- 06/10/2026
- Redazione
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Le nuove stime COCERAL fotografano un peggioramento netto delle prospettive dopo il caldo e la siccità estivi. Francia, Ungheria e Regno Unito tra i Paesi più colpiti
Il caldo e la siccità dell’estate hanno lasciato un segno pesante sull’agricoltura europea. Le ultime stime sul raccolto cerealicolo indicano una perdita di 16,7 milioni di tonnellate rispetto alle previsioni formulate a giugno, con un impatto economico stimato in circa 3,2 miliardi di euro agli attuali prezzi di mercato.
A fotografare l’entità del danno è una nuova analisi dell’Energy and Climate Intelligence Unit (ECIU), elaborata sulla base delle più recenti previsioni di COCERAL, l’organizzazione che rappresenta i comparti europei dei cereali, dei semi oleosi, del riso e dell’olio d’oliva.
Il dato colpisce soprattutto per la rapidità con cui le stime sono peggiorate. A luglio, dopo la prima ondata di caldo e siccità di giugno, COCERAL aveva già previsto una riduzione di 8,9 milioni di tonnellate. Tra giugno e settembre, però, la perdita stimata è quasi raddoppiata.
La produzione europea scende ai livelli più bassi degli ultimi dieci anni
Secondo le nuove previsioni, la produzione complessiva di cereali nell’area Unione europea più Regno Unito dovrebbe fermarsi a 278,9 milioni di tonnellate.
Si tratta di un livello inferiore del 9,3% rispetto al 2025 e, secondo l’analisi, del dato più basso da almeno un decennio. La produzione risulterebbe inoltre inferiore a quella registrata nel 2018 e nel 2022, due delle annate considerate più difficili per l’agricoltura europea a causa della forte siccità.
Grano, mais e orzo sono tra le colture maggiormente penalizzate. Il caldo e la siccità hanno compromesso il riempimento delle spighe del grano, interferito con l’impollinazione del mais e contribuito alla riduzione delle superfici destinate alla coltivazione del cereale.
Francia, Ungheria e Regno Unito tra i Paesi più colpiti
Il peso delle perdite non è distribuito in modo uniforme sul continente. La Francia è il Paese che registra la contrazione maggiore: 5,8 milioni di tonnellate in meno, per un valore stimato di 1,47 miliardi di euro.
Seguono: Ungheria: 3,1 milioni di tonnellate e 723 milioni di euro; Regno Unito: 3 milioni di tonnellate e 527 milioni di euro; Germania: 2,5 milioni di tonnellate e 398 milioni di euro e Spagna: 1,2 milioni di tonnellate e 220 milioni di euro.
Il quadro diventa ancora più pesante se si escludono dalle elaborazioni gli incrementi delle stime di produzione registrati in Romania, Bulgaria, Polonia e Svezia. In questo caso, il valore delle perdite sale da 3,2 a 4,1 miliardi di euro, una cifra che riflette soprattutto la situazione delle aree dell’Europa occidentale e centrale maggiormente colpite dal caldo e dalla siccità.
Credit: Energy and Climate Intelligence Unit (ECIU)
Un’estate estrema che ha continuato a peggiorare le prospettive
Il peggioramento delle stime tra giugno e settembre racconta un’estate nella quale le condizioni meteorologiche avverse non si sono limitate a un singolo episodio.
L’Europa occidentale ha vissuto la sua estate più calda mai registrata, mentre condizioni particolarmente severe hanno interessato anche ampie aree dell’Europa meridionale e centrale.
Nel Regno Unito, il mese di luglio è stato il più secco mai registrato in Inghilterra e Galles. Le condizioni estremamente calde già sperimentate a maggio e giugno hanno contribuito a una perdita stimata di 3 milioni di tonnellate di cereali, con un danno economico di circa 527 milioni di euro, pari a 452 milioni di sterline.
Per gli agricoltori, inoltre, il problema non riguarda soltanto la quantità raccolta. Il caldo e la siccità si inseriscono in uno scenario già caratterizzato da costi elevati di produzione e forte volatilità dei mercati.
Gli agricoltori: «Non riusciamo più a trovare soluzioni»
La difficoltà di adattarsi a condizioni climatiche sempre più estreme emerge anche dalla testimonianza di Sébastien Neveux, agricoltore francese della Borgogna-Franca Contea che coltiva 300 ettari di cereali.
«Quest’anno, nella mia azienda agricola, tutte le colture sono state colpite», racconta. Le colture invernali hanno subito danni relativamente inferiori, con una perdita di resa intorno al 25%. Per quelle primavera-estive, invece, il bilancio è stato molto più grave.
L’esempio dei girasoli rende evidente la dimensione del problema: la resa è scesa a 0,7 tonnellate per ettaro, contro le consuete 1,5-2 tonnellate. Una contrazione che arriva quindi a circa il 60%.
«Con le ondate di calore iniziate già a maggio, non riesco più a trovare soluzioni», spiega l’agricoltore, sottolineando come agli effetti del clima si aggiungano le conseguenze delle crisi geopolitiche, l’aumento dei costi di produzione e prezzi di mercato che, a suo giudizio, non sono sufficienti a coprire le spese sostenute dalle aziende.
Dal grano alle patate: il danno riguarda molte colture
L’impatto dell’estate torrida non si limita ai cereali. Secondo le stime del Centro Comune di Ricerca della Commissione europea, le rese della soia sono diminuite del 15%, quelle delle patate del 7% e quelle della barbabietola da zucchero dell’11%.
Anche la disponibilità e la crescita dei foraggi sono state penalizzate, con conseguenze che si riflettono a cascata sul settore dell’allevamento.
Il danno complessivo potrebbe inoltre essere superiore a quello fotografato dalle sole percentuali di resa. Alcune colture sono state infatti compromesse a tal punto che, in determinati casi, la raccolta non è più risultata economicamente conveniente, portando all’abbandono dei campi.
Perché caldo e siccità pesano così tanto sui raccolti
Le temperature elevate possono intervenire in momenti decisivi del ciclo agricolo. Nel caso del grano, il caldo può compromettere il corretto riempimento delle spighe; nel mais può interferire con l’impollinazione, mentre la scarsità d’acqua aggrava lo stress delle piante e può ridurre sia la resa sia la qualità del prodotto.
È proprio la combinazione di caldo e siccità a rendere particolarmente difficile la situazione per gli agricoltori. Quando le alte temperature arrivano durante fasi delicate dello sviluppo delle colture e si accompagnano a una prolungata carenza d’acqua, i margini di intervento diventano sempre più ridotti.
Il problema diventa ancora più complesso quando le ondate di calore arrivano precocemente e si protraggono per settimane, lasciando agli agricoltori margini di intervento sempre più ridotti.
Secondo gli scienziati di World Weather Attribution, l’ondata di calore verificatasi a giugno sarebbe stata «praticamente impossibile» cinquant’anni fa in assenza dei cambiamenti climatici.
Il clima mette alla prova la sicurezza alimentare europea
Per Tom Lancaster, analista del settore agricolo dell’ECIU, la dimensione delle perdite è un campanello d’allarme anche sul fronte della sicurezza alimentare.
Il calo produttivo stimato, osserva Lancaster, equivale a una quantità di cereali paragonabile alla produzione complessiva di Italia, Belgio e Paesi Bassi messe insieme.
Il tema non riguarda quindi soltanto il reddito degli agricoltori. Una riduzione significativa della produzione interna può aumentare la vulnerabilità del sistema alimentare europeo proprio mentre l’agricoltura deve fare i conti con instabilità geopolitica, costi energetici e volatilità dei mercati.
L’Europa, inoltre, si sta riscaldando più rapidamente della media globale. Per l’ECIU, questo rende necessario intervenire sia sulla riduzione delle emissioni sia sulla capacità delle aziende agricole di resistere a condizioni meteorologiche sempre più difficili.
Suolo e agricoltura rigenerativa tra le possibili risposte
Nel breve periodo, una delle sfide principali sarà quindi aumentare la capacità di adattamento dell’agricoltura.
Tra le strategie indicate dagli esperti figurano gli investimenti nella salute del suolo e nelle pratiche di agricoltura rigenerativa, con l’obiettivo di rendere i terreni e le aziende agricole più resilienti alla siccità e agli stress termici.
La fotografia del raccolto europeo mostra, in definitiva, un problema che va oltre la singola annata agricola. Se caldo e siccità diventassero più frequenti e persistenti, la capacità dell’Europa di mantenere livelli produttivi stabili potrebbe essere messa sempre più sotto pressione.
E il conto, per ora stimato in 3,2 miliardi di euro, potrebbe essere soltanto una prima misura del costo economico di un clima che sta cambiando più velocemente della capacità di adattamento di molti sistemi agricoli.


















































