- 22/10/2026
- Simone Martino
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E se innovare significasse non soltanto inventare qualcosa di nuovo, ma imparare a fare meglio con quello che abbiamo già? A Maker Faire Rome si incontrano innovazione, nuove tecnologie e sostenibilità
Domani prende il via Maker Faire Rome – The European Edition, organizzata e promossa dalla Camera di Commercio di Roma, in programma fino al 25 ottobre al Gazometro Ostiense e all’Istituto Superiore Antincendi. Maker, imprese, startup e mondo della ricerca presentano progetti e soluzioni concrete per affrontare le sfide del presente.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Ranellucci, curatore dei contenuti di Maker Faire Rome, per capire come la cultura maker possa contribuire a ridurre gli sprechi, valorizzare le risorse e costruire un futuro più sostenibile e circolare.
Maker Faire Rome è il luogo in cui idee, prototipi e invenzioni escono dai laboratori per incontrare il pubblico. Ma che cosa significa oggi essere innovatori? In un mondo in cui tutti parlano di intelligenza artificiale, robotica e nuove tecnologie, come distinguiamo una semplice invenzione da un’innovazione capace di migliorare davvero la vita delle persone?
Mi piace guardare a ciò che fanno gli innovatori non soltanto per avere un’anteprima del futuro, ma anche per capire qual è la sensibilità del presente e che cosa vorremmo migliorare del mondo in cui viviamo. Oggi la tecnologia si sta integrando nelle nostre vite in modi nuovi e ci spinge a ripensare le professioni, la scuola, l’economia e persino il nostro rapporto con l’ambiente. La domanda, quindi, non è soltanto che cosa sia in grado di fare la tecnologia, ma per chi e con quale scopo.
Credo che la differenza tra un’invenzione e un’innovazione stia proprio qui: nella capacità di trasformare un’idea in una soluzione utile, che risponda a un bisogno reale e possa produrre un cambiamento positivo.
I progetti presentati affrontano problemi molto diversi, dalla riduzione degli sprechi alla sicurezza sul lavoro, dall’agricoltura alla gestione delle risorse. Sono esperienze che ci ricordano come l’innovazione non debba necessariamente essere spettacolare o complessa per essere importante. A volte può consistere nel trovare un modo più semplice per fare qualcosa che già facciamo, consumando meno energia, utilizzando meglio i materiali o migliorando la qualità della vita delle persone.
Ogni anno Maker Faire Rome mette insieme maker, startup, imprese, università e centri di ricerca. Che cosa racconta questa contaminazione sul modo in cui nasce oggi l’innovazione?
Ci racconta che l’innovazione nasce sempre più dall’incontro tra competenze diverse. Un’idea può prendere forma in un laboratorio universitario, nell’esperienza di un artigiano, nella curiosità di un maker indipendente o all’interno di una startup. Per diventare qualcosa di concreto, però, ha spesso bisogno di confrontarsi con altri saperi, trovare strumenti per essere sviluppata e individuare un contesto in cui essere applicata.
Maker Faire Rome è un ecosistema aperto, nel quale queste realtà possono incontrarsi e contaminarsi. Nell’edizione di quest’anno partecipano, accanto ai maker e alle imprese, 26 scuole secondarie e 27 università e centri di ricerca, con 145 progetti presentati. È un esempio di come la cultura dell’innovazione possa attraversare generazioni e ambiti molto diversi.
Questa contaminazione è importante anche per la sostenibilità. Un ricercatore può sviluppare un nuovo materiale, un’impresa può individuarne un’applicazione industriale e un designer può trasformarlo in un prodotto interessante per le persone. L’innovazione diventa davvero efficace quando riesce a uscire dal proprio ambito specialistico e a entrare in relazione con il mondo reale. La sfida è proprio questa: creare le condizioni perché le idee possano crescere, trovare collaborazioni e superare la fase del prototipo.
Credit: Maker Faire Rome
E se il futuro non fosse inventare sempre qualcosa di nuovo, ma imparare a fare meglio con quello che abbiamo già? Un vecchio dispositivo o uno scarto industriale possono diventare il punto di partenza per una nuova idea. Quanto c’è di rivoluzionario, oggi, nel recuperare, riparare e reinventare invece di produrre tutto da zero?
Credo che questa sia una delle trasformazioni più interessanti che stiamo osservando. Per molto tempo abbiamo associato il progresso alla possibilità di produrre sempre qualcosa di nuovo. Oggi, invece, vediamo crescere una ricerca che parte da una domanda diversa: come possiamo utilizzare meglio le risorse che abbiamo già a disposizione?
Numerosi progetti seguono proprio questa direzione. Approcci differenti, ma esprimono la stessa idea: ciò che consideriamo uno scarto può contenere ancora valore. La vera innovazione consiste nel ripensare il ciclo di vita dei prodotti e dei materiali, progettando processi che permettano di recuperarli, riutilizzarli e trasformarli. Non significa rinunciare a inventare, ma ampliare il significato stesso dell’invenzione.
