- 06/09/2026
- Simone Martino
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Il riciclo vale 555 miliardi di euro l’anno. Ora l’Europa punta a trasformare la circolarità in una leva per industria e competitività
Per l’Europa l’economia circolare sta smettendo di essere soltanto una questione ambientale. Il riciclo entra sempre più nel cuore della politica industriale, della sicurezza degli approvvigionamenti e della competitività europea.
La ragione è nei numeri, ma anche nelle trasformazioni dello scenario internazionale. La filiera europea del riciclo genera già oggi 555 miliardi di euro di impatto economico ogni anno, produce 222 miliardi di euro di valore aggiunto e sostiene oltre 3 milioni di occupati.
E il suo effetto non si ferma alle imprese che raccolgono, selezionano e riciclano i materiali: l’utilizzo delle Materie Prime Seconde (MPS) abilita altri 325 miliardi di euro di fatturato nelle principali filiere manifatturiere analizzate.
Il punto, dunque, non è più soltanto riciclare di più. È fare in modo che i materiali recuperati restino nell’economia europea e alimentino la produzione industriale.
È questa la tesi dello studio “Una nuova politica industriale europea per l’Economia Circolare”, realizzato da TEHA Group in collaborazione con CONAI e presentato al 52° Forum TEHA di Cernobbio.
La partita si giocherà soprattutto nei prossimi due anni, quando una serie di iniziative normative europee potrebbe ridisegnare le condizioni di mercato delle Materie Prime Seconde.
Il riciclo è già una grande industria europea
Considerare il riciclo soltanto come un servizio ambientale rischia di non coglierne più la reale dimensione economica.
I 555 miliardi di euro di impatto annuo, i 222 miliardi di valore aggiunto e gli oltre 3 milioni di occupati fotografano infatti una filiera che ha assunto una dimensione industriale significativa.
A valle, l’impiego delle Materie Prime Seconde nelle principali filiere manifatturiere considerate dallo studio genera ulteriori 325 miliardi di euro di fatturato.
Il riciclo diventa così un anello delle catene di approvvigionamento dell’industria: ciò che ieri poteva essere considerato un rifiuto può diventare una risorsa produttiva, con effetti che si propagano ben oltre il settore della gestione dei materiali.
“Le materie prime seconde sono una vera risorsa industriale per il nostro continente”. Lo sottolinea Ignazio Capuano, Presidente di CONAI, secondo cui il loro sviluppo riguarda direttamente “la competitività del sistema produttivo, la sicurezza degli approvvigionamenti e la capacità dell’Europa di trattenere al proprio interno una quota maggiore del valore generato dalla trasformazione delle risorse”.
Ogni euro investito negli imballaggi ne genera 1,66
Un altro dato contribuisce a definire la dimensione economica della transizione. Nel sistema europeo di raccolta, selezione e riciclo degli imballaggi, ogni euro investito genera 1,66 euro di benefici economici, ambientali e sociali per la collettività.
Il calcolo comprende il valore dei materiali recuperati, i costi di smaltimento evitati, i benefici ambientali e gli effetti economici indiretti.
La conclusione è che la circolarità non rappresenta soltanto una voce di costo della transizione ecologica: può essere anche un investimento capace di generare valore.
Il paradosso europeo: si ricicla, ma il potenziale resta inutilizzato
Se i numeri economici sono rilevanti, quelli sulla circolarità dei materiali mostrano però quanto lavoro resti da fare.
Nel 2024 il tasso di utilizzo circolare di tutti i materiali nell’Unione Europea è stato del 12,2%. L’obiettivo indicato dalla Commissione Europea per il 2030 è il 24%.
Per arrivarci occorrerebbe una crescita del 96,7% in appena sei anni, a un ritmo quasi 19 volte superiore rispetto a quello registrato tra il 2018 e il 2024.
Il paradosso è evidente: l’Europa dispone di uno dei quadri normativi più avanzati al mondo sull’economia circolare, ma la quantità di materiali riciclati che riesce effettivamente a rimettere in circolo nel proprio sistema economico rimane ancora relativamente contenuta.
Il problema, secondo lo studio, non è quindi soltanto fissare obiettivi più ambiziosi. È costruire le condizioni industriali e di mercato necessarie per raggiungerli.
Tre mismatch frenano il mercato delle Materie Prime Seconde
L’analisi individua tre principali squilibri.
Obiettivi europei e realtà industriale
Esiste uno scollamento tra gli obiettivi di circolarità e la capacità effettiva del sistema industriale di trasformarli in risultati. Avere norme e target ambientali non basta se non esistono contemporaneamente infrastrutture, domanda industriale, investimenti e condizioni economiche favorevoli.
