- 10/10/2026
- Redazione
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Data center in Italia, la ricerca IDA 2026 stima investimenti per 36,9 miliardi di euro entro il 2036 e fino a 26 mila occupati a tempo pieno a regime. Capacità commerciale verso i 2 GW entro il 2031, con l’80% delle superfici dei progetti analizzati in aree già urbanizzate o dismesse
L’Italia potrebbe diventare uno dei mercati sempre più rilevanti per le infrastrutture digitali europee, con investimenti potenziali vicini ai 37 miliardi di euro, circa 26 mila occupati a tempo pieno a regime e una capacità commerciale dei data center attesa a circa 2 gigawatt entro il 2031. È lo scenario delineato dalla Ricerca di mercato IDA 2026, presentata l’8 ottobre a Roma in occasione del Data Center Symposium dell’Italian Datacenter Association.
I numeri restituiscono l’immagine di un comparto che va ben oltre la costruzione di edifici destinati a ospitare server. I data center sono infatti una componente essenziale dell’economia digitale: sostengono servizi online, applicazioni aziendali, cloud computing e sistemi di intelligenza artificiale. La loro diffusione incide quindi sulla competitività delle imprese, sulla capacità tecnologica del Paese e sulla possibilità di gestire una quota crescente dei servizi digitali attraverso infrastrutture presenti sul territorio nazionale.
La crescita, tuttavia, non è automatica. Energia, connessioni alla rete elettrica, tempi autorizzativi, competenze specializzate e rapporto con le comunità locali saranno fattori decisivi per trasformare gli investimenti previsti in infrastrutture effettivamente operative.
Data center, la sfida italiana è trasformare gli investimenti in infrastrutture strategiche
Dietro le prospettive di crescita dei data center c’è una questione che riguarda direttamente la competitività dell’Italia: la capacità di disporre di infrastrutture digitali adeguate alle esigenze di imprese, cittadini e pubblica amministrazione. Cloud computing, servizi online e intelligenza artificiale richiedono infatti una capacità crescente di elaborazione e conservazione dei dati, rendendo i data center un tassello sempre più importante dell’economia.
È anche in questa prospettiva che si è svolto a Roma il Data Center Symposium di IDA, al quale hanno partecipato, tra gli altri, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. Al centro del confronto, il ruolo delle infrastrutture digitali nello sviluppo industriale del Paese e la necessità di coordinare investimenti, politiche energetiche e pianificazione territoriale.
Per Luca Beltramino, presidente di IDA, la disponibilità di dati trasparenti è essenziale per valutare i progetti e costruire un dialogo consapevole con le comunità che li ospitano. Rafforzare la capacità nazionale di elaborazione e gestione dei dati significa, nella prospettiva dell’associazione, contribuire all’autonomia digitale italiana e limitare la dipendenza da infrastrutture collocate all’estero.
Le dimensioni economiche potenziali del comparto sono significative: la ricerca IDA 2026 stima fino a 36,9 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali cumulati tra il 2026 e il 2036, circa 26 mila occupati equivalenti a tempo pieno a regime e una capacità commerciale che potrebbe raggiungere circa 2 gigawatt entro il 2031.
Ma tra le previsioni e la realizzazione delle nuove strutture c’è una serie di condizioni da soddisfare. La disponibilità di energia, le connessioni alla rete elettrica, i tempi autorizzativi, le competenze specializzate e la sostenibilità ambientale saranno determinanti per trasformare la pipeline dei progetti in infrastrutture effettivamente operative.
Data center, un mercato da 37 miliardi di euro
Secondo la ricerca IDA, la piena attivazione della pipeline qualificata potrebbe generare 36,9 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali cumulati tra il 2026 e il 2036. Si tratta di una stima del potenziale associato ai progetti analizzati, non di una somma di investimenti già realizzati o definitivamente garantiti.
Il valore economico del settore non si esaurisce nella costruzione delle strutture. Lo studio stima circa 67 miliardi di euro di hardware IT potenzialmente ospitato e circa 600 milioni di euro di servizi connessi all’installazione, alla configurazione, all’integrazione e alla messa in esercizio delle infrastrutture.
Nello scenario centrale, con un utilizzo medio della capacità operativa pari all’85%, il valore aggiunto operativo diretto delle strutture potrebbe raggiungere circa 3,87 miliardi di euro all’anno entro il 2036.
Sono cifre che indicano la portata industriale del comparto, ma che richiedono una distinzione: gli investimenti infrastrutturali, la spesa per le apparecchiature e il valore aggiunto operativo misurano componenti economiche differenti e non devono essere sommati come se rappresentassero un unico risultato.
