- 27/10/2026
- Luca Martino
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Caro bollette, criticità del mercato libero e transizione energetica: le riforme necessarie per rendere il mercato energetico italiano più sicuro, sostenibile e competitivo
Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente riportano al centro una questione cruciale per l’Italia: la vulnerabilità del sistema energetico e la sua dipendenza dai mercati internazionali. Ogni crisi si traduce nel rischio di nuovi rincari in bolletta, con ripercussioni dirette su famiglie, imprese e competitività del sistema produttivo. Ma intervenire soltanto quando i prezzi aumentano non basta.
Ne abbiamo parlato con Diego Pellegrino portavoce di ARTE, che ha analizzato le criticità del mercato energetico italiano ed europeo, il ruolo delle società di vendita, le difficoltà delle piccole e medie imprese e le sfide della decarbonizzazione.
La guerra in Medio Oriente torna a scuotere i mercati energetici e a far temere nuovi rincari in bolletta. Quanto è ancora esposta l’Italia agli shock geopolitici e perché le tensioni internazionali si ripercuotono così rapidamente sui costi dell’energia per famiglie e imprese?
Il punto, per me, non è solo quanto paghiamo l’energia. È quanto poco riusciamo a controllarne il prezzo. Lo vediamo ogni volta che scoppia una crisi. Un conflitto a migliaia di chilometri da qui e, nel giro di pochi giorni, se ne accorge la famiglia che apre la bolletta o l’impresa che deve decidere come organizzare la produzione.
Negli ultimi anni abbiamo diversificato gli approvvigionamenti, e andava fatto. Però diversificare non vuol dire essere indipendenti: oggi dipendiamo molto dal mercato globale del gas naturale liquefatto, dove ci troviamo a competere con economie enormi e dove ogni tensione si vede subito sulle quotazioni.
La lezione, credo, è che la sicurezza energetica non si costruisce rincorrendo le emergenze. Servono scelte industriali di lungo periodo. Finché dipenderemo in larga parte da fonti importate e da mercati su cui possiamo influire poco, saremo vulnerabili. E il conto non lo pagano solo gli operatori: lo paga tutto il Paese.
Il mercato dell’energia non si ferma ai confini nazionali: le regole europee influenzano prezzi, concorrenza e scelte dei singoli Paesi. L’Italia sta sfruttando davvero le opportunità offerte dal mercato energetico europeo oppure ci sono regole da rivedere? Su quali fronti dovrebbe farsi sentire di più a Bruxelles per tutelare famiglie e imprese?
Nel mercato europeo dell’energia io ci credo davvero. Ma un mercato comune deve offrire opportunità vere, non limitarsi a imporre le stesse regole a realtà molto diverse tra loro. L’Europa dovrebbe guardare di più a come funziona il mercato nella pratica, e un po’ meno ai principi teorici.
Faccio un esempio: il cambio rapido di fornitore. Va benissimo facilitare la scelta dei consumatori e favorire la concorrenza. Ma se accorci i tempi senza strumenti seri contro la morosità e i comportamenti opportunistici, i nuovi costi finiscono su chi lavora correttamente.
Con i contratti a prezzo fisso è lo stesso discorso. Danno stabilità ai clienti, ed è un bene, ma servono regole che permettano anche ai venditori di gestire e coprire il rischio. Non può funzionare un mercato in cui una parte ha solo diritti e l’altra si prende tutti i rischi.
A Bruxelles l’Italia dovrebbe farsi sentire di più a nome delle sue piccole e medie imprese energetiche. Non per chiedere privilegi, ma perché la concorrenza funziona solo se le regole sono sostenibili per tutti.
La bolletta è uno dei costi che pesano maggiormente su famiglie e imprese, ma capire come si forma non è semplice. Come si arriva dal prezzo dell’energia all’ingrosso alla cifra che troviamo da pagare? E perché, quando le quotazioni all’ingrosso scendono, i ribassi non sempre si riflettono rapidamente sulle bollette? Quali meccanismi possono garantire che i benefici arrivino effettivamente ai consumatori?
Quando una persona apre la bolletta vede una cifra. Tutto quello che c’è dietro, di solito, non lo vede. Dentro ci sono la materia prima, ma anche il trasporto, la gestione delle reti, gli oneri previsti dalla regolazione e le imposte. Dare tutta la colpa al fornitore significa non aver capito come funziona il mercato.
Il vero nodo, secondo me, è la trasparenza. Il consumatore deve capire cosa paga, perché lo paga e quanto di quella cifra dipende davvero dal suo fornitore. E noi operatori dovremmo essere i primi a volerlo, perché è il modo migliore per costruire fiducia. Servono offerte facili da confrontare, informazioni chiare e una distinzione netta tra costo della materia prima, commercializzazione e altre voci in bolletta.
