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Un nuovo modello sviluppato dal CMCC consente di simulare in anticipo diverse configurazioni delle barriere mobili e valutare quale strategia possa proteggere meglio Venezia dalle mareggiate

A Venezia, prevedere con precisione quanto salirà il livello del mare può fare la differenza. Per una città costruita sull’acqua e per un patrimonio storico e culturale tra i più preziosi al mondo, le cosiddette “acque alte” non rappresentano soltanto un problema di disagio temporaneo: con il cambiamento climatico, eventi estremi più frequenti e intensi possono aumentare il rischio di danni alla città e all’intero ecosistema lagunare.

È in questo scenario che arriva un nuovo studio dei ricercatori del CMCC, pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Marine Science. La ricerca propone un sistema di previsione in grado non soltanto di stimare il livello dell’acqua atteso nella laguna, ma anche di mettere a confronto diverse strategie operative per le barriere mobili del MOSE prima che la tempesta si verifichi.

Il principio è quello degli scenari “what-if”: davanti a una mareggiata prevista, il modello può simulare cosa potrebbe accadere se le barriere restassero aperte, se venissero tutte attivate oppure se ne venissero sollevate soltanto alcune.

MOSE, non più una scelta “tutto o niente”

È questo uno degli aspetti più interessanti dello studio. La gestione del MOSE viene tradizionalmente associata a una decisione apparentemente binaria: barriere aperte oppure chiuse.

Il nuovo sistema suggerisce invece una prospettiva più articolata. Anche una chiusura parziale delle paratoie può modificare significativamente l’evoluzione della mareggiata, riducendo il livello dell’acqua rispetto allo scenario in cui la laguna rimane completamente esposta al mare.

Nel caso analizzato dai ricercatori, l’attivazione delle barriere può arrivare a ridurre il livello dell’acqua all’interno della laguna di circa un metro rispetto alla situazione senza protezione. Un risultato coerente con quanto osservato durante gli episodi di mareggiata più intensi.

Ma non cambia soltanto l’altezza massima raggiunta dall’acqua. La presenza delle barriere modifica anche la dinamica temporale dell’evento: il picco della mareggiata viene raggiunto più tardi e il successivo deflusso dell’acqua avviene in maniera più graduale.

Perché le chiusure parziali possono essere importanti

La possibilità di confrontare diverse configurazioni potrebbe offrire ai decisori uno strumento in più per affrontare situazioni nelle quali la protezione dalle inondazioni deve essere bilanciata con altre esigenze.

Una chiusura completa delle barriere può infatti avere conseguenze sulla navigazione e sugli scambi idrici della laguna. Disporre di una previsione capace di simulare in anticipo differenti configurazioni significa poter valutare questi compromessi prima che l’evento si verifichi.

L’obiettivo, quindi, non è semplicemente “chiudere il MOSE”, ma capire quale configurazione possa garantire il miglior equilibrio tra protezione della città e funzionamento della laguna.

Come funziona il nuovo sistema di previsione

Dietro questa possibilità c’è una complessa catena di modellazione meteorologica e oceanografica.

Il sistema collega diverse scale geografiche, partendo dal Mediterraneo per arrivare progressivamente alla costa e quindi alla Laguna di Venezia, dove è necessaria una risoluzione particolarmente elevata per descrivere la complessa conformazione del territorio.

Una delle innovazioni centrali dello studio consiste proprio nella capacità di rappresentare esplicitamente le barriere del MOSE all’interno del modello lagunare.

Questo permette di simulare non soltanto l’arrivo della mareggiata, ma anche la risposta della laguna alle diverse modalità di attivazione delle paratoie.

Il risultato è una sorta di laboratorio virtuale nel quale i ricercatori possono modificare le condizioni operative e osservare come potrebbe evolvere lo stesso evento meteorologico.

Il test sulla mareggiata di novembre 2022

Per verificare il funzionamento del sistema, i ricercatori hanno scelto come caso di studio una significativa ondata di marea che ha interessato Venezia nel novembre 2022.

Le previsioni meteorologiche operative sono state utilizzate come punto di partenza per alimentare il modello. Successivamente, i ricercatori hanno simulato l’evoluzione dei livelli dell’acqua nella laguna ipotizzando diverse strategie di gestione del MOSE.

Il confronto con i dati realmente osservati ha mostrato che il sistema è in grado di riprodurre con buona precisione l’andamento dell’ondata di marea. In particolare, quando nel modello sono state considerate le barriere pienamente operative, le previsioni dei livelli dell’acqua sono risultate coerenti con i valori effettivamente registrati.

Il test rappresenta quindi una verifica importante non soltanto della capacità di previsione, ma anche della possibilità di utilizzare il modello come strumento operativo per valutare scenari alternativi.

Venezia e il rischio delle acque alte: la sfida del cambiamento climatico

Il problema che la ricerca cerca di affrontare è destinato ad assumere un peso crescente. La previsione del livello del mare è infatti una componente essenziale della gestione del rischio costiero, soprattutto in una città vulnerabile come Venezia.

In questo contesto, poter disporre di previsioni accurate alcuni giorni prima dell’arrivo di una mareggiata significa avere più tempo per preparare una risposta.

Il valore del nuovo sistema, però, non consiste soltanto nell’anticipare l’evento. La sua caratteristica più interessante è la possibilità di testare preventivamente le conseguenze delle decisioni operative.

Per i decisori pubblici potrebbe significare passare da una logica basata esclusivamente sull’allerta a una gestione più dinamica del rischio: non soltanto sapere che sta arrivando una mareggiata, ma poter confrontare in anticipo diverse possibili risposte.

Dalla previsione all’allerta precoce

Marco Boetti, autore principale dello studio, sottolinea proprio questo aspetto: una previsione più accurata può contribuire non solo a proteggere Venezia dalle tempeste, ma anche a valutare preventivamente differenti strategie di utilizzo delle barriere.

La prospettiva, quindi, va oltre il singolo episodio di acqua alta.

Lo sviluppo di modelli oceanografici sempre più dettagliati potrebbe rafforzare i sistemi di allerta precoce, migliorare la capacità di previsione degli eventi estremi e fornire alle autorità strumenti più sofisticati per prendere decisioni in condizioni di rischio.

“Uno degli aspetti più gratificanti di questo lavoro”, osserva Boetti, è stato lo sviluppo di nuove tecniche per migliorare la modellistica oceanografica. Nel lungo periodo, spiega il ricercatore, progressi di questo tipo possono aumentare le capacità previsionali e favorire “processi decisionali più informati”.

La sfida per il futuro: proteggere Venezia senza isolare la laguna

La ricerca introduce dunque un’idea destinata a diventare sempre più importante nella gestione delle città costiere: la protezione dal mare non deve necessariamente essere una scelta assoluta.

Nel caso di Venezia, il modello mostra che tra una laguna completamente aperta e una completamente protetta esistono diverse possibilità intermedie. Simularle prima dell’arrivo della tempesta può aiutare a valutare il livello di protezione ottenibile e, allo stesso tempo, le conseguenze sulle attività e sulla dinamica della laguna.

È una prospettiva che lega tecnologia, previsione meteorologica e gestione del territorio. E che potrebbe diventare particolarmente preziosa in un futuro nel quale l’aumento dei rischi legati agli eventi estremi renderà sempre più importante decidere non soltanto se intervenire, ma come farlo nel modo più efficace possibile.

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