Domanda e offerta non si incontrano
Il secondo problema riguarda il mercato delle MPS. L’industria europea continua a ricorrere prevalentemente a materie prime vergini oppure a Materie Prime Seconde importate. Il risultato è un mercato nel quale l’offerta di materiale riciclato europeo e la domanda dell’industria non riescono ancora a incontrarsi in modo efficiente.
L’Europa importa MPS ed esporta rifiuti
Il terzo squilibrio è forse quello più emblematico. Il 40% delle importazioni europee di Materie Prime Seconde proviene da Paesi extra-UE, mentre l’Unione Europea continua a essere esportatrice netta di rifiuti.
In altre parole, una parte del valore potenziale contenuto nei materiali recuperabili rischia di uscire dai confini europei invece di alimentare la produzione interna.
Dalla politica ambientale alla politica industriale
È qui che cambia la prospettiva. La domanda non è più soltanto quanto riciclare, ma come creare un mercato europeo nel quale ciò che viene riciclato abbia un valore economico sufficiente per essere riutilizzato dall’industria.
Servono quindi una domanda stabile, condizioni competitive per gli operatori, regole comuni e una riduzione della frammentazione che ancora caratterizza il Mercato Unico.
È una trasformazione che riguarda anche il modo in cui viene concepito il mercato europeo.
Letta: serve un vero “Circular Single Market”
Nel dibattito entra anche Enrico Letta, Dean della IE School of Politics, Economics and Global Affairs e Presidente dell’Istituto Jacques Delors.
Per Letta, “l’economia circolare rappresenta oggi una delle dimensioni nelle quali si misura più chiaramente la capacità dell’Europa di adattare il proprio Mercato Unico alle trasformazioni dell’economia globale”.
La prospettiva è quella di un Circular Single Market, un mercato unico della circolarità che non implichi necessariamente l’omologazione dei sistemi nazionali.
L’integrazione, secondo questa impostazione, dovrebbe passare piuttosto attraverso regole comuni, interoperabilità, mutuo riconoscimento, comparabilità dei dati e diffusione delle migliori pratiche.
È un punto cruciale perché la costruzione di un mercato europeo delle Materie Prime Seconde non richiede necessariamente di cancellare le specificità nazionali, ma di renderle compatibili tra loro.
Riciclo e sicurezza: la dimensione geopolitica
La questione della circolarità assume però un peso ancora maggiore se inserita nel nuovo scenario geopolitico.
Le crisi delle rotte commerciali, la volatilità dei prezzi dell’energia e la fragilità delle catene globali di approvvigionamento hanno mostrato quanto rapidamente gli shock internazionali possano trasferirsi sull’economia europea.
Nicola Pedde, Direttore dell’Institute for Global Studies e Professore di Geopolitica dell’Energia e dell’Ambiente presso l’Università Roma Tre, mette in relazione proprio questi fattori.
“La sicurezza economica e industriale dell’Europa non può quindi più essere concettualmente separata dalla sicurezza delle rotte commerciali globali e dalla capacità del continente di ridurre le proprie dipendenze più critiche”, osserva Pedde.
Il riciclo diventa quindi anche una questione di resilienza industriale: recuperare materiali disponibili in Europa significa, almeno in parte, ridurre l’esposizione alle forniture esterne.
Kerber: il riciclo diventa una questione economica e politica
La stessa lettura arriva da Markus Kerber, Consigliere politico di Albright Stonebridge Group – USA, già Capo Economista del Ministero federale delle Finanze tedesco e già Direttore Generale della Federazione delle Industrie Tedesche (BDI).
“In un mondo in cui non ci si può più fidare del commercio e delle catene di approvvigionamento basate sugli scambi, la ricerca del riciclaggio delle risorse esistenti in Europa e il ruolo delle materie prime secondarie diventano una questione di estrema importanza economica e politica”, osserva Kerber.
La conseguenza è un cambio di paradigma: rafforzare il riciclo non basta. Occorre accompagnarlo con condizioni di mercato competitive, standard di qualità, politiche commerciali che garantiscano concorrenza leale e un quadro normativo più strategico.
L’obiettivo è ridurre le vulnerabilità e mantenere in Europa una quota maggiore di risorse, capacità produttiva e valore.
2026-2027, la finestra decisiva per l’Europa
I prossimi due anni possono quindi diventare una fase di svolta. La roadmap europea “One Europe, One Market” prevede tra il 2026 e il 2027 una serie di iniziative destinate a incidere sul futuro della circolarità: Circular Economy Act, European Products Act, Critical Raw Materials Centre e riforma degli appalti pubblici.
È la contemporaneità di questi interventi a creare, secondo lo studio, una particolare finestra di opportunità.
La sfida è evitare che i 27 sistemi nazionali continuino a funzionare come mercati separati e costruire invece condizioni più integrate per la produzione, lo scambio e l’utilizzo delle Materie Prime Seconde.
In gioco non c’è soltanto la gestione dei rifiuti. C’è la possibilità di costruire un nuovo mercato europeo delle risorse riciclate.
Il nuovo modello europeo per le Materie Prime Seconde
TEHA Group e CONAI propongono, a partire dalle evidenze dello studio, un nuovo modello di funzionamento del mercato europeo delle MPS.
L’architettura è costruita su cinque pilastri più uno.
- Disegno del mercato, per definire condizioni che favoriscano lo sviluppo del mercato delle MPS.
- Domanda e offerta, per superare le attuali asimmetrie e sostenere l’utilizzo delle Materie Prime Seconde europee.
- Governance e quadro normativo, con l’obiettivo di assicurare coerenza e interoperabilità senza imporre un’armonizzazione che possa penalizzare la competitività.
- Standard, qualità e fiducia, elementi necessari per rendere affidabile il mercato.
- Scala industriale, finanza e investimenti, con una maggiore cooperazione tra pubblico e privato e una visione di politica industriale.
- Autonomia strategica e commercio, come dimensione trasversale legata alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla posizione dell’Europa nel commercio internazionale.
A questi si aggiungono i fattori abilitanti trasversali: energia, dati e innovazione, competenze e accettazione sociale.
Quattro meccanismi per far funzionare il sistema
Il modello individua inoltre quattro meccanismi fondamentali. Il primo è il riconoscimento reciproco, per valorizzare le specificità nazionali e trasferire le migliori pratiche. Il secondo è la simbiosi industriale, attraverso la quale mettere in relazione più efficacemente l’offerta di MPS con la domanda delle imprese manifatturiere.
Il terzo riguarda l’attivazione degli investimenti, indispensabile per rendere i progetti industriali più solidi e finanziabili. Il quarto è la sicurezza strategica, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle risorse vergini extra-UE e trattenere maggiormente nel continente materiali, produzione e valore.
Le tre priorità per la nuova politica industriale europea
Alla fine, il messaggio dello studio può essere ricondotto a tre direttrici. La prima è governance, Mercato Unico e regole comuni. Senza un mercato più integrato, le Materie Prime Seconde rischiano di continuare a muoversi all’interno di sistemi normativi frammentati.
La seconda è l’incontro tra domanda e offerta, attraverso il matching industriale e la simbiosi tra imprese.
La terza è la finanza per la crescita e la competitività, perché senza investimenti difficilmente sarà possibile aumentare la capacità industriale necessaria per raggiungere gli obiettivi europei.
Per Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di The European House – Ambrosetti e TEHA Group, il cambio di prospettiva consiste nel “fare della circolarità una componente della strategia industriale europea”.
Ed è probabilmente questo il punto centrale della partita che si apre nei prossimi ventiquattro mesi: trasformare il momentum regolatorio in un vero mercato europeo della circolarità.
Perché se l’Europa riuscirà a fare del rifiuto una materia prima, del riciclo un’infrastruttura e delle Materie Prime Seconde una componente stabile delle catene produttive, l’economia circolare potrebbe diventare qualcosa di più di una politica ambientale.
Potrebbe diventare uno degli strumenti con cui l’Europa prova a difendere industria, occupazione, autonomia strategica e competitività in un’economia globale sempre più instabile.







































































































































































































































































































