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Gli accordi UE-Africa sulle materie prime critiche puntano a diversificare gli approvvigionamenti europei e ridurre la dipendenza dalla Cina. Il think tank ECCO chiede investimenti nella raffinazione, nelle infrastrutture e nell’industria locale per trasformare la cooperazione in progetti concreti

L’Europa ha bisogno di materie prime critiche per sostenere la transizione energetica, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e la competitività della propria industria. Ma la dipendenza da un numero ristretto di fornitori, in particolare dalla Cina, espone le filiere europee a rischi economici e geopolitici.

Una parte della risposta potrebbe arrivare dall’Africa, un continente ricco di risorse minerarie ma ancora in larga misura escluso dalle fasi a più alto valore aggiunto della loro lavorazione.

È da questa sfida che parte il nuovo policy brief del think tank italiano per il clima ECCO, presentato a Roma durante l’evento New Resources for a New Cooperation: Critical Raw Materials in the Euro-African Partnership. Il documento analizza le opportunità della cooperazione tra Europa e Africa e individua una criticità centrale: nonostante gli accordi già avviati, molti partenariati non si sono ancora tradotti in progetti industriali concreti.

Per colmare questa distanza, secondo ECCO, l’Unione europea deve superare i tradizionali modelli di approvvigionamento basati sull’estrazione e sull’esportazione di materie prime non lavorate.

La priorità dovrebbe diventare la creazione di filiere capaci di generare valore anche nei Paesi produttori, attraverso investimenti nella raffinazione, nella manifattura, nelle infrastrutture e nella formazione.

Materie prime critiche, perché l’Africa è strategica per l’Europa

Litio, cobalto, grafite e terre rare sono componenti essenziali di un’economia sempre più elettrificata e digitalizzata. Servono per produrre batterie e veicoli elettrici, sostenere la diffusione delle energie rinnovabili e realizzare tecnologie avanzate, dai semiconduttori ai sistemi utilizzati nei settori della difesa e dell’intelligenza artificiale.

La crescita della domanda globale rende sempre più importante diversificare le fonti di approvvigionamento. Per l’Unione europea, ridurre la concentrazione delle forniture significa limitare l’esposizione alle interruzioni commerciali e alla possibilità che le dipendenze economiche vengano utilizzate come strumenti di pressione geopolitica.

In questo scenario, l’Africa rappresenta un partner potenzialmente decisivo. Il continente dispone di importanti riserve minerarie, ma una parte significativa del suo potenziale resta ancora inesplorata o non adeguatamente valorizzata.

Secondo il policy brief di ECCO, circa 8.600 miliardi di dollari di asset minerari africani rimangono poco esplorati. Tra gli ostacoli figurano la scarsità di risorse finanziarie, le infrastrutture insufficienti e le difficoltà di accesso ai dati geologici, anche a causa dell’eredità dei modelli estrattivi del passato.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto la disponibilità delle risorse. Riguarda soprattutto la capacità di trasformarle in sviluppo economico, occupazione e nuove competenze industriali.

Il nodo del valore aggiunto: non basta estrarre minerali

In molti Paesi africani ricchi di materie prime mancano impianti locali per la raffinazione e la trasformazione industriale dei minerali. Una parte consistente del valore economico viene così generata al di fuori dei territori in cui le risorse sono estratte, mentre i Paesi produttori beneficiano soprattutto delle royalties e dei ricavi derivanti dalle esportazioni.

È un modello che limita le opportunità di industrializzazione e alimenta le richieste dei governi africani di trattenere una quota maggiore della ricchezza generata dalle proprie risorse.

In questo contesto si inseriscono le restrizioni all’esportazione di minerali non raffinati, spesso ricondotte al cosiddetto nazionalismo delle risorse. L’obiettivo è favorire la lavorazione sul territorio nazionale e incentivare la nascita di attività industriali locali.

Per l’Europa, ignorare queste esigenze potrebbe rendere meno attrattivi i propri partenariati rispetto alle proposte di altri attori internazionali, tra cui la Cina e i Paesi del Golfo, già presenti in diversi mercati africani.

La sfida consiste quindi nel conciliare due obiettivi: garantire all’industria europea forniture più diversificate e affidabili e consentire ai Paesi africani di ottenere benefici economici più ampi rispetto alla sola estrazione mineraria.

Come sottolinea Lorena Stella Martini, analista senior di politica estera di ECCO, la cooperazione con l’Africa può contribuire alla sicurezza degli approvvigionamenti europei soltanto se produce vantaggi concreti per entrambe le parti. È proprio questo, secondo l’analista, il valore aggiunto che l’Unione europea dovrebbe offrire in un contesto internazionale sempre più competitivo.