C’è un paradosso nella tecnologia: inventiamo strumenti sempre più intelligenti, ma rischiamo di usarli per consumare sempre di più. Come capiamo se una nuova tecnologia rappresenta un vero progresso o se sta soltanto rendendo più veloce il nostro modo di sprecare risorse?
Dobbiamo innanzitutto imparare a valutare una tecnologia non soltanto per quello che è in grado di fare, ma anche per le conseguenze che produce. Una soluzione può essere molto avanzata dal punto di vista tecnico, ma non necessariamente rappresentare un progresso se aumenta il consumo di risorse, genera nuovi sprechi o risolve un problema creandone altri.
Per questo è importante partire dai bisogni concreti e osservare i risultati. In ambito ambientale, per esempio, possiamo chiederci se una tecnologia consente di ridurre il consumo di acqua, limitare l’impiego di sostanze chimiche, abbassare il fabbisogno energetico o prolungare la vita utile di un prodotto.
Le applicazioni più interessanti riguardano diversi settori. In agricoltura, la sensoristica e l’intelligenza artificiale possono aiutare a utilizzare l’acqua in modo più efficiente e a ridurre l’impiego di fertilizzanti. Nell’industria alimentare, alcuni dispositivi a ultrasuoni permettono di accelerare determinate fasi della fermentazione, riducendo i tempi di produzione e il fabbisogno energetico. Ci sono poi sistemi per monitorare i consumi e tecnologie che rendono più efficiente la gestione dei rifiuti.
Questi esempi dimostrano che la tecnologia può contribuire a ridurre gli sprechi, ma il risultato dipende dall’applicazione e dagli obiettivi con cui viene progettata. Non basta introdurre una soluzione digitale o automatizzare un processo per definirlo sostenibile. Dobbiamo chiederci quale problema stiamo risolvendo, quali risorse utilizziamo e quale beneficio concreto possiamo ottenere.
Abbiamo smartphone che ci conoscono meglio di quanto ci conosciamo noi, algoritmi che scelgono cosa guardiamo e intelligenze artificiali che cominciano a creare al posto nostro. Ma stiamo diventando più capaci grazie alla tecnologia o stiamo delegando troppo alle macchine? Come possiamo continuare a innovare senza perdere la creatività e il pensiero critico?
È una delle domande più importanti del nostro tempo. L’intelligenza artificiale e la robotica stanno ampliando enormemente le possibilità a nostra disposizione, ma ci obbligano anche a riflettere sul modo in cui vogliamo utilizzarle. Il rischio non è tanto che le macchine diventino più capaci, quanto che noi smettiamo di esercitare le nostre capacità perché siamo abituati a delegare loro ogni scelta.
Il mondo dei maker ci offre una prospettiva interessante proprio perché mette al centro la sperimentazione. Un maker non si limita a utilizzare uno strumento: lo esplora, ne comprende le potenzialità, prova a modificarlo e cerca di ottenere qualcosa che prima non esisteva. Anche quando utilizza l’intelligenza artificiale, la parte fondamentale del processo resta la capacità di individuare un problema, formulare una domanda e valutare criticamente le risposte ottenute.
Credo che dobbiamo imparare a considerare la tecnologia come un’estensione delle nostre capacità, non come un sostituto del nostro pensiero. Questo richiede educazione, curiosità e la possibilità di sperimentare in prima persona. Per questo a Maker Faire Rome dedichiamo tanto spazio alle scuole, ai laboratori e alle attività interattive: imparare facendo aiuta a sviluppare non soltanto competenze tecniche, ma anche autonomia, capacità di risolvere problemi e spirito critico.
La creatività non si conserva tenendosi lontani dalla tecnologia, ma imparando a utilizzarla consapevolmente, senza rinunciare alla responsabilità delle nostre decisioni.
Molte idee straordinarie nascono da persone che non hanno grandi laboratori né budget milionari, ma soltanto curiosità e voglia di sperimentare. In un’epoca in cui sembra servano algoritmi potentissimi e investimenti enormi per innovare, quanto conta ancora la capacità di costruire qualcosa con le proprie mani? E che cosa possono insegnare i maker alle grandi aziende?
La capacità di costruire qualcosa con le proprie mani conta moltissimo, anche perché oggi gli strumenti per sperimentare sono più accessibili rispetto al passato. Le tecnologie di fabbricazione digitale, le stampanti 3D, l’elettronica programmabile e le conoscenze disponibili online permettono a persone e piccoli gruppi di realizzare prototipi senza dover disporre necessariamente di grandi strutture o investimenti.
Il potenziale della sperimentazione è sorprendente. Ci sono progetti sviluppati da giovani maker autodidatti, prototipi realizzati con strumenti accessibili e idee che nascono dall’incontro tra manualità, competenze digitali e capacità di osservare un problema da una prospettiva diversa.