Capacità commerciale verso i 2 GW entro il 2031
Alla fine del 2025, secondo lo studio, la capacità IT complessivamente installata in Italia ammontava a circa 760 megawatt (MW), di cui 460 MW di capacità commerciale e circa 300 MW di capacità enterprise, destinata cioè alle esigenze delle singole organizzazioni.
Per il mercato commerciale, la ricerca individua una capacità attesa di circa 2 GW entro il 2031, considerando le strutture già operative e una pipeline qualificata di circa 1.839 MW.
All’interno di quest’ultima, 230 MW risultano in costruzione, 673 MW in fase di sviluppo e 936 MW in una fase preliminare qualificata. La differenza tra questi livelli di maturità è sostanziale: non tutti i progetti in programma arriveranno necessariamente all’apertura.
La trasformazione delle previsioni in nuova capacità dipenderà dalla possibilità di ottenere autorizzazioni, assicurare connessioni elettriche adeguate, individuare siti idonei e garantire condizioni commerciali sostenibili. La disponibilità di infrastrutture energetiche e digitali sarà quindi uno dei fattori determinanti per la crescita del settore.
Occupazione, fino a 26 mila posti a tempo pieno
Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarda l’impatto sul mercato del lavoro. Nello scenario di piena attivazione della pipeline, entro il 2036 il comparto potrebbe sostenere circa 26 mila occupati equivalenti a tempo pieno, considerando occupazione diretta, indiretta e indotta.
Nel dettaglio, la stima comprende circa 11.900 equivalenti a tempo pieno direttamente legati alle attività ricorrenti dei data center, 11 mila nella filiera indiretta e altri 3 mila occupati generati dai consumi dei lavoratori.
A questi numeri si aggiunge il lavoro temporaneo necessario per sviluppare le nuove strutture. Tra il 2026 e il 2036, le attività di progettazione, costruzione, allestimento tecnico e messa in esercizio potrebbero richiedere in media circa 20 mila equivalenti a tempo pieno temporanei ogni anno.
Si tratta di indicatori da leggere correttamente: gli equivalenti a tempo pieno, o FTE, misurano il volume di lavoro rapportato a un impiego a tempo pieno e non coincidono necessariamente con il numero di persone fisiche coinvolte. Inoltre, i posti temporanei della fase di sviluppo sono distinti dall’occupazione ricorrente a regime.
Il nodo delle competenze specializzate
Per trasformare il potenziale di crescita in occupazione effettiva serviranno tecnici, ingegneri e professionisti con competenze specifiche nella gestione delle infrastrutture, negli impianti elettrici e meccanici, nei sistemi di raffreddamento, nella sicurezza e nell’efficienza energetica.
La Survey IDA 2026 segnala proprio questa criticità: 53 rispondenti su 80 indicano la scarsità di profili specializzati tra i principali ostacoli al reperimento delle competenze.
La formazione professionale e la collaborazione tra imprese, università e istituti tecnici diventano quindi elementi strategici. Senza un adeguato bacino di personale qualificato, anche una pipeline consistente rischia di incontrare difficoltà nella realizzazione e nella gestione delle nuove infrastrutture.
Non soltanto Milano: la crescita coinvolge nuovi territori
La geografia dei data center italiani è in evoluzione. Milano si conferma il principale polo nazionale, mentre Roma emerge come secondo centro di riferimento. Accanto alle due maggiori aree metropolitane, la ricerca individua opportunità per Torino, la Motor Valley, il Nord Adriatico, Napoli e la Campania, la Puglia, la Sicilia e la Sardegna.
La distribuzione dei progetti risponde a fattori diversi: vicinanza alla domanda industriale, qualità della connettività, disponibilità di aree idonee, accesso all’energia e posizione strategica rispetto alle reti nazionali e mediterranee.
Nello scenario al 2031, lo studio stima una domanda complessiva di 217 MW per Roma, 38 MW per Torino e le Alpi Occidentali, 35 MW per Napoli e la Campania, 19 MW per la Puglia, 13 MW per il Nord Adriatico e 9 MW per la Motor Valley.
Questi valori descrivono la domanda individuata per le singole aree nello scenario considerato e non devono essere confusi con la capacità già installata o con progetti definitivamente autorizzati.
