- 13/02/2026
- Luca Martino
- 0
Un rapporto della Geostrategic Europe Taskforce rivela che l’UE controlla 108 colli di bottiglia strategici nelle catene globali. Altro che debolezza: l’Europa ha più potere di quanto creda
Nel grande racconto della nuova geopolitica globale, l’Europa appare spesso come il vaso di coccio tra due potenze: gli Stati Uniti da un lato, la Cina dall’altro. Una potenza normativa, ricca ma fragile, tecnologicamente avanzata ma militarmente dipendente, stretta tra Washington e Pechino senza una vera autonomia strategica.
E se questa narrazione fosse semplicemente sbagliata?
Un nuovo rapporto della Geostrategic Europe Taskforce, spin-off dell’Istituto Jacques Delors di Parigi, invita a rovesciare il paradigma. Nel documento, significativamente intitolato “Relearning the language of power”, gli autori sostengono che l’Unione europea dispone già di un potere considerevole. Solo che non lo usa.
I numeri sono difficili da ignorare: l’UE controlla 67 colli di bottiglia critici nelle catene di approvvigionamento rispetto agli Stati Uniti e 41 rispetto alla Cina. In totale, 108 snodi strategici in cui Washington e Pechino dipendono in modo rilevante dalle esportazioni europee.
Il potere silenzioso delle catene del valore
Non si tratta di gas o di microchip soltanto. Il cuore della leva europea è più profondo e meno visibile: molecole farmaceutiche, insulina, prodotti chimici altamente specializzati, macchinari industriali di precisione, tecnologie pulite.
In diversi segmenti, Stati Uniti e Cina dipendono dall’Europa per oltre l’80% delle loro importazioni. Dipendenze strutturali, non facilmente sostituibili nel breve periodo.
È qui che si annida il vero potere europeo: nelle maglie strette delle supply chain globali, nei punti in cui la produzione mondiale non può fare a meno del know-how industriale e scientifico europeo.
Eppure, sottolinea il rapporto, Bruxelles ha finora esitato a trasformare questa posizione in leva geopolitica.
Macron e l’invito a non sottovalutarsi
Non è un caso che lo studio venga pubblicato alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco – che si terrà dal 13 al 15 febbraio – dove sicurezza economica, rischio climatico e competizione tecnologica saranno al centro del dibattito.
Proprio in questi giorni Emmanuel Macron ha lanciato un monito: “L’Europa non dovrebbe sottovalutare i propri punti di forza” e deve imparare a trasformarli in strumenti di influenza, prima che altri ne approfittino.
Il rapporto della Taskforce sembra raccogliere questa sollecitazione. Secondo Jonathan Barth, presidente del gruppo di lavoro, l’Europa ha confuso l’autonomia strategica con il semplice obiettivo di ridurre le dipendenze esterne. Ma ridurre le vulnerabilità non basta a costruire potere.
Il potere, spiegano gli autori, nasce quando una posizione economica viene usata per costruire alleanze, influenzare regole, orientare mercati.
Da potenza normativa a potenza geo-economica
Per anni l’Unione è stata definita una “potenza normativa”, capace di esportare standard – dal GDPR alle regole ambientali – più che forza strategica. Ora il contesto è cambiato.
La competizione tra Stati Uniti e Cina non è più soltanto commerciale: è tecnologica, industriale, climatica. E si gioca sempre più sulle catene di approvvigionamento.
Secondo il rapporto, l’Europa può amplificare la propria leva costruendo coalizioni con potenze medie affini. Un coordinamento con il Canada, ad esempio, aumenterebbe del 138% la capacità di pressione europea nei confronti degli Stati Uniti. Un’alleanza con Giappone, Corea del Sud o Brasile potrebbe riequilibrare i rapporti con Pechino.
In un mondo sempre più “post-OMC”, dove le regole multilaterali faticano a reggere, il potere si esercita attraverso reti selettive di cooperazione.
Le quattro “D” per un nuovo equilibrio
La proposta operativa del rapporto è la creazione di una Piattaforma per la Sicurezza Economica, il Commercio e la Cooperazione Tecnologica, fondata su quattro pilastri: deterrenza condivisa, distinzione nell’accesso al mercato, decarbonizzazione come fattore di resilienza e sviluppo congiunto dei mercati del futuro.
È un’idea che segna un cambio di mentalità: non più solo apertura commerciale, ma accesso condizionato; non solo transizione verde come costo, ma come strumento di potere; non soltanto autonomia, ma influenza.
La vera domanda politica
Il punto, in fondo, non è economico ma politico: l’Europa è pronta a usare il proprio peso industriale come leva strategica?
Per decenni il progetto europeo è cresciuto attorno al commercio come spazio neutrale. Oggi quel commercio è diventato terreno di confronto geopolitico e ignorarlo significherebbe lasciare che altri definiscano le regole.
Il rapporto della Geostrategic Europe Taskforce lancia un messaggio chiaro alla vigilia di Monaco: l’Europa non è un attore marginale ma una potenza economica con snodi decisivi nelle sue mani.
La differenza tra irrilevanza e influenza, ora, dipende dalla volontà di esercitare quel potere.














































































































































































































































































