale e ampliare i finanziamenti, anche per il clima.

Senza un ritorno a regole condivise e a una maggiore fiducia tra Paesi, avverte l’Onu, il rischio è quello di un’economia globale più instabile, diseguale e strutturalmente più lenta.

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