La diversificazione territoriale può offrire nuove occasioni di investimento e favorire la diffusione delle competenze tecnologiche oltre i principali hub. Per i territori, però, l’arrivo di un data center non si traduce automaticamente in benefici permanenti: gli effetti dipendono dalla dimensione del progetto, dal coinvolgimento delle imprese locali, dalle infrastrutture disponibili e dagli accordi con le amministrazioni.
L’80% delle superfici riguarda aree già urbanizzate o dismesse
Tra i dati più significativi della ricerca c’è quello relativo all’utilizzo del suolo. Circa l’80% delle superfici interessate dai progetti analizzati ricade in aree già urbanizzate o dismesse, oggetto di riqualificazione e recupero. Il restante 20% riguarda invece aree precedentemente non urbanizzate.
Il dato suggerisce che il riuso di siti industriali e di terreni già trasformati possa rappresentare una strada importante per lo sviluppo delle infrastrutture digitali, limitando il ricorso a nuovo suolo. Secondo lo studio, tutti gli interventi analizzati ricadono inoltre su terreni con destinazione compatibile con lo sviluppo industriale.
La riqualificazione, tuttavia, non elimina la necessità di valutare gli effetti dei singoli progetti. La compatibilità urbanistica è soltanto uno degli aspetti da considerare: restano centrali la disponibilità di risorse energetiche e idriche, la mobilità, le opere necessarie e l’integrazione con il contesto circostante.
Le ricadute economiche per le comunità locali
La ricerca stima circa 111 milioni di euro di contributi e opere connessi allo sviluppo dei progetti e circa 29,6 milioni di euro annui di fiscalità immobiliare lorda, dei quali circa 9 milioni destinati ai territori.
A questi importi si aggiungono le ricadute economiche legate ai consumi delle famiglie. La stima indica circa 467 milioni di euro annui di consumi attivati attraverso i redditi degli occupati diretti e indiretti.
Il quadro comprende inoltre possibili interventi sulle infrastrutture elettriche, viarie, digitali e idriche, programmi di formazione, coinvolgimento dei fornitori locali e iniziative concordate con le comunità.
Non esiste, però, un unico valore nazionale che riassuma tutte queste ricadute: la loro entità dipende dalle caratteristiche dei singoli insediamenti e dagli accordi definiti con i territori.
Energia, acqua e calore: la sostenibilità resta una questione centrale
La crescita dei data center porta con sé una questione decisiva: come conciliare l’aumento della capacità digitale con la disponibilità di energia, la gestione dell’acqua e la tutela del territorio.
La ricerca IDA 2026 prova ad affrontare il tema attraverso indicatori relativi al consumo di suolo, al fabbisogno energetico, ai sistemi di raffreddamento e alle possibilità di recupero del calore.
Sul fronte energetico, il campione europeo EUDCA analizzato dallo studio indica che circa il 97% dell’elettricità dichiarata dagli operatori proviene da fonti a basse emissioni, in larga parte rinnovabili. Il dato riguarda il campione considerato e non può essere automaticamente esteso a ogni struttura italiana.
Per limitare il consumo idrico, il settore sta inoltre evolvendo verso sistemi di raffreddamento a secco, circuiti chiusi, configurazioni ibride e raffreddamento a liquido. Le soluzioni adottate, tuttavia, devono essere valutate in relazione alla tecnologia utilizzata, alle condizioni climatiche e alle caratteristiche del sito.
Un’altra opportunità è il recupero del calore prodotto dai server. In presenza di reti di distribuzione e utilizzatori nelle vicinanze, il calore può essere valorizzato, per esempio attraverso sistemi di teleriscaldamento, anziché essere semplicemente dissipato. La fattibilità dipende però dalla temperatura disponibile, dalla domanda locale e dalla presenza di infrastrutture adeguate.
La stessa indagine mostra quanto questi temi siano rilevanti nel confronto con le comunità: 48 rispondenti su 80 indicano il consumo di suolo e l’acqua tra le priorità del dialogo territoriale, seguiti dall’energia, citata da 35 rispondenti, e dal calore o microclima, indicati da 32.
Il punto non è quindi stabilire in astratto se i data center siano sostenibili, ma misurare gli impatti dei singoli progetti, confrontare le alternative tecnologiche e verificare quali benefici possano essere effettivamente conseguiti.


























































































































