Deforestazione causata dalla coltivazione di soia per biocarburanti
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L’Unione Europea eliminerà gradualmente i biocarburanti derivati dalla soia: una scelta contro deforestazione, CO₂ e perdita di biodiversità

L’Unione Europea si prepara a dire addio ai biocarburanti derivati dalla soia, considerati sempre più incompatibili con gli obiettivi climatici e ambientali del continente.

Secondo un nuovo rapporto della Commissione europea, questi carburanti “verdi” contribuiscono in modo significativo alla deforestazione globale, alle emissioni di CO₂ e alla perdita di biodiversità.

Per questo motivo, i biocarburanti a base di soia non saranno più conteggiati nel raggiungimento degli obiettivi UE sulle energie rinnovabili.

Perché la soia è un problema per il clima

Il nodo centrale è il cosiddetto ILUC (Indirect Land Use Change, cambiamento indiretto dell’uso del suolo). In pratica, quando vaste aree vengono convertite alla coltivazione di soia per produrre carburante, si innesca un effetto a catena che porta:

  • alla distruzione di foreste naturali

  • all’espansione agricola in aree ad alto valore ecologico

  • a un aumento complessivo delle emissioni di gas serra

Secondo l’organizzazione ambientalista Transport & Environment (T&E), i biocarburanti a base di soia possono essere addirittura due volte più dannosi del diesel fossile dal punto di vista climatico.

“Sono peggio del diesel”: l’allarme degli ambientalisti

“I biocarburanti a base di soia sono due volte più dannosi per il pianeta rispetto al diesel fossile”, ha dichiarato Cian Delaney, attivista di T&E.

Secondo Delaney, l’eliminazione graduale è un passo necessario, soprattutto in un contesto in cui l’UE ha recentemente firmato l’accordo commerciale con il Mercosur, che coinvolge grandi esportatori di soia come Brasile, Argentina e Stati Uniti.

L’obiettivo è chiaro: evitare che materie prime responsabili della deforestazione finiscano nei serbatoi europei.

Dopo l’olio di palma, ora tocca alla soia

La decisione non arriva dal nulla. I biocarburanti sono stati fortemente incentivati dall’UE a partire dal 2009, con l’adozione della Direttiva sulle Energie Rinnovabili (RED).

Nel 2019, però, l’Unione aveva già fatto marcia indietro su una delle materie prime più controverse: l’olio di palma, destinato a essere eliminato entro il 2030 a causa del suo impatto ambientale.

Ora, la soia seguirà la stessa strada.

Il rischio si sposta su altre colture

Secondo T&E, però, il problema non è del tutto risolto. Altre colture ad alto impatto ambientale, come la canna da zucchero, restano appena al di sotto delle soglie fissate dall’UE e possono ancora essere conteggiate come rinnovabili.

Un dato su tutti: oggi oltre 100 milioni di tonnellate di canna da zucchero vengono utilizzate ogni anno per produrre biocarburanti a livello globale. Entro il 2030, questa cifra potrebbe aumentare del 50%.

Deforestazione e biocarburanti: un equilibrio fragile

L’espansione della produzione di biocarburanti sta già avendo conseguenze concrete.
In alcune aree del mondo, come Papua in Indonesia, sono in corso disboscamenti di foreste naturali per fare spazio alle coltivazioni destinate ai carburanti.

Il paradosso è evidente: una soluzione nata per ridurre le emissioni rischia di aggravare la crisi climatica.

Ritardi e tensioni politiche

La Commissione europea avrebbe dovuto pubblicare la revisione dell’Atto Delegato ILUC già a settembre 2023. Secondo T&E, il ritardo potrebbe essere legato alla volontà di evitare tensioni commerciali internazionali, soprattutto con i Paesi esportatori.

Nel frattempo, il messaggio degli ambientalisti è netto: “I biocarburanti ottenuti da colture alimentari e foraggere sono una cattiva idea. È tempo di andare oltre la combustione”.

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