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La transizione industriale sostenibile richiede un ripensamento dei modelli produttivi, delle competenze e della gestione delle risorse. Perché produrre energia pulita non basta se non cambia anche il modo di progettare, costruire e recuperare ciò che utilizziamo

La transizione ecologica rischia di diventare uno dei più grandi paradossi della modernità. Un continente può ridurre le proprie emissioni, moltiplicare gli impianti rinnovabili, elettrificare i consumi e scoprire, contemporaneamente, di avere perduto la capacità industriale di governare la propria trasformazione. Cambiano le fonti energetiche, ma non necessariamente i rapporti di dipendenza. E soprattutto non cambia il modello economico che ha contribuito a produrre la crisi ambientale.

La questione non è stabilire dove vengano fabbricati un pannello fotovoltaico o una turbina eolica. Il commercio internazionale appartiene alla struttura stessa delle economie contemporanee. Il problema nasce quando un sistema produttivo rinuncia progressivamente alle competenze necessarie per progettare, costruire, mantenere e recuperare le tecnologie dalle quali dipende il proprio futuro.

È su questo crinale che la transizione energetica incontra l’economia circolare. Due espressioni spesso accostate, ma tutt’altro che equivalenti. Produrre energia pulita non significa automaticamente produrre secondo criteri circolari. Anche una tecnologia destinata a ridurre le emissioni richiede materie prime, processi industriali, trasporti, manutenzione e, prima o poi, uno smantellamento. La sua sostenibilità non può esaurirsi nella funzione che svolge durante gli anni di esercizio.

Ripensare il ciclo di vita dei prodotti e il valore industriale

Occorre allora modificare lo sguardo. Non considerare più il prodotto come un oggetto che attraversa il mercato per diventare, infine, uno scarto, ma come una concentrazione temporanea di materia, energia, lavoro e conoscenza. Qualcosa che deve poter durare, essere riparato, trasformato e, quando possibile, tornare a generare valore.

Questa prospettiva possiede una conseguenza industriale spesso trascurata. La manutenzione, la rigenerazione, il recupero dei componenti e il trattamento dei materiali non costituiscono attività marginali rispetto alla produzione. Possono diventare parte integrante di una nuova capacità manifatturiera. Ma richiedono infrastrutture, investimenti e professionalità che non si improvvisano.

Una transizione affidata esclusivamente all’acquisto di tecnologie rischia di produrre consumatori di innovazione anziché protagonisti del cambiamento. E una formazione professionale che insegni soltanto a installare ciò che altri progettano finisce per restringere l’orizzonte del lavoro proprio mentre promette di ampliarlo.

Autonomia industriale e nuove prospettive per l’economia circolare

Non si tratta di inseguire un’impossibile autosufficienza industriale. Si tratta di riconoscere che l’autonomia di una società dipende anche dalla capacità di comprendere, custodire e trasformare ciò che utilizza. L’economia circolare può contribuire a questa autonomia, purché non venga ridotta alla gestione virtuosa dei rifiuti.

La domanda decisiva, allora, non è soltanto quanta energia pulita sapremo produrre. È quale economia, quale industria e quale idea del lavoro nasceranno da quella produzione.

Perché una transizione che sostituisce le fonti senza ripensare il destino delle cose rischia di lasciare intatta la logica che pretende di superare. E il futuro non si costruisce semplicemente consumando oggetti diversi, ma imparando finalmente a consumare diversamente.

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Fabio Cavallari

Fabio Cavallari è scrittore e autore di saggi e libri dedicati alla cura, alla fragilità, alla comunicazione e alla responsabilità sociale. Collabora con diverse testate italiane, tra cui Tempi, Gli Stati Generali, L'Opinione e L'Osservatore Romano. La sua attività di scrittura comprende anche l'analisi dei rapporti tra istituzioni, trasformazioni industriali e società.