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Il boom dell’intelligenza artificiale spinge la domanda di elettricità e mette sotto pressione le reti. L’UNECE chiede ai governi una strategia integrata per gestire data center, infrastrutture, acqua, territorio e costi

La corsa all’intelligenza artificiale ha un costo che va ben oltre quello dei chip e dei server. È un costo energetico, infrastrutturale e ambientale. A lanciare l’allarme è l’UNECE, la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite, secondo cui la crescita rapidissima dei data center, soprattutto quelli destinati all’AI, rischia di mettere sotto pressione la resilienza dei sistemi elettrici.

Il problema non riguarda soltanto quanta elettricità servirà per alimentare i nuovi impianti. In gioco ci sono anche la capacità delle reti di trasmissione, gli investimenti necessari per potenziarle, il consumo di acqua, l’utilizzo del territorio, le emissioni e, più in generale, il modo in cui i benefici economici dell’intelligenza artificiale verranno distribuiti.

Il consumo dei data center potrebbe quasi raddoppiare entro il 2030

I numeri aiutano a comprendere la dimensione della trasformazione. Secondo le stime riportate nel documento dell’UNECE, il consumo globale di elettricità dei data center dovrebbe passare da circa 485 TWh nel 2025 a 950 TWh nel 2030.

Significa quasi un raddoppio in appena cinque anni e una quota che potrebbe arrivare a circa il 3% della domanda mondiale di elettricità.

A spingere la domanda non sarà soltanto l’intelligenza artificiale. Anche il mining di criptovalute contribuisce con un consumo stimato tra 100 e 130 TWh l’anno, mentre un ulteriore fattore di pressione è rappresentato dall’elettrificazione dell’industria.

La particolarità dei data center, però, è la loro concentrazione geografica. Non si tratta di una crescita uniforme distribuita sul territorio: grandi impianti possono sorgere rapidamente in aree dove sono disponibili energia, connettività e condizioni favorevoli agli investimenti.

I data center arrivano prima delle nuove reti

Costruire un grande data center può richiedere pochi anni. Potenziare una rete elettrica, invece, è un processo molto più lento.

L’UNECE evidenzia un divario che rischia di diventare strutturale: mentre nuovi grandi carichi possono essere realizzati nell’arco di 2-5 anni, le infrastrutture di trasmissione possono richiedere oltre un decennio, anche a causa dei tempi di pianificazione e autorizzazione.

Il risultato è un paradosso: la domanda di energia cresce rapidamente, ma la rete che dovrebbe sostenerla non riesce necessariamente a svilupparsi allo stesso ritmo.

Irlanda e Paesi Bassi hanno già iniziato a intervenire

Non è soltanto uno scenario teorico. In diverse giurisdizioni il problema è già diventato concreto.

L’Irlanda ha introdotto restrizioni sulle nuove connessioni dei data center nell’area di Dublino, mentre i Paesi Bassi hanno rafforzato gli strumenti di pianificazione alla luce dei vincoli infrastrutturali e della disponibilità limitata di terreni.

Negli Stati Uniti, intanto, i grandi carichi elettrici — con i data center tra i principali protagonisti — sono destinati a esercitare una pressione crescente sulla domanda di apparecchiature e sulle catene di approvvigionamento energetico entro la fine del decennio.

La questione, quindi, non è più soltanto dove costruire un data center. È capire se e come il sistema energetico sia in grado di assorbire quel nuovo carico.

Il problema non è solo quanta energia consumano

Un data center AI non è semplicemente un grande consumatore di elettricità. La sua presenza può modificare il funzionamento stesso della rete.

Nei sistemi caratterizzati da una forte presenza di fonti rinnovabili, la variabilità dei carichi associati all’intelligenza artificiale può avere effetti rilevanti sulla stabilità della tensione e della frequenza.

In situazioni estreme, avverte il documento, variazioni rapide possono contribuire a oscillazioni di tensione, disconnessioni non intenzionali e, nei casi più critici, fenomeni a cascata.

Per questo motivo l’UNECE considera la scarsa visibilità sul comportamento dei grandi carichi uno dei principali rischi operativi.

La richiesta è quindi quella di aumentare la trasparenza: più dati disponibili, sistemi di reporting standardizzati e scambio di informazioni in tempo reale tra gli operatori che devono pianificare e gestire la rete.

Energia, acqua e territorio: il conto dell’AI è più ampio

Il consumo elettrico è soltanto una parte del problema. I grandi data center hanno infatti bisogno di infrastrutture, superfici e sistemi di raffreddamento. La loro localizzazione può quindi avere conseguenze sulla disponibilità di acqua, sul consumo di suolo e sulle risorse locali.

Secondo l’UNECE, le valutazioni ambientali dovrebbero per questo considerare l’intero ciclo di vita delle infrastrutture: energia, emissioni di carbonio, acqua, terreno, materiali e rifiuti.