Il mercato libero avrebbe dovuto garantire più concorrenza e offerte convenienti, ma per molti consumatori scegliere il fornitore resta complicato. La concorrenza funziona davvero oppure ci sono ancora ostacoli che impediscono al mercato di offrire tutti i suoi vantaggi e cosa si potrebbe fare per rendere la scelta più semplice e trasparente?
Il mercato libero funziona se il cliente è davvero libero di scegliere e se le imprese possono competere ad armi pari. E lo dico chiaramente: la concorrenza non è un regalo alle aziende energetiche, serve a tutelare i cittadini. Se restano solo pochi grandi operatori perché i più piccoli non reggono costi e adempimenti che crescono di continuo, il sistema sarà forse più facile da controllare, ma non sarà certo più competitivo.
Questo non vuol dire far finta che i problemi non esistano. Le pratiche commerciali scorrette ci sono, danneggiano i consumatori e rovinano la reputazione di tutto il settore. Vanno combattute con fermezza. Ma non si può mettere sullo stesso piano chi lavora bene e chi aggira le regole.
Più che meno mercato, serve un mercato migliore: regole chiare, controlli efficaci, responsabilità precise. ARTE difende questa idea: consumatori informati, imprese che competono su qualità del servizio e prezzo, istituzioni che sanzionano gli abusi senza colpire alla cieca chi fa le cose per bene. Tutelare il consumatore vuol dire metterlo in condizione di scegliere con consapevolezza, non ridurgli le scelte.
Le rinnovabili sono una delle chiavi della transizione energetica, ma realizzare nuovi impianti non è sempre semplice: autorizzazioni lente, reti da potenziare e sistemi di accumulo ancora insufficienti possono frenare lo sviluppo. Qual è oggi il principale ostacolo da rimuovere per accelerare concretamente la diffusione delle energie pulite in Italia?
Per me l’ostacolo principale è parlare di transizione come se bastasse installare nuovi impianti. Le rinnovabili sono fondamentali e vanno accelerate. Ma produrre energia pulita non basta: bisogna anche averla quando serve. Il sole e il vento non seguono i ritmi di una fabbrica, di un ospedale o di una casa.
Servono reti moderne, sistemi di accumulo, infrastrutture e fonti programmabili che garantiscano continuità. Dobbiamo anche valorizzare meglio quello che abbiamo già: l’idroelettrico, il geotermico, gli impianti esistenti che si possono ammodernare. Sono un patrimonio enorme.
E poi ci sono i tempi autorizzativi. Non si può chiedere alle imprese di investire nella transizione e poi lasciarle in mezzo a percorsi burocratici lunghi e incerti. L’obiettivo non è produrre più energia verde e basta. È costruire un sistema che funzioni meglio di quello che vogliamo superare. La transizione non si misura in megawatt installati, ma nella capacità di garantire energia pulita, disponibile e a costi sostenibili.
Per le imprese, l’energia non è soltanto una questione ambientale, ma anche di competitività: costi elevati e imprevedibili possono frenare investimenti e produzione. Come possiamo accompagnare le aziende verso la decarbonizzazione senza penalizzarle rispetto ai concorrenti europei?
Sostenibilità e competitività non sono obiettivi in conflitto, e dobbiamo smettere di trattarli come tali. La transizione funziona solo se li portiamo avanti insieme. Un’impresa italiana che paga l’energia molto più di una concorrente europea parte già in svantaggio. Quando questo divario diventa strutturale, non parliamo più di bollette: parliamo di investimenti che non si fanno, di produzioni che si spostano, di posti di lavoro a rischio.
Non possiamo chiedere alle imprese di guidare la decarbonizzazione senza garantire condizioni per competere. Per questo credo si debba discutere del mix energetico senza pregiudizi. Le rinnovabili devono crescere, ma anche il nucleare di nuova generazione merita una valutazione seria, su sicurezza, costi, tempi e sostenibilità industriale.
Nessuna tecnologia andrebbe esclusa a priori: vanno valutate con responsabilità. Se la transizione rende meno competitive le nostre imprese, rischiamo di perdere insieme industria, occupazione e capacità di investire per l’ambiente. La sostenibilità deve diventare un vantaggio per il sistema produttivo italiano, non un costo che ne mina il futuro.
ARTE rappresenta le aziende che vendono e acquistano energia, operatori fondamentali per il funzionamento del mercato ma spesso poco conosciuti dal grande pubblico. Quali sono oggi le principali difficoltà che queste imprese devono affrontare? E quali cambiamenti normativi o di mercato chiede ARTE per garantire maggiore concorrenza, trasparenza ed equilibrio tra gli operatori e i consumatori?
Questa domanda mi sta particolarmente a cuore, perché è il motivo per cui ARTE esiste. Quando si parla di energia si pensa ai produttori, ai grandi gruppi, ai distributori. Molto meno alle imprese che ogni giorno comprano energia sul mercato, la portano ai clienti, gestiscono contratti, servizi e pagamenti e si assumono rischi economici e finanziari pesanti.