I maker insegnano alle grandi aziende soprattutto un metodo: sperimentare rapidamente, accettare che un tentativo possa non funzionare, imparare dagli errori e ripartire. In un’organizzazione strutturata, dove i processi decisionali possono essere complessi, questa attitudine può rappresentare una risorsa preziosa.
Naturalmente, trasformare un prototipo in una soluzione utilizzabile su larga scala richiede competenze, investimenti e capacità produttive. Ma il punto di partenza può essere molto semplice: una persona che individua un problema e prova a risolverlo. È importante che le grandi imprese sappiano riconoscere questo potenziale e creare occasioni di incontro con chi sperimenta al di fuori dei loro laboratori.
A Maker Faire Rome, il contest MakeITcircular mette al centro idee e soluzioni che puntano a superare la logica dell’usa e getta, dal recupero dei materiali alla riduzione degli sprechi. Quali progetti ci aiutano a capire meglio il potenziale dell’economia circolare?
Il contest MakeITcircular promuove una cultura del consumo circolare, incoraggiando soluzioni che riducano l’impronta ambientale di prodotti e servizi e aiutino a superare la logica dell’usa e getta. È un’iniziativa importante perché mette in evidenza un principio fondamentale: la sostenibilità non dipende soltanto da come ricicliamo un prodotto quando diventa un rifiuto, ma anche da come lo progettiamo, lo utilizziamo e ne prolunghiamo la vita.
Tra le esperienze più interessanti ci sono quelle che trasformano gli scarti agroalimentari in nuovi materiali, ma anche i progetti che puntano a recuperare oggetti ancora utilizzabili o a rendere meno inquinanti i processi industriali. È il caso delle startup che lavorano sui biomateriali ricavati dalla vinaccia e da altri residui della produzione alimentare, oppure di chi sperimenta metodi alternativi per recuperare materiali preziosi dai rifiuti elettronici.
Ci sono poi applicazioni che mostrano quanto l’economia circolare possa andare oltre il riciclo tradizionale: materiali di scarto impiegati per realizzare pavimentazioni destinate ai centri sportivi, soluzioni basate sulle alghe per nuovi utilizzi industriali e sistemi intelligenti per migliorare la raccolta e la separazione dei rifiuti.
Quello che accomuna questi progetti è la capacità di guardare a un problema ambientale come a un’opportunità di ricerca e sviluppo. È un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico: significa smettere di considerare inevitabile lo spreco e cominciare a progettare alternative. La sfida, naturalmente, è portare queste soluzioni oltre la fase sperimentale, verificarne l’efficacia e creare le condizioni perché possano essere adottate anche su scala più ampia.
Guardando ai prossimi dieci anni, quali innovazioni vorrebbe vedere affermarsi per rendere la nostra società più sostenibile e circolare? E quale messaggio vorrebbe lasciare ai giovani maker, agli studenti e a chi ha un’idea nel cassetto ma non ha ancora trovato il coraggio di realizzarla?
Mi piacerebbe vedere affermarsi un modello produttivo in cui recuperare materiali, riparare gli oggetti e prolungarne la vita diventi una scelta naturale, sia per le imprese sia per i consumatori. Vorrei che le tecnologie ci aiutassero a utilizzare meglio le risorse, ridurre gli sprechi e ripensare i processi produttivi fin dalla loro progettazione, rendendo la circolarità una componente strutturale dell’economia e non un intervento successivo.
Credo che nei prossimi dieci anni vedremo opportunità importanti proprio dall’incontro tra intelligenza artificiale, nuovi materiali, fabbricazione digitale e ricerca scientifica. Ma non penso che esista una singola tecnologia destinata a risolvere tutte le nostre sfide. Il cambiamento arriverà dalla capacità di mettere insieme soluzioni diverse, competenze e visioni, mantenendo al centro i bisogni delle persone e la qualità dell’ambiente in cui viviamo.
Ai giovani maker e a chi ha un’idea nel cassetto direi di non aspettare di avere tutte le risorse o tutte le competenze necessarie prima di cominciare. Spesso il primo passo è semplicemente provare a realizzare un prototipo, confrontarsi con altre persone e capire che cosa funziona e che cosa può essere migliorato. Oggi esistono strumenti e occasioni per trasformare un’intuizione in qualcosa di concreto, anche partendo da risorse limitate.
Maker Faire Rome nasce proprio per rendere visibile questo potenziale, mettendo in contatto chi sperimenta con il pubblico, le imprese, le scuole e il mondo della ricerca. Il futuro non è qualcosa che dobbiamo soltanto aspettare o immaginare: possiamo contribuire a costruirlo, un’idea e un esperimento alla volta. La cosa importante è restare curiosi, avere il coraggio di provare e ricordarsi che la tecnologia acquista valore quando ci aiuta a migliorare il mondo in cui viviamo.

