Un altro elemento importante è l’effetto cumulativo. Un singolo data center può avere un impatto gestibile; molti impianti concentrati nella stessa area possono invece creare una pressione molto maggiore sulle infrastrutture locali.

La domanda da porsi, dunque, non è soltanto «quanto consuma questo impianto?», ma anche «che cosa succede quando dieci, venti o più impianti si concentrano nello stesso territorio?»

Il rischio economico: energia pubblica per creare valore altrove

C’è poi una questione meno visibile, ma strategica: chi beneficia davvero del boom dei data center?

Le aree che dispongono di elettricità a basso costo possono diventare particolarmente attrattive per gli investimenti nell’elaborazione dei dati e nell’intelligenza artificiale. Ma, sottolinea l’UNECE, l’energia a basso prezzo non garantisce automaticamente benefici economici duraturi.

Senza una precisa strategia industriale e politica, un Paese potrebbe mettere a disposizione elettricità e infrastrutture pubbliche per alimentare sistemi di AI il cui valore economico viene in larga parte catturato altrove.

Nel frattempo, sul territorio resterebbero i costi della costruzione e del potenziamento delle infrastrutture, insieme agli effetti sul mercato del lavoro e sull’utilizzo delle risorse.

È una questione che porta il dibattito sull’intelligenza artificiale fuori dai tradizionali confini tecnologici: l’AI diventa anche una questione di politica energetica, industriale e di sovranità economica.

Chi deve pagare le nuove infrastrutture?

Un altro nodo riguarda la distribuzione dei costi. La costruzione e il potenziamento delle reti necessari a collegare i grandi data center richiedono investimenti considerevoli. Ma resta aperta la domanda su chi debba sostenerli.

Se il costo ricade in maniera eccessiva sul sistema pubblico o sulla generalità dei consumatori, può emergere un rischio di sussidio incrociato: infrastrutture pagate collettivamente per soddisfare la domanda di pochi grandi operatori.

L’UNECE chiede quindi regole più chiare per distribuire costi e rischi tra sviluppatori dei data center, operatori infrastrutturali e consumatori.

Dai permessi di connessione a una nuova governance

Il documento segnala che diversi sistemi stanno già sperimentando una nuova generazione di regole per la connessione dei grandi carichi.

Un esempio arriva ancora dall’Irlanda, dove le connessioni dei data center vengono legate alla disponibilità di nuova capacità di generazione.

Sono i primi segnali di un passaggio da un modello puramente reattivo — «c’è capacità disponibile, quindi l’impianto può collegarsi» — a un sistema nel quale la presenza di un grande consumatore viene valutata anche in funzione delle condizioni complessive della rete.

Il problema, secondo l’UNECE, è che queste soluzioni sono ancora frammentarie e non sufficientemente standardizzate.

I data center potrebbero anche aiutare la rete

La fotografia, però, non è esclusivamente negativa. I grandi data center potrebbero diventare anche una risorsa per il sistema elettrico. La loro domanda, almeno in parte, può essere resa flessibile attraverso meccanismi di demand response e spostamento dei carichi.

Il problema è economico: oggi molti incentivi spingono verso un funzionamento il più possibile continuo, riducendo l’interesse degli operatori a modulare i consumi.

Con il giusto quadro regolatorio, invece, i data center potrebbero contribuire attraverso sistemi di accumulo, generazione in loco e persino recupero del calore prodotto dai server, integrandosi con altre attività energetiche e industriali.

La sfida è governare la crescita dell’intelligenza artificiale

La conclusione dell’UNECE è quindi meno semplice di un invito a frenare la costruzione dei data center. La questione è governarne la crescita.

Secondo il documento, le autorità dovrebbero adottare una roadmap progressiva capace di combinare la gestione dei rischi immediati con una riforma della pianificazione di lungo periodo.

Energia, sviluppo economico, politica digitale, ambiente, territorio e sicurezza nazionale non possono più essere trattati come compartimenti separati.

La vera partita dell’AI si gioca anche sulla rete elettrica

La corsa all’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente la domanda mondiale di elettricità. E la velocità con cui stanno crescendo i data center rischia di superare quella con cui i Paesi riescono a costruire nuove reti.

La sfida, dunque, non è soltanto produrre più energia. È decidere dove destinare quella energia, chi deve sostenere i costi, quali benefici devono restare sul territorio e come garantire che la crescita dell’AI non comprometta la resilienza del sistema elettrico.

Per l’UNECE, è arrivato il momento di passare dalle singole autorizzazioni alla connessione a una vera strategia industriale ed energetica. Perché il futuro dell’intelligenza artificiale, prima ancora di dipendere dalla potenza dei suoi algoritmi, dipenderà anche dalla capacità delle reti di alimentarla.

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