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UNRAE chiede all’UE chiarezza normativa e misure pragmatiche sulla transizione dell’auto: no a protezionismi, sì a fiscalità green e investimenti

Nel momento più delicato per l’industria automobilistica europea degli ultimi anni, UNRAE sceglie di alzare la voce. Lo ha fatto a Roma, nella cornice di Villa Blanc, durante la conferenza stampa di fine anno, mentre da Bruxelles erano attese le linee guida del nuovo pacchetto automotive della Commissione europea. Un passaggio cruciale, in un contesto segnato da crisi geopolitiche, tensioni industriali e una transizione ecologica che rischia di procedere senza una bussola condivisa.

Il messaggio dell’associazione che rappresenta le case automobilistiche estere in Italia è netto: la transizione non può più essere terreno di scontro ideologico. Serve chiarezza normativa, pragmatismo e una vera politica industriale europea.

Le aspettative del settore

Il nuovo intervento della Commissione tocca nodi centrali per il futuro della mobilità: dalla revisione degli standard sulle emissioni di CO₂ per auto e veicoli commerciali alla strategia sulle batterie, passando per il pacchetto Omnibus sulla semplificazione normativa e le misure per rendere più green le flotte aziendali.

Secondo UNRAE, tra gli elementi più rilevanti ci dovrebbe essere un modello regolatorio differenziato, capace di distinguere tra auto, veicoli commerciali leggeri e mezzi pesanti.

Un approccio più aderente al mercato anche sui target di CO₂, che tenga conto della complessità della transizione, evitando strumenti punitivi e favorendo soluzioni realistiche. Centrale, inoltre, l’obiettivo di rendere la mobilità sostenibile accessibile a famiglie e imprese, puntando su veicoli piccoli, efficienti e a costi contenuti, senza chiudere la porta alle cosiddette tecnologie “ponte”.

Pietrantonio: “Obiettivi ambiziosi senza fattori abilitanti”

Il presidente di UNRAE, Roberto Pietrantonio, individua il vero nodo critico nelle scelte europee degli ultimi anni. “L’Europa ha imposto obiettivi ambiziosi senza investire a sufficienza nei fattori abilitanti”, afferma, sottolineando come le lacune normative e la scarsa capacità di ascolto abbiano messo imprese e consumatori di fronte a traguardi difficili da raggiungere.

Il punto, secondo UNRAE, non è mettere in discussione la decarbonizzazione, ma il modo in cui viene perseguita. “Serve un dialogo basato sui dati e sulla realtà industriale”, ribadisce Pietrantonio, riconoscendo però un possibile cambio di passo: una Commissione più attenta alle evidenze e meno schiacciata sulle contrapposizioni tecnologiche. Transizione ecologica e competitività industriale, insiste, possono e devono avanzare insieme.

No al “Made in Europe” obbligatorio: “Rischio boomerang”

Tra i temi più delicati c’è l’ipotesi di introdurre un vincolo del 70% di contenuto “Made in Europe” per accedere agli incentivi. Una misura che UNRAE boccia senza esitazioni.

Secondo l’associazione, un approccio protezionistico rischierebbe di far salire i prezzi, penalizzare i consumatori e rallentare la transizione. L’industria dell’auto europea è profondamente integrata nelle catene globali del valore e la sua forza, ricorda Pietrantonio, sta proprio nell’apertura e nella capacità di attrarre investimenti e innovazione. La strada maestra, per UNRAE, resta un piano industriale europeo sostenuto da risorse comuni, non nuovi vincoli.

Auto aziendali, la leva fiscale che può cambiare tutto

C’è però un terreno su cui UNRAE chiede un intervento immediato: la fiscalità delle auto aziendali. Una riforma che viene definita “il più grande moltiplicatore di crescita” per il settore.

Secondo l’associazione, allineare la fiscalità italiana alle migliori pratiche europee in chiave green avrebbe effetti a catena: più auto aziendali a basse emissioni, un ricambio più rapido del parco circolante, un mercato dell’usato più giovane e sicuro. Con benefici per ambiente, sicurezza stradale, imprese e anche per le casse dello Stato.

Incentivi: spendere meno, ottenere di più

I numeri citati da UNRAE sono indicativi. Tra il 2024 e il 2025 il Governo ha stanziato oltre 923 milioni di euro per incentivare l’acquisto di auto a basse emissioni, contribuendo a più di 90mila immatricolazioni nella fascia 0–60 g/km di CO₂.

Ma, secondo le stime dell’associazione, basterebbero appena 85 milioni di euro, attraverso piccoli aggiustamenti fiscali sulla deducibilità delle auto aziendali, per incentivare oltre 100mila vetture green. Un risultato migliore, con una spesa pubblica nettamente inferiore.

Mercato auto: Italia in affanno rispetto all’Europa

Lo scenario macroeconomico non aiuta. La crescita dell’Area Euro è stimata all’1,2% nel 2025, mentre l’Italia resta più indietro, con un Pil previsto a +0,5%. Nel mercato auto, l’Europa ha già recuperato i livelli pre-crisi, ma l’Italia no.

Per il 2025 UNRAE prevede circa 1,52 milioni di immatricolazioni, ancora 400mila in meno rispetto al 2019. La situazione è simile per i veicoli commerciali leggeri e per i mezzi industriali, entrambi attesi in calo o stagnazione nei prossimi due anni.

Elettrico, flotte e infrastrutture: i ritardi italiani

Il direttore generale di UNRAE, Andrea Cardinali, evidenzia il ritardo italiano sulla diffusione delle auto ricaricabili. La quota di BEV e PHEV in Italia si ferma all’11,3%, contro percentuali ben più alte nei principali mercati europei. Ancora più basso il dato sulle elettriche pure.

Pesano diversi fattori: una bassa penetrazione delle auto aziendali, infrastrutture di ricarica insufficienti e prezzi elevati. Nonostante una crescita recente, l’Italia resta sotto la media UE per punti di ricarica e molto indietro rispetto ai principali competitor.

Usato e ricambio del parco: un’occasione mancata

Anche il mercato dell’usato mostra segnali di debolezza. Il rapporto tra auto usate e nuove è inferiore rispetto agli altri grandi Paesi europei, segno che il mancato rinnovo del parco auto nuovo non è stato compensato dall’usato.

Per UNRAE, è l’ennesima dimostrazione che senza una strategia strutturale – fondata su fiscalità, investimenti e regole chiare – la transizione rischia di restare incompiuta. Superare le contrapposizioni, conclude l’associazione, è l’unico modo per costruire una mobilità davvero sostenibile e competitiva.

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