Eppure è anche grazie a loro che esiste la concorrenza. Il problema è che il sistema scarica troppo spesso sul venditore finale rischi che andrebbero distribuiti meglio lungo la filiera. Penso alla morosità, alle garanzie finanziarie, al capitale che bisogna immobilizzare per assicurare la continuità delle forniture. Sono pesi enormi per gli operatori indipendenti e per le piccole e medie imprese.
ARTE non chiede di sottrarsi alle proprie responsabilità. Chiede strumenti adeguati per sostenerle. E vorrei che fosse finalmente riconosciuto un principio: chi vende energia non è per forza chi ci guadagna di più. Spesso è chi si assume buona parte dei rischi del sistema. Ci battiamo per un mercato più equilibrato, dove le imprese possano crescere, innovare e competere senza essere schiacciate da oneri sproporzionati. Ed è un interesse anche dei consumatori: senza una pluralità di imprese non c’è vera concorrenza.
Durante le crisi energetiche si riaccende ciclicamente il dibattito sugli extraprofitti delle imprese del settore. Quando i prezzi aumentano e famiglie e aziende faticano a sostenere le bollette, come si può distinguere il legittimo profitto d’impresa dai guadagni straordinari legati a una situazione di emergenza? Ritiene giusto che una parte di questi eventuali extraprofitti contribuisca a sostenere i consumatori e le imprese colpite dal caro energia?
Su questo bisogna fare chiarezza, perché spesso si parla del settore come se fosse un’unica grande azienda in cui tutti guadagnano allo stesso modo. Non è così. Un conto è produrre energia e beneficiare, in certe condizioni, di prezzi di mercato altissimi. Un altro è comprare energia per rivenderla ai clienti, con i costi di approvvigionamento, le garanzie finanziarie e il rischio che qualcuno non paghi.
Per molte società di vendita un rialzo improvviso dei prezzi non è un’occasione di guadagno: è un problema di liquidità e di tenuta finanziaria. Questo non significa che il tema degli extraprofitti vada ignorato. Significa individuare con precisione dove si generano eventuali rendite straordinarie, ed evitare misure indiscriminate che colpiscono anche chi non ne ha tratto vantaggio.
Per decidere chi deve contribuire non basta guardare il settore in cui opera: bisogna guardare ai risultati economici effettivi e a come sono stati ottenuti. Aiutare famiglie e imprese in difficoltà è doveroso. Ma gli aiuti d’emergenza, per quanto necessari in certi momenti, non possono diventare l’unica politica energetica del Paese. La vera sfida è far costare l’energia meno in modo strutturale, invece di rattoppare ogni volta gli effetti di un sistema che ha sempre le stesse fragilità.
Guardiamo al 2030: se potesse chiedere al Governo una sola riforma per rendere il sistema energetico italiano più economico, sicuro e sostenibile, quale sceglierebbe? E quale contributo concreto può dare ARTE per trasformare questa priorità in realtà, conciliando le esigenze degli operatori con la tutela delle famiglie e della competitività delle imprese?
Se dovessi sceglierne una sola, chiederei una riforma che metta al centro il funzionamento complessivo del mercato, invece di intervenire solo quando i prezzi diventano un’emergenza.
Servono regole stabili, una formazione dei prezzi più efficiente, una distribuzione equilibrata dei rischi e un’autorità di regolazione davvero indipendente, che ascolti anche le piccole e medie imprese e non solo i grandi gruppi.
Poi ci sono cose molto concrete. Per esempio rendere sostenibili i contratti a prezzo fisso, con una disciplina equilibrata degli impegni reciproci e delle conseguenze di un recesso anticipato, anche nel gas e nel pieno rispetto delle tutele dei consumatori. Non si può pretendere che un’impresa garantisca un prezzo stabile se poi non le si permette di gestire in modo ragionevole il rischio che ne deriva.
Una cosa però voglio aggiungerla. ARTE non vuole limitarsi a presentare richieste al Governo o a contestare i provvedimenti che non condivide. Vogliamo essere parte attiva del cambiamento. Le imprese che rappresentiamo sono sui territori, parlano ogni giorno con famiglie e aziende, investono in innovazione e partecipano a nuovi modelli energetici, comunità energetiche rinnovabili comprese.
Il futuro dell’energia non si costruisce mettendo l’uno contro l’altro consumatori e imprese, piccoli operatori e grandi gruppi, ambiente ed economia. Si costruisce facendo funzionare meglio tutto il sistema.
Enrico Mattei l’aveva capito settant’anni fa: per lui l’energia era una questione di libertà e di sviluppo del Paese, e non solo un costo da sostenere. Oggi il contesto è diverso, ma l’intuizione è ancora attualissima. Se c’è un messaggio che vorrei lasciare è questo: l’energia deve tornare a essere una leva di crescita, competitività e sviluppo per l’Italia, e non solo un’emergenza da gestire. È questa la visione che ARTE vuole portare avanti, e su questa continueremo a lavorare.


























