- 26/08/2026
- Simone Martino
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A Ulaanbaatar, a margine della COP17 dell’UNCCD, parlamentari di diversi Paesi discutono come trasformare gli impegni internazionali in leggi, finanziamenti e controlli
Dalle dichiarazioni internazionali alle leggi, dai vertici diplomatici ai bilanci pubblici. È lungo questo percorso, molto meno visibile ma decisivo, che si gioca una parte della partita contro la desertificazione, il degrado del suolo e la siccità.
In Mongolia, dove è in corso la 17ª Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD COP17), parlamentari provenienti dal Paese e da diverse parti del mondo si sono riuniti per discutere come trasformare gli impegni assunti a livello internazionale in interventi concreti nei singoli Stati.
La COP17, ospitata a Ulaanbaatar dal 17 al 28 agosto 2026, è dedicata al tema del ripristino del territorio e punta a collegare le decisioni politiche a soluzioni operative su degrado del suolo, resilienza alla siccità, gestione delle risorse idriche e sistemi alimentari.
La sfida è trasformare gli impegni in leggi e finanziamenti
Il cuore dell’iniziativa è il Forum parlamentare di alto livello “Dall’impegno all’azione: la leadership parlamentare per affrontare la desertificazione, il degrado del suolo e la siccità”.
Il messaggio è chiaro: gli accordi internazionali, da soli, non bastano. Perché il ripristino dei terreni diventi realtà servono norme nazionali, risorse economiche, sistemi di controllo e politiche capaci di coinvolgere le comunità direttamente interessate.
È proprio questo il ruolo che il Forum attribuisce ai parlamenti. I legislatori possono intervenire attraverso quattro leve fondamentali: approvare le leggi, indirizzare i bilanci pubblici, esercitare la supervisione sull’azione dei governi e rappresentare le esigenze delle popolazioni colpite.
«Gli impegni globali diventano concreti solo quando si traducono in leggi nazionali, bilanci e meccanismi di responsabilità», ha sottolineato Yasmine Fouad, Executive Secretary della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione. Il programma ufficiale della COP17 conferma il suo ruolo alla guida dell’UNCCD.
Cinquanta parlamentari, 26 protagonisti del programma G-CAP
Il Forum riunisce complessivamente circa 50 parlamentari e rappresentanti politici. Al suo interno si inserisce la Global Changemaker Academy for Parliamentarians (G-CAP), programma annuale di formazione e leadership promosso dal 2023 dall’UNCCD-G20 Global Land Initiative insieme all’United Nations System Staff College.
L’edizione 2026 coinvolge 26 parlamentari di 25 Paesi, chiamati a confrontarsi su conservazione, gestione sostenibile e ripristino del territorio.
Alla discussione di alto livello partecipano, tra gli altri, l’ex presidente del Costa Rica Carlos Alvarado Quesada, il ministro egiziano delle Risorse idriche e dell’Irrigazione Hani Sewilam e rappresentanti parlamentari della Mongolia e della Turchia.
Per il Parlamento mongolo intervengono Mandkhai Mendbayar, presidente della Commissione permanente per l’ambiente, l’alimentazione e l’agricoltura, e Bolormaa Enkhbat, già partecipante al programma G-CAP nel 2025. La delegazione turca comprende invece Nilhan Ayan, inviata speciale per l’ambiente e il clima della presidenza della COP31.
Dal confronto alle azioni concrete
Il passaggio più importante arriva dopo il dibattito politico. I parlamentari sono chiamati a individuare misure che possano essere adottate concretamente nei rispettivi Paesi e all’interno dei loro mandati.
Il lavoro si concentrerà ancora una volta sulle quattro leve considerate decisive: legislazione, bilancio, supervisione e rappresentanza.
Le proposte emerse saranno raccolte nei messaggi chiave e nelle priorità d’azione parlamentari del Forum della COP17. L’obiettivo è inoltre costruire un vero e proprio kit di strumenti per l’azione parlamentare dedicato a desertificazione, degrado del suolo e siccità, pensato per fornire indicazioni pratiche ai legislatori anche dopo la conclusione della conferenza.
È una logica che prova a colmare uno dei principali divari della politica ambientale: quello tra l’obiettivo fissato nei grandi negoziati internazionali e ciò che accade concretamente sul territorio.
Perché il degrado del suolo riguarda tutti
La questione non riguarda soltanto le aree più aride del pianeta. Il deterioramento dei terreni ha ricadute sulla sicurezza alimentare e idrica, sulla biodiversità, sulla capacità di affrontare gli effetti del cambiamento climatico e sui mezzi di sussistenza.
La stessa COP17 dell’UNCCD considera il ripristino del territorio un elemento collegato anche alla stabilità economica e sociale, alla riduzione degli spostamenti forzati e alla sicurezza delle comunità più vulnerabili.
Il tema è quindi anche economico e politico: quando un territorio perde produttività, aumentano le pressioni sulle risorse, sulle attività agricole e pastorali e sulle comunità che dipendono direttamente dalla terra.
Per questo, nella fase attuale, il problema non è soltanto fissare nuovi obiettivi. È capire chi deve fare cosa, con quali risorse e attraverso quali strumenti di controllo.
La partita si sposta dai vertici ai Parlamenti
La riunione di Ulaanbaatar prova così a spostare il baricentro della lotta alla desertificazione dal terreno delle dichiarazioni a quello dell’attuazione.
I governi possono assumere impegni internazionali, ma sono i sistemi nazionali a doverli trasformare in norme, programmi e investimenti. E in questo passaggio i Parlamenti possono diventare un anello decisivo: approvano le leggi, autorizzano la spesa pubblica e hanno il compito di verificare che le politiche producano risultati.
È una sfida che la COP17 sta affrontando anche attraverso altri appuntamenti di alto livello dedicati alla resilienza alla siccità, al finanziamento del ripristino dei territori e al rapporto tra degrado del suolo, sicurezza e migrazioni.
Il punto, in fondo, è semplice: ripristinare la terra non significa soltanto piantare alberi o recuperare terreni degradati. Significa costruire le condizioni politiche, finanziarie e istituzionali perché quelle azioni possano durare nel tempo.
E il vero banco di prova della COP17 sarà proprio questo: verificare se gli impegni presi a Ulaanbaatar riusciranno, una volta tornati nei Parlamenti nazionali, a diventare leggi, stanziamenti e risultati misurabili sul campo.


































































































































































































































