Accordi UE-Africa, perché l’attuazione procede a rilento

L’Unione europea ha già sottoscritto memorandum d’intesa e avviato iniziative di cooperazione con diversi Paesi, anche africani, per diversificare le catene di approvvigionamento delle materie prime critiche.

Il problema è che molti di questi accordi non sono giuridicamente vincolanti e non prevedono finanziamenti dedicati o strumenti operativi sufficienti a garantire la realizzazione dei progetti.

Il rischio è che la cooperazione rimanga soprattutto sulla carta, senza riuscire a mobilitare gli investimenti necessari per costruire nuove capacità produttive e infrastrutture.

Per superare questa impasse, ECCO raccomanda di rafforzare le risorse destinate alla sicurezza degli approvvigionamenti nel prossimo Quadro finanziario pluriennale dell’UE, il bilancio di lungo periodo dell’Unione. Il think tank propone inoltre di mappare i fondi già disponibili, così da migliorare la trasparenza e comprendere quali strumenti possano essere utilizzati per finanziare iniziative concrete.

L’obiettivo è passare da una cooperazione fondata principalmente su dichiarazioni d’intenti a una strategia sostenuta da risorse economiche, progetti verificabili e responsabilità definite.

Raffinazione, rinnovabili e occupazione: le priorità per una cooperazione vantaggiosa

Per rendere i partenariati più efficaci, il documento individua alcune direttrici d’intervento.

La prima riguarda i criteri con cui vengono assegnati i finanziamenti. Secondo ECCO, dovrebbero essere privilegiati i progetti che non si limitano all’estrazione, ma prevedono anche impianti di raffinazione, trasformazione dei minerali e sviluppo delle attività industriali a valle della filiera.

Questi investimenti potrebbero contribuire a creare occupazione qualificata, rafforzare le competenze locali e aumentare la quota di valore economico che resta nei Paesi produttori.

Un secondo elemento riguarda le infrastrutture energetiche. Le attività minerarie e i processi di lavorazione possono richiedere quantità significative di energia: integrare gli impianti con fonti rinnovabili permetterebbe di alimentare le attività produttive e, allo stesso tempo, di contribuire alla disponibilità di energia per le comunità locali.

La cooperazione, in questa prospettiva, non dovrebbe essere valutata soltanto sulla base dei volumi di minerali esportati verso l’Europa, ma anche considerando gli effetti sullo sviluppo industriale, sull’occupazione e sull’accesso all’energia.

Il ruolo del nuovo Centro europeo per le materie prime critiche

Un altro ostacolo da affrontare riguarda il coordinamento tra i diversi soggetti coinvolti. Per avviare nuovi progetti minerari e industriali servono infatti produttori, acquirenti, investitori e istituzioni in grado di collaborare su tempi, costi e condizioni economiche.

Secondo ECCO, migliorare questo coordinamento è essenziale per rendere i progetti finanziariamente sostenibili e attrarre capitali.

In questo quadro, il futuro Centro europeo per le materie prime critiche potrebbe diventare un punto di riferimento per riunire le iniziative e coordinare gli attori europei impegnati nei progetti all’estero. La sua funzione sarebbe quella di favorire una strategia più coerente, riducendo la frammentazione degli interventi.

Piano Mattei, l’Italia può rafforzare il ponte con l’Africa

Per l’Italia, il tema delle materie prime critiche si intreccia con la strategia di cooperazione con il continente africano. ECCO propone di integrare sistematicamente questi materiali nel Piano Mattei, inserendoli in un impegno più ampio orientato alle opportunità della transizione energetica.

L’obiettivo sarebbe collegare la sicurezza degli approvvigionamenti italiani ed europei alla costruzione di partnership industriali capaci di produrre risultati anche nei Paesi coinvolti.

Un approccio di questo tipo richiederebbe di affiancare alla disponibilità delle risorse minerarie investimenti nella trasformazione industriale, nelle infrastrutture e nell’energia pulita. In questo modo, la cooperazione potrebbe contribuire sia alla resilienza delle filiere europee sia alla crescita economica africana.

La questione è destinata a diventare sempre più rilevante con l’aumento della domanda di materiali necessari alle tecnologie energetiche e digitali. La disponibilità delle risorse, da sola, non garantisce però né la sicurezza degli approvvigionamenti né lo sviluppo dei Paesi produttori.

La conclusione del policy brief è che una partnership duratura deve essere costruita su interessi condivisi e risultati tangibili. Come afferma Stella Martini, una cooperazione realmente vantaggiosa per entrambe le parti può sostenere lo sviluppo industriale sostenibile dell’Africa e, contemporaneamente, rendere più solide e diversificate le catene europee di approvvigionamento.

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