- 19/10/2026
- Simone Martino
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Moda sostenibile ed economia circolare: in Italia 615mila tonnellate di rifiuti tessili l’anno. La ricerca di Tecno, Sant’Anna e Istituto Marangoni analizza filiera, riciclo e competitività delle imprese
L’Italia produce circa 615.000 tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, ma soltanto 154.000 vengono raccolte in modo differenziato. Numeri che mettono in evidenza una delle principali sfide dell’industria della moda: ridurre l’impatto ambientale senza compromettere la qualità dei prodotti e la competitività delle imprese.
È il punto di partenza di Sustainability in Fashion Value Chains, la ricerca presentata da Tecno, società benefit quotata su Euronext Growth Milan, in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Istituto Marangoni. Lo studio esamina il ruolo della sostenibilità nelle filiere produttive, dalla selezione delle materie prime alle strategie commerciali.
Moda e ambiente: il peso dei consumi
Nel 2022, secondo i dati europei richiamati dal paper, il consumo di prodotti tessili nell’Unione europea ha raggiunto circa 19 chilogrammi per persona, mentre ogni cittadino ne ha scartati mediamente 12 chilogrammi all’anno.
L’impatto riguarda anche il consumo di risorse naturali. Per ogni persona, i consumi tessili sono associati a circa 355 chilogrammi di CO₂, 12 metri cubi d’acqua, 323 metri quadrati di suolo utilizzato e 523 chilogrammi di materie prime.
A livello globale, l’industria tessile genera una quota stimata tra il 2% e l’8% delle emissioni di gas serra. Le attività di tintura e finissaggio sono inoltre associate a circa il 20% dell’inquinamento globale dell’acqua pulita, secondo le stime citate nella ricerca.
La sostenibilità comincia dal design
Una parte decisiva dell’impatto ambientale si determina prima ancora che un capo arrivi sul mercato. Secondo le evidenze riportate nello studio, oltre l’80% dell’impatto di un prodotto può dipendere dalle scelte effettuate durante la progettazione.
La selezione dei materiali e la definizione dei processi produttivi condizionano infatti il consumo di risorse lungo il ciclo di vita del capo. Nei casi di Life Cycle Assessment (LCA) analizzati nel paper, le materie prime rappresentano oltre il 97-99% degli impatti valutati.
Il dato evidenzia l’importanza di intervenire a monte della produzione, anziché concentrarsi soltanto sul riciclo o sulla gestione dei rifiuti a fine vita.
Dalla sostenibilità alla competitività
Per le imprese, la sfida consiste nell’utilizzare le informazioni ambientali anche per migliorare l’efficienza industriale.
«Per il settore della moda la sfida non è aggiungere un nuovo livello di compliance, ma utilizzare la maggiore conoscenza della filiera per migliorare il modello industriale», afferma Salvatore Amitrano, CFO e CInO di Tecno Group.
La raccolta e l’analisi dei dati possono aiutare a individuare inefficienze, monitorare i rischi e gestire le dipendenze dai fornitori. In questo senso, la sostenibilità diventa una leva gestionale capace di incidere anche sui risultati economici.
Filiera della moda, la trasparenza resta limitata
La possibilità di misurare l’impatto ambientale dipende dalla conoscenza dei diversi passaggi produttivi. Eppure, secondo la ricerca, meno del 19% dei brand dispone di piena visibilità lungo la propria catena del valore. Il 52% dei principali marchi pubblica invece l’elenco dei fornitori di primo livello.
La scarsa trasparenza rende più complesso verificare l’origine dei materiali e documentare le caratteristiche dei prodotti. È un tema che interessa anche i consumatori: il 40% degli appartenenti alla Generazione Z e dei Millennials coinvolti nell’indagine citata dichiara di non ricevere informazioni sufficienti sui processi di realizzazione dei capi acquistati. Oltre il 60% afferma inoltre che i criteri ESG influenzano le proprie scelte.
Il prezzo conta più dell’etichetta green
Una maggiore sensibilità ambientale non si traduce automaticamente nell’acquisto di prodotti sostenibili, soprattutto quando sono più costosi.
Secondo uno studio della Scuola Superiore Sant’Anna citato nel paper, soltanto il 24% dei consumatori sceglierebbe un capo ecologico più caro rispetto a un’alternativa convenzionale. Il 40% preferirebbe il prodotto meno costoso, mentre il 36% continuerebbe a cercare altre opzioni.
Nell’esempio di un cappotto, il prezzo influenza il 74% delle decisioni di acquisto, il comfort il 69% e la qualità e la durata il 64%. Gli attributi ambientali incidono invece per una quota stimata tra il 15% e il 30%.
Per i marchi, il messaggio è concreto: la sostenibilità deve accompagnarsi a vantaggi percepibili, come resistenza, qualità dei materiali, comfort e cura artigianale. Non basta presentare un prodotto come ecologico per giustificare un prezzo superiore.
La crescita della moda di seconda mano
In questo scenario si inserisce il mercato dell’usato, stimato dalla ricerca in circa 50 miliardi di euro e indicato come un segmento in crescita da due a tre volte più rapidamente rispetto alle vendite di prodotti nuovi.
La seconda mano offre un’alternativa al consumo di capi appena prodotti e valorizza il prolungamento della vita utile degli indumenti. Per le aziende, rappresenta anche un’occasione per ripensare l’offerta commerciale, puntando sulla durata e sul valore dei prodotti nel tempo.
Greenwashing, servono prove verificabili
La credibilità delle dichiarazioni ambientali è un altro elemento centrale. Un’analisi della Commissione europea citata nel paper, relativa a pubblicità esaminate in 15 Stati membri, rileva che l’80% degli annunci conteneva almeno un’affermazione ambientale. Il 53% dei claim analizzati è risultato vago, fuorviante o infondato.
Il rischio è che parole come “green” ed “eco-friendly” vengano utilizzate senza prove sufficienti. Per evitare che la sostenibilità resti una promessa pubblicitaria, diventa quindi essenziale documentare le caratteristiche dichiarate attraverso dati misurabili e metodologie riconosciute.
La ricerca definisce questo approccio verifiable product value: un valore commerciale sostenuto da evidenze verificabili, utile sia per rispondere alle esigenze di controllo sia per rafforzare la fiducia dei clienti.
La sfida è ripensare il modello produttivo
I dati raccolti in Sustainability in Fashion Value Chains indicano una direzione per il futuro della moda: integrare i criteri ambientali nella progettazione, migliorare la conoscenza dei fornitori e offrire prodotti competitivi anche per qualità e durata.
La riduzione dei rifiuti tessili resta un obiettivo centrale, ma non può essere affrontata soltanto alla fine del ciclo di vita degli abiti. Una parte rilevante del cambiamento passa dalle decisioni prese all’inizio della filiera e dalla capacità delle aziende di dimostrare, con informazioni affidabili, il valore delle proprie scelte.
Per rendere più efficace la gestione dei rifiuti tessili, un ruolo importante è affidato anche alla responsabilità dei produttori, chiamati a contribuire alla raccolta, al riutilizzo e al riciclo dei capi a fine vita. Ecco cosa cambia con la responsabilità estesa del produttore nel settore tessile.
Per il settore, la sostenibilità può diventare un vantaggio competitivo quando si traduce in processi più efficienti, prodotti migliori e maggiore trasparenza verso il mercato.



























































































































































































